Stasera inizia il tour

Il sound graffiante dei Verdena l’alternative rock bergamasco

Il sound graffiante dei Verdena l’alternative rock bergamasco
22 Ottobre 2015 ore 10:16

“Epos”, dal greco “parola”. “Endkadenz”, da un un effetto orchestrale ideato dal compositore Mauricio Kagel, che consiste nel lacerare la membrana del timpano a fine concerto con una violenta percussione: end kadenz, l’ultima cadenza, appunto. Queste due parole di ceppi distanti, apparentemente lontane, in realtà si legano profondamente nel descrivere l’ultima monumentale opera della band bergamasca Verdena. Nati nel 1995 ad Albino, i Verdena arrivano a vent’anni di distanza esatti con un ruolo da protagonisti del panorama rock italiano e non solo italiano, riconosciuti come una delle realtà più affascinanti e capaci.

Già nel ’99 si sono affermati con Valvonauta (prodotto con Giorgio Canali, ex CCCP) e hanno poi continuato con importanti collaborazioni come quelle con Mauro Pagani e Manuel Agnelli per il “cosmico” Solo un Grande Sasso. Soprattutto, a caratterizzare il loro percorso, è una straordinaria capacità di sperimentazione, di multiformità di linguaggio, anche rischiando scelte non certo commerciali. È l’esempio di Wow, album del 2011 dalle sonorità sofisticate e lontane dal gusto comune, che riuscì comunque ad affermarsi vendendo oltre 30mila copie. E così, dopo un’attesa durata quattro anni, si arriva all’attuale doppio volume: Endkadenz. Dopo che il primo disco è stato promosso nel recente tour estivo, proprio Endkadenz Vol. 2 sarà al centro della tournée che inizia questa sera all’Auditorium Flog di Firenze: 21 date in tutta la penisola fino alla serata conclusiva di Genova l’11 dicembre. I Verdena saranno accompagnati in alcune date della tournée da un’altra band bergamasca: i Sonars, gruppo astral pop nato nel 2014.

 

 

Sound della band. Endkadenz Vol. 1 e 2 è epica rock, straziante, in cui la parola ha ancor più una sua peculiare funzione. È pensiero comune che i testi dei Verdena siano il loro tasto dolente, spesso accusati di non senso. Osservazione riduttiva, dal momento che la parola nei loro testi è coerente, e non meno curata di ogni altro aspetto della composizione. Per comprendere con più attenzione questo processo, Alberto Ferrari, voce e chitarrista del gruppo, ha spiegato di recente che la tradizione cantautorale italiana ci consegna un metodo compositivo abbastanza costante dove il testo è origine e fulcro di tutta la canzone; al contrario i Verdena hanno nel sound la propria origine e la parola vi si fonde, adattandosi come abito. Così, Ferrari per scrivere i testi canta prima ad intuito sopra le melodie della band in una sorta di “inglese-arabo” quasi privo di senso, per poi trasporre le parole in italiano, adattandole per somiglianza fonica. Spiega in un’intervista lo stesso Ferrari: «Sì, alcune [canzoni] sono basate su giochi di parole, altre hanno una logica. Ma non scrivo mai a caso. Ogni singola lettera che mi senti cantare è stata studiata profondamente e provata più e più volte». Diventa allora chiaro come l’accuratezza non avvenga, come ci si aspetterebbe, a un livello prettamente semantico, bensì fonico: il sound. «A pensarci è inspiegabile. I testi devono avere una coerenza – continua Alberto – ma probabilmente questa coerenza è solo nel mio cervello».

Sound orobico. Questo metodo compositivo può essere ricondotto all’origine di questi tre ragazzi: Alberto Ferrari (chitarra e voce), Luca Ferrari (batteria) e Roberta Sammarelli (basso) nascono ai piedi delle Orobie, come loro stessi sottolineano orgogliosamente: «Siamo bergamaschi e quindi un po’ muratori del rock». Possiamo declinare l’importanza di questo dato nella presenza di una costruzione costante che li porta ad assentarsi dalle scene per molto più tempo rispetto alle altre band, rinchiudendosi nel famoso Henhouse, o più semplicemente Pollaio, storica sede di registrazione dei Verdena. Processo creativo che trova riscontro anche nell’ultima fatica discografica: il già citato Endkadenz. Originariamente previsto come album unico ma successivamente rilasciato in due volumi distinti: il Vol. 1 uscito nel gennaio 2015 e il Vol. 2 nell’agosto successivo. Se dunque non è nelle parole che direttamente arriviamo a leggere le loro canzoni è nel suono, negli effetti su cui a detta loro più che altrove si sono soffermati: si può notare come la voce nel Vol. 2 sia sempre alterata e modificata.

 

 

Endkadenz vol.1 e 2. L’atmosfera complessiva sembra essere irrequieta, malinconica ma in modo psichedelico, trapunta di vampate speranzose e barlumi di luminosa serenità, come si vede nella più scanzonata Un po’ esageri o in Contro la ragione. Di contro abbiamo la più cupa Funeralus, dove la voce è usata in funzione di strumento, imitando il suono di una chitarra distorta, come anche in Alieni fra di noi. Tuttavia, probabilmente, il vero spioncino per cogliere il punto focale di chi sono i Verdena è in canzoni come Sci desertico, che sono puro movimento e non contrapposizioni di sfere emotive avverse che fuorviano dall’unico vero centro: il sound, ancora. Movimenti tra i più disparati come l’estremo binomio tra elettronica e valzer in Diluvio, dove il tutto é tenuto insieme dall’effetto fuzz (distorsione ottenuta tramite un pedale), vero elemento coesivo tra tutte le canzoni del primo e del secondo volume.

Anche tra i due album comunque si ritrovano dei movimenti dialogici, fatti di carezze, più abbondanti nel primo che nel secondo, e di pugni, dove però hanno l’ultima parola le prime. Vanno citate almeno altre due canzoni del secondo volume. Un blu sincero, portata da Alberto come esempio del significato delle sue canzoni, che sono sempre incentrate su una relazione, in questo caso addirittura «con una specie di Dio, [per] fargli domande sulla sua esistenza». E infine Troppe scuse, canzone perfettamente arrangiata, ruvida e insieme delicata, perfetta sintesi artistica di quest’ultimo lavoro dei Verdena.

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