Il pianto della grande montagna

La leggenda della stella alpina

La leggenda della stella alpina
Personaggi 12 Aprile 2017 ore 10:15

Parlare di stella alpina è come parlare di montagna. Il suo nome viene spesso associato alle vette più alte, dove nasce e cresce, spesso incastonata tra le pareti più rocciose. Una volta molto diffusa, ora si è rifugiata nei siti più inaccessibili delle montagne. È un fiore di steppa, le sue origini e il suo centro di maggior diffusione si trovano nell'Asia Centrale, da dove risale sui monti dell'Himalaya fino a 5.400 metri. È particolare per la sua forma a cinque petali vellutati, ricoperti da una bianca peluria, da cui il suo nome. La fantasia popolare ha costruito storie e leggende legate al fascino di questo superbo fiore. Riportiamo quella che troviamo più significativa e coinvolgente.

 

Foto di Angelo Corna

 

Si racconta che centinaia di secoli fa, quando quelle meravigliose montagne, poi chiamate Dolomiti, emersero dalle acque, scesero sulla Terre delle creature magiche. Questi spiriti buoni, fatti di fumo, nebbia, lembi di nuvole e arcobaleno cominciarono a dar forma e vita a fiori, piante ed animali. Comparvero gli abeti, i larici e i pini, che in poco tempo si moltiplicarono e ricoprirono molte zone sotto le pendici di quelle montagne. Le erbe formarono immense distese di prati lussureggianti e i fiori spuntarono nei boschi. Altri ne nacquero sulle rive dei laghi e sugli specchi d'acqua, come le ninfee bianchissime e i nannuferi gialli. Ancora spuntarono le aquilegie, le pulsatille, le peonie e i papaveri alpini. Sotto le rocce nasceva il pino mugo ed i primi arbusti di rododendro. Ogni angolo ebbe il suo fiore e la sua pianta.

 

 

Ma, nel mezzo di tutte queste meraviglie, qualcuno soffriva in silenzio. Era la grande montagna di Lavaredo, che, nuda e spoglia, era tagliata da lunghi camini verticali, spesso ricoperti da ghiacci perenni. La luce del sole rifletteva quelle pareti altissime solo nelle ultime ore delle sera, rendendole di un rosso infuocato. Ma quella carezza del sole non bastava a renderla felice. Osservava dall’alto le fitte abetaie e i prati in fiore, sospirando, pensando che ognuna di queste cose possedeva un fiore! Anche la neve ne possedeva uno, una timida campanula bianca chiamata Bucaneve, che ad ogni primavera sbucava dal manto bianco cercando la luce del sole.

 

 

La grande montagna si intristì: «A cosa serve essere cosi alta e imponente se la natura non mi vuole donare neanche un piccolo fiore? Le mie rocce sono aspre, nude e tristi. Se la terra non si vuole ricordare di me, io mi rivolgerò al cielo!». Quella notte tentò con tutte le sue forze di raggiungere la sommità del cielo, per prendere almeno una stella che adornasse le sue rocce cosi cupe. Invano! Loro brillavano nel firmamento, misteriose e lontane. La montagna era sempre più malinconica e si lamentava con la voce del vento, che sibilava tra le sue cime. Le slavine scendevano a valle e la tempesta scorreva in lunghi rivoli d’acqua, vero e proprio diluvio delle sue lacrime. Udì il suo pianto il vento del Nord e lo riportò alla più bella delle fate: Samblàna, che viveva da millenni negli anfratti delle Dolomiti. Compresa la sua angoscia la fata si levò nell’alto del cielo per cogliere una stellina lucente. Presala delicatamente tra le dita si diresse verso la più alte delle Tre Cime di Lavaredo. La depose tra le rocce, poi la toccò e la trasformò in un meraviglioso fiore stellato dai petali vellutati e bianco come la neve, che chiamò Stella Alpina. Così la grande montagna ebbe anch'essa il suo magnifico fiore! Ora le Stelle Alpine, belle quanto rare, si sono moltiplicate e sono diventate il fiore più amato e ammirato delle Alpi.