I«Sono finiti i tempi bui»

Intervista esclusiva a Santa Lucia

Intervista esclusiva a Santa Lucia
12 Dicembre 2017 ore 07:30

Da qualche giorno c’è fermento in quel di via XX Settembre, almeno tanto quanto in via delle Stelle, Paradiso. Lassù, in mezzo a una massa di giocattoli e dolci, un asinello rumina placido mentre una ragazza di bianco e rosso vestita si muove leggiadra nella gran confusione. Santa Lucia si sta preparando agli impegni che, da secoli, la vedono protagonista. Il tutto si compirà, come ben sappiamo, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, quando porterà la luce sui volti dei bambini e nelle nostre case. Poi, dopo un intenso peregrinare, tornerà nella sua Siracusa, città che le diede i natali e le regalò, non senza enormi sofferenze, l’immortalità. Una settimana e basta, però. Perché a quel punto i giorni inizieranno ad allungarsi e lei potrà tornare alla sua tranquillità. Non senza aver fatto prima tappa al Nord, in Svezia, dove gli inverni sono lunghi, rigidi e bui e dove quindi la sua luce è attesa con trepidazione, tanto che le filiformi e bionde svedesine, con la coroncina in testa e la candela in mano, cantano, nella loro lingua vichinga, Natten går tunga fjät. In via delle Stelle non ci sono lampade o candele. È Santa Lucia a illuminare tutto. Sta liberando un’enorme scrivania mentre entriamo nella sua abitazione.

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Buongiorno. Disturbo?
«Certo che no, si accomodi. Mi scusi, sto facendo spazio per le letterine. Alcune sono già qui, ma ne arriveranno ancora a sacchi».

E ci stanno tutte, lì?
«No, certo che no. Ho stanze intere per le letterine. Ma intanto iniziamo da qua».

Dove sono queste stanze?
«Un po’ dappertutto. Quassù, a Bergamo, a Verona, in Svezia, a Venezia e nella mia Siracusa».

Perché lei è siciliana…
«Sono nata, cresciuta e morta a Siracusa. Ora il mio corpo, invece, riposa a Venezia».

Come ci è arrivata a Venezia da Siracusa?
«A dirla tutta, non lo so bene neppure io. È stato un po’ uno sballottamento. Sa, una volta arrivata quassù, ho avuto cose più importanti di cui occuparmi. Ma le mie spoglie, che erano a Siracusa, furono trafugate dal generale bizantino Maniace e portate a Costantinopoli. Poi, due secoli più tardi, i veneziani conquistarono quella città dai mille nomi e mi portarono nella Serenissima, dove oggi il mio corpo riposa nella Chiesa di San Geremia e Santa Lucia».

 

 

Quindi a Venezia ha un coinquilino. Ma pure una stazione a lei dedicata.
«Storia stramba quella. Nel 1600 circa, il Senato decise di mettere mie reliquie in una nuova chiesa dedicata soltanto a me, nel sestiere di Cannareggio, disegnata addirittura dal Palladio. Oltre due secoli più tardi, l’imperatore austriaco Ferdinando I emanò un decreto che prevedeva l’abbattimento di quella chiesa per fare spazio alla stazione ferroviaria, a cui diedero il mio nome sperando non mi offendessi. E così io sono finita al fianco di san Geremia, che non è affatto un piagnucolone come tanti dicono. Anzi, è un tipo molto saggio».

Non è che a Venezia è stata lasciata molto tranquilla però. Nel 1981 il suo corpo fu addirittura sequestrato.
«Ecco, quella cosa non mi piacque affatto. Tre furfanti puntarono una pistola alla tempia del povero don Manzato e portarono via quel che rimane di me, chiedendo poi ben quaranta milioni di lire di riscatto. Per una volta, furono le persone a farmi un bellissimo regalo pregando perché tornassi. E io, o almeno quel che di me resta sulla Terra, tornai. Proprio nella mia notte, quella tra il 12 e il 13 dicembre».

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E nella nostra Bergamo come ci è arrivata?
«Merito dei Veneziani. Sono loro che, negli anni più floridi, hanno portato la mia storia in giro per l’Europa. Anche a Bergamo».

Dove ha pure una chiesetta tutta per lei, in via XX Settembre.
«Bergamo mi vuole bene, e io voglio bene a Bergamo. Mi avete perfino dedicato un quartiere, quello del vecchio ospedale, no? Però la chiesetta di via XX Settembre non è “mia”».

Però lì c’è la sua statua, con quel bel vestito.
«Me l’hanno preparata i bergamaschi nel Settecento. Si trovava nel convento dei domenicani che, quello sì, era dedicato a me. Era vicino al palazzo dei Frizzoni, ma a fine Settecento venne abolito e la mia statua di cera fu portata nella chiesa più vicina, che è dedicata alla Madonna dello Spasimo (ben più importante di me)».

Ma scusi, e tutti i bambini che lasciano lì le letterine per lei?
«Fanno benissimo! Diciamo che io sono gradita ospite, lì. Non ho nulla di mio, se non questo asinello. Anche in vita, ho donato tutto quel che avevo ai poveri».

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E pensare che era pure una nobildonna.
«La mia era una famiglia ricca, ma ero orfana di padre e mia madre, Eutichia, era molto malata. Nonostante avessimo speso ingenti somme per tentare di curarla, tutti i tentavi furono vani. Così andai in pellegrinaggio a Catania, da sant’Agata. E mia madre guarì».

Per questo divenne cristiana?
«Durante la preghiera, mi apparve Agata e fu lei a dirmelo. Quel giorno è come se… Non so, come se avessi visto la luce. La…»

 

Per leggere l’articolo completo, rimandiamo a pagina 11 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 14. In versione digitale, qui.

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