La dieta del figlio di divorziati e ciò che gli fa davvero male

29 Maggio 2015 ore 08:58

L’Eco di Bergamo e tutti gli altri media hanno dato notizie della triste (molto triste, quasi lacrimevole) storia di un figlio di genitori divorziati che durante la settimana – in casa della mamma – seguiva una dieta rigorosamente vegetariana con punte di macrobiotica, mentre nei week-end col padre pare frequentasse assiduamente un catena di ristoranti che iniziano con Mc e una nonna esperta nella preparazione di polenta al gorgonzola e salsicce. E talvolta con coniglio (notizia non riportata, ma altamente probabile a nostro giudizio).

Ovviamente entrambi gli adulti accusano il coniuge di attentare alla salute del figlio e di aver preso le rispettive decisioni senza interpellare previamente la controparte. La coniuge macrobiotica lamenta inoltre il fatto che al ritorno dai raid nei fastfood e in casa dell’ava il figlio presenti non meglio precisati disturbi di tipo intestinale, forse quelli che i medici di un tempo rubricavano sotto il nome generico di “porchite” (ciunite, o sunite nei dialetti delle valli, italianizzati). Visto vano ogni tentativo di composizione della lite il genitore anticamente denominato “padre” si è presentato in Tribunale per chiedere al giudice di emanare, «in mancanza di accordo fra i genitori, gli opportuni provvedimenti con riguardo al regime alimentare del minore».

Risultato: la madre (il genitore femmina) dovrà mettere in tavola la carne almeno una volta durante la settimana, mentre il padre (vedi sopra) dovrà evitare che ne mangi più di due volte durante il week-end. Non si sa come sia stato affrontato il problema della salsiccia nella polenta e gli equivalenti più diffusi (vasche di ragù nelle lasagne e nei casoncelli, pizze al salame piccante, antipasto di salumi e insaccati misti, ecc.). Né è dato sapere se il figlio si sia dedicato a presentare elaborati sintomi di avvelenamento da carne trita proprio nel tentativo di evitare per almeno un giorno il confronto ravvicinato con le verdure bollite della madre.

Resta altresì da sapere come potrà essere verificata l’ottemperanza al dispositivo della sentenza da parte dei coniugi, non essendo ipotizzabile che il figlio venga seguito da ispettori nel corso dei suoi spostamenti fra una casa e l’altra, né che il medesimo possa esser  costretto a subire interrogatori fiume circa eventuali violazioni una volta rientrato nella disponibilità del genitore assente, e nemmeno che – in tempi tecnologici come i nostri – possa trovarsi al risveglio munito di collare o braccialetto inestirpabile fornito di apposita app in grado di rilevare la presenza di carne cotta entro un raggio, poniamo, di quaranta centimetri dalla bocca e venti dalla mano.

E infine vien da chiedersi: ma il minore è mai stato interpellato in relazione alle sue volontà in fatto di cibo? E, se sì, cosa ha detto?

Ha inoltre verificato il Tribunale cosa accadrebbe nel caso che la signora vegetariana, per evitare che il figlio assuma carne senza al contempo violare alcuna disposizione, gliela presentasse ogni volta confezionata in maniera immangiabile, secondo il metodo seguito dagli inglesi in Africa, che destinavano sì ai prigionieri la razione di carne prevista dalla Convenzione di Ginevra, ma cruda (e talora di cammello)? O se dal canto suo il soggetto ricorrente (l’uomo), ispirato dall’osservazione dell’antico storico greco sulle abitudine dei Persiani («Non siedono a pranzo, come noi, due volte al giorno, ma una sola: dalle dieci della mattina a notte inoltrata») decidesse di far rivivere nella bergamasca la gloriosa tradizione di Sardanapalo & C.?

E ancora: qualcuno pensa davvero – lo diciamo seriamente – che nel quadro sociale riferito il danno maggiore recato alla salute fisica e mentale del dodicenne conteso sia prodotto dalla presenza/assenza di carne nella sua dieta? L’atmosfera di acceso scontro fra genitori che è costretto a vivere non si configura forse come più dannosa alla sua crescita della frequenza con cui potrebbe deliziarsi con un hamburger grondante grasso e formaggio fuso o farsi di appetitosa verdura senza sale e di cereali integrali (a meno che non presenti una violenta intolleranza ai medesimi)?

Il vecchio Ippocrate – l’inventore del termine “Dieta” – non si stancava di ricordare ai suoi pazienti che la salute non dipende eminentemente dal cibo, ma dall’insieme delle abitudini di vita (questo appunto, significa “dieta”, in greco). L’Expo, almeno su questo, può venire in aiuto a quel povero figlio?

 

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