Racconta la figlia, Tania Partziguian

Khatchig, una storia armena approdata a Bottanuco 50 anni fa

Khatchig, una storia armena approdata a Bottanuco 50 anni fa
22 Aprile 2015 ore 14:45

Khatchig Partziguian, nome e cognome. E se nel primo vi è parte del suo difficile inizio (Khatchig in italiano suona infatti come “piccola croce”), la desinenza del cognome lo identifica come armeno. Fra i milioni di storie di questo perseguitato popolo disseminate in ogni continente, quella di Khatchig si incrocia, in particolare, con Bergamo. Ci facciamo raccontare i frammenti della vita-romanzo di quest’uomo dalla figlia Tania Partziguian, oggi stimata neurologa al Papa Giovanni XXIII, anche se chi scrive la ricorda al suo arrivo in Italia, alla metà degli anni Sessanta, una timida bimba con immensi occhi scuri e lunghe treccine biondissime, a fianco del fratellino Filippo e della sorella Nadia. Si chiama Tania, ma secondo un vezzo ricorrente nell’area culturale russa, in famiglia è Tatù. Parliamo qui con le sue parole.

 

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I primi passi nel mondo. Il genocidio armeno porta la data del 1915-1918. Khatchig Partziguian nasce lì in mezzo, nel 1917, a Istanbul, e insieme ad altri figli dell’Armenia rimasti senza padre né madre viene cresciuto in un orfanatrofio a Cipro. Dei suoi genitori, della fine che han fatto, non parla per tutta la sua vita, a nessuno. E nemmeno della sorella Nadia, incontrata per l’ultima volta troppi anni prima che i nipoti ricevano l’annuncio della sua morte, senza che nessuno di loro l’abbia mai conosciuta.

Quel che ha raccontato Khatchig è, invece, di essersi messo in cammino, a diciott’anni, dopo l’orfanotrofio, e di aver raggiunto prima la Siria e poi il Libano, lavorando intanto qua e là, una volta – per dire – riempiendo di tabacco i narghilè per guadagnar due soldi. E narra di aver percorso centinaia di chilometri a piedi, senza mezzi di trasporto, senza denaro, con in tasca solo la sua volontà di vivere.

L’incontro con Elsa. Poi, nel suo peregrinare da apolide, fa tappa ad Asmara (Eritrea, al tempo colonia italiana), città in cui incontra Elsa Cattaneo, una spavalda studentessa diciottenne delle Magistrali, originaria di Bottanuco, arrivata in Africa nel ’39 al seguito della famiglia. La madre di Elsa sentenzia: «Questo è uno venuto dal niente». Ma nulla, tantomeno il buonsenso della tradizione e della famiglia, può opporsi alla testardaggine del loro amore (e alla fermezza di Elsa, in particolare). Si sposano. Però la guerra incombe: Asmara viene occupata dagli inglesi e ogni progetto di vita si fa arduo. Si trova lavoro solo a Khartoum, in Sudan. E bisognerà attendere ancora parecchio prima di tornare in Italia.

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A farlo per prima è lei, Elsa: per cinque anni, a partire dal 1960, si sposta avanti e indietro dal Sudan per cercare una sistemazione in Italia. Intanto la figlia maggiore, Nadia, frequenta un collegio armeno e sarà l’unica della famiglia a parlare la lingua d’origine. Per il padre, che parla correntemente, oltre alla lingua madre, italiano, inglese, francese, conoscere le lingue è un chiodo fisso, e così cerca di trasmettere ai figli questa passione. Non si tratta solo di un interesse culturale, per lui è un sistema utile per sopravvivere, per adattarsi in ogni ambiente. In tarda età si metterà a studiare tedesco da autodidatta e manterrà sempre una grande passione per i vocabolari.

Il ricordo del genocidio (e Bottanuco). Khatchig non parla mai del genocidio, almeno non in termini di rivendicazione. A diciott’anni in Siria si è avvicinato ad un gruppo comunista, ma l’arresto durante un’azione di volantinaggio e l’abbandono da parte di chi gli aveva fatto molte promesse lo allontanano per sempre dalla politica.

Da armeno, ha comunque per tutta la vita un senso profondo della propria storia. A distanza di tanti anni non accetta, naturalmente, che non venga riconosciuta la persecuzione del suo popolo e ha sempre conservato, giorno dopo giorno, il senso delle proprie radici. Non gli importa di avere una patria, nemmeno quando, nel ’65, si trasferisce definitivamente a Bottanuco, nemmeno quando la moglie Elsa prova ripetutamente ad ottenere per lui la cittadinanza italiana: viaggi a Roma, intoppi burocratici, mentre qualcuno gli suggerisce la scorciatoia francese. Ma a Khatchig non importa, va ogni tanto in Prefettura e si fa sempre mettere lo stesso timbro: apolide. Mangia cucina turca ma è cristiano-ortodosso. Ascolta per ore I Pagliacci e Il Rigoletto, Charles Aznavour e un antico canto armeno. Che ancora suona nelle orecchie dei figli. Oggi che lui non c’è più.

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