Il CEO di Qc Terme

La parola a Andrea Quadrio Curzio L’uomo delle terme di San Pellegrino

La parola a Andrea Quadrio Curzio L’uomo delle terme di San Pellegrino
02 Novembre 2016 ore 06:00

Centomila presenze nel 2015, centocinquantamila quest’anno: le terme di San Pellegrino volano. Sorpreso?
«Personalmente si. Per il primo anno ne avevamo previste 80mila, quindi ne abbiamo registrate quasi il 25 percento in più. Quest’anno invece sapevamo che ci sarebbe stata una crescita fisiologica del 50 percento. In genere le terme vanno a regime tra il quarto e il sesto anno, ma San Pellegrino ha fatto una partenza molto veloce. Evidentemente nella Bergamasca c’era una grande aspettativa».

In effetti il 70 percento dei vostri clienti è bergamasco.
«Durante la settimana arrivano addirittura all’85 percento».

In quanti ritornano dopo la prima volta?
«Mediamente negli altri centri abbiamo una frequentazione di due volte l’anno. Adesso però assistiamo al fenomeno per cui alcuni che sono stati a San Pellegrino vanno a Bormio o a Pre Sain Didier e quelli che sono stati a Bormio o a Pre Saint Didier vengono a San Pellegrino. Vogliono provare la differenza e poi ritornano».

 

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Lei all’inizio non era così convinto del successo di San Pellegrino. Pensava che i bergamaschi e i brembani fossero gente difficile?
«No, perché il posto è bellissimo e ha una chiara vocazione per l’ospitalità. Ma la valle e anche San Pellegrino sono ancor oggi lontane dall’avere una mentalità turistica. Non ci sono i servizi che ci dovrebbero essere».

Quali?
«Sicuramente la strada deve essere migliorata e la variante di Zogno è in programma. Ma tenga presente che San Pellegrino dista dalla rete autostradale 30-40 chilometri e non è poi così difficile da raggiungere. Secondo me, piuttosto, molto dipende dal prodotto e dal servizio: se hai buone attrazioni turistiche e i servizi sono di qualità le persone non badano a venti minuti di macchina in più, se vanno in Antartide non può essere un problema venire in Val Brembana che ha pure l’aeroporto vicino».

Qual è allora il problema?
«Una mentalità ospitale. L’ospitalità è fatta dall’accoglienza delle persone, quindi dalla gentilezza, e dai servizi e dalla bellezza che i turisti trovano. Parlo della qualità dei locali, dei ristoranti, degli alberghi, delle terme, dei negozi. Quanto più il livello è elevato, tanto più la gente ne è attratta. Non è questione di lusso ma appunto di qualità: ci deve essere un servizio che non si trova da altre parti. Uno può anche aprire una trattoria, ma se vuoi che il cliente venga da lontano deve essere un ambiente che non trova vicino a casa, altrimenti non c’è ragione per spingersi quassù. L’agriturismo Ferdy non è di lusso, ma nella sua semplicità è molto ben gestito e i risultati si vedono».

 

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Si riferisce in particolare agli alberghi, giusto?
«Puoi farli anche a tre stelle, ma devono essere evoluti. Se io fisso la colazione dalle 7.30 alle 8.30 perché so che nel fine settimana l’ospite vuole dormire di più e quindi risparmio sulla colazione, non andrò molto lontano. Se l’ospite ti sta a cuore gliela fai fare anche alle 11. Io sono dell’idea che bisogna offrire continuamente stimoli che richiamino gente».

A ristoranti come siamo messi?
«Male. Lo stesso per i bar e i negozi. Serve quello che nel nostro campo si chiama orientamento all’ospite».

Provi a spiegare che cos’è.
«Vuol dire che il turista non è un forestiero da guardare con diffidenza, ma una persona alla quale sorridere e di cui preoccuparsi come un amico o un familiare. Se ti dà fastidio che un altro entri in casa tua perché temi che raccolga i tuoi funghi, beva la tua acqua, ti occupi il parcheggio e rallenti il traffico, questo non è essere orientati all’ospite. Se ogni volta che incroci un turista sei infastidito e col broncio, al posto di preoccuparti di fargli trovare tu il parcheggio e di non farlo stare in coda e di essere contento perché è venuto a bere il cappuccino da te, siamo distanti da una mentalità turistica».

Voi avete promosso incontri in valle con le istituzioni e la popolazione per dire quello che venivate a portare?
«All’inizio sì».

 

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E in seguito?
«Alle associazioni locali abbiamo proposto lo stesso tutor da cui ero andato io per imparare che cosa è il turismo. È un professore di gestione alberghiera dell’università di Perugia ed è stato l’artefice del rilancio della riviera romagnola. Avrebbe potuto dare consigli preziosi per San Pellegrino. Mi risulta che sia stato contattato da due alberghi, gli altri non si sono neanche degnati di andare a sentirlo. Era una consulenza gratuita, l’avevamo pagata noi».

È questo il punto?
«Il punto è se accetti che un altro ti spieghi come gira il mondo».

Mi risulta però che gli albergatori e i negozianti siano contenti del vostro arrivo.
«Certo, gli portiamo gli ospiti senza che abbiano fatto nulla per averli».

