Funeral planner e fotografa

Lisa, la “ragazza dei cimiteri” che veste i morti chiedendo loro scusa

Fin da quando era bambina ha conosