La posta degli amori sfigati Ma quanto soffre una madre

06 Gennaio 2018 ore 09:30

Cara Alba,
Tutti abbiamo sofferto per amore. Chi più, chi meno. E lo accetto. Anche se ho appena compiuto 51 anni, accetto l’ipotesi che soffrirò ancora, forse. Il problema è che qui non voglio parlare di me, ma di mio figlio. Che a 23 anni si trova con il cuore spezzato dalla ragazza che amava. Anzi, che ama. È scuola di vita, è la porta in faccia che tutti prendiamo prima o poi, lo so. Ma non lo sopporto. Non è perfetto, ma è mio figlio. Ed è un bravo ragazzo. E non merita di versare le lacrime che sta versando ogni sera in camera sua pensando che non lo senta. Davanti a me sorride a denti stretti. Mi dice che è tutto ok. Da quando mio marito, suo padre, ci ha lasciati quattro anni fa, lui si è caricato casa sulle spalle con un coraggio e una forza inauditi per un ragazzo della sua età. E per la prima volta da allora, sentendolo piangere di nascosto quando torna da lavoro e si chiude in stanza con la scusa di studiare per l’università, mi ricordo di essere in primis una madre e non solo una vedova precoce. Mi ricordo che il mio compito sarebbe quello di spiegargli che è normale, purtroppo, che qualcuno ci spezzi il cuore e dirgli che se mai un giorno dovesse essere lui a farlo a qualcun altro, pretendo che lo faccia con il rispetto di chi ha amato. Mi ricordo che non è mai troppo tardi per dimostrarmi forte ai suoi occhi, anche se per troppo tempo non lo sono stata. Ma non riesco. Perché piango anche io davanti all’ennesima inutile dimostrazione di ingiustizia della vita. Lui, che a 23 anni ha già perso tanto, non merita di provare anche la sofferenza più banale e crudele che ci sia al mondo, quella provocata dalla fine di un amore. So che passerà, che incontrerà u n’altra ragazza e si innamorerà di nuovo, che magari verserà altre lacrime, di gioia o dolore. Ma, mi chiedo: è giusto che io attenda, inerme, che tutto accada senza riuscire ad essere madre di nuovo e non solo un insieme di cocci di una madre che fu?
Con dolore,
Stefania

 

Cara Stefania,
c’è una grossa differenza tra soffrire e vedere soffrire. La maggior parte delle volte pensiamo che essere spettatori, più o meno paganti, di una qualche infelicità faccia di noi un pubblico attento ma distante, dei buoni consiglieri, lucidi e logici. Ma, nel tuo caso, non è così. Poter solo immaginare il dolore di tuo figlio è tutto il contrario di una consolazione. Vuol dire fidarti dei suoi “sto bene” e non crederci per niente. Voglio pensare che sia questo l’aspetto più onesto dell’amore. Non sapere quanto fa male un pugno a una persona amata, fa male come prenderlo. Per assurdo, anche peggio. Chi sperimenta una ferita sa quantificare il dolore; chi ama, è costretto a immaginare tutto. Forse, l’unica cosa che vorresti poter fare è prendere tutta la sua sofferenza e smaltirla al suo posto. Mi chiedi se sia giusto aspettare immobile. Forse è giusto, ma è anche l’unica cosa possibile. Solo il tempo, sempre lui, mette le cose al loro posto. A 23 anni tutto va veloce e la forza in corpo è tanta. Bisogna vivere, vivere e vivere. Tuo figlio ha tutti gli strumenti per voltare pagina e un pianto per amore in gioventù è solo segno di salute, una caduta che rende la strada più interessante e la struttura dell’animo più vissuta e seducente. Vedrai che, con una madre come te, tuo figlio ha tutta la forza che serve per stare meglio. Forse la sua storia con la ex è un amore sfigato. Il vostro, invece, è un amore fortunato.
Alba

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