Come spiega il fatto che le terme siano frequentate soprattutto da giovani?
«Perché le abbiamo pensate per persone che desiderano qualità di vita e cercano cose belle. In realtà l’età dei nostri clienti è molto ampia, va dai 14 agli 80 anni».

L’età media però è 33.
«32, per la precisione. Alla mattina vengono le persone di una certa età perché hanno più tempo; la sera quelli che di giorno lavorano».

 

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Ci dà qualche consiglio per migliorare l’orientamento all’ospite dei bergamaschi?
«Comincio col dire che il nostro è un lavoro bellissimo, perché avere a che fare con le persone e occuparsi della loro qualità di vita migliora anche la tua. Gli ospiti, soprattutto nelle valli, rappresentano una ventata d’aria fresca, un’occasione di confronto con ciò che non vedi tutti i giorni e questo ti apre la mente, ti abitua a paragonarti con qualcuno che ha esigenze diverse dalle tue. È una grandissima opportunità dal punto di vista culturale. Le valli chiuse sono asfittiche e hanno meno qualità di vita, in quelle più aperte culturalmente e verso l’ospite, vivono tutti meglio. Val Badia e Val Gardena hanno preservato la loro cultura ladina ma l’hanno aperta al mondo. Prima di tutto, dunque, bisogna capire che l’ospite è una risorsa, intellettualmente e anche economicamente, ma questo è l’ultimo aspetto».

Lo slogan dovrebbe essere: aprite la Val Brembana al mondo?
«La prima cosa che mi ha detto il mio tutor, il professore di cui le ho parlato, è stata: “Voi lombardi col doppio cognome mi fate paura: sei leale? sei generoso?”. L’ospitalità è essere leali e generosi. Il turismo non è un’industria in senso stretto, è servizio per il tempo libero. È servire gli altri e questo va fatto con grande dignità».

Ce la farà San Pellegrino?
«Questa è una valle bella. Dal punto di vista urbanistico San Pellegrino e San Giovanni Bianco sono dei gioielli, non sono stati devastati da sviluppi urbanistici folli come è avvenuto in altre zone. Poi sono vicini alle aree urbanizzate e quindi rappresentano i polmoni naturali per il tempo libero delle persone».

 

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Le condizioni ci sarebbero tutte, insomma.
«Le do un dato: i turisti lombardi trascorrono dodici milioni di giornate in montagna all’anno. In Lombardia ci sono nove milioni di abitanti e quindi, mediamente, i lombardi passano una giornata e mezza all’anno in montagna. Ma di queste dodici milioni di giornate, sette le passano in Trentino Alto Adige, che non è proprio sotto casa, tre sulle montagne lombarde e le altre in giro tra Piemonte e Val D’Aosta».

Il paesaggio è diverso…
«Anche, ma se preferiscono il Trentino è soprattutto perché c’è un servizio migliore: il turista va dove trova un servizio di qualità. Il tedesco sceglie la riviera dei limoni e il Garda o va in Romagna perché trova un’ospitalità calda, col sorriso e la voglia di accoglierlo».

Ripeto la domanda: ce la farà San Pellegrino?
«Sono processi un po’ lenti. Il turismo ha una grossa componente culturale di valori e di ideali. Oggi non vedo ancora matura questa consapevolezza e non vedo metabolizzati questi valori. Ce la farà di sicuro, ma è il tempo in cui ce la farà ad essere più incerto».

 

 

La nuova generazione appare più aperta.
«Ci sono belle esperienze che stanno nascendo, penso ad esempio al birrificio Priula. Ma la cosa pazzesca è che qui ci sono le terme e che la San Pellegrino è un brand mondiale che viene cavalcato ancora poco. La San Pellegrino produce 5 milioni di bottiglie al giorno, bisogna andare a New York per rendersi conto di che cos’è. A Manhattan la trovi da 8 a 16 dollari a bottiglia».

Adesso la San Pellegrino ha deciso di ristrutturare lo stabilimento.
«Una cosa bellissima».

Quanti dipendenti avete che risiedono in valle?
«Su 60 che lavorano da noi, 55 sono della zona».

Siete contenti di loro?
«Molto. Qui c’è una grande cultura del lavoro. Il bergamasco però deve sempre fare una parte di fatica fisica, altrimenti gli sembra di non aver lavorato, se gli dai un compito intellettuale gli viene il dubbio che ci sia sotto qualcosa che non va, che abbia buttato la giornata. Quando abbiamo aperto ho preso part-time un impiegato amministrativo, faceva quattro ore al giorno e ogni volta, prima di andare via, diceva: posso fare ancora qualcosa? Alla fine l’ho assunto. E per non farlo sentire inutile gli facciamo portare anche la legna. La gente di qui lavora in modo incredibile, appassionato. Mi viene in mente il paragone con altre zone… No, questo non lo dico…».

Possiamo farcela, quindi.
«L’unico difetto che ho riscontrato nei brembani è che sono un po’ (batte sul tavolo, ndr) di coccio. Però che gente buona! Quando c’è stato il terremoto mi hanno chiesto se potevamo fare qualcosa per aiutare Amatrice. È gente che aiuta, generosa. Il bresciano è molto più furbo, commerciale. Lo dico per esperienza».

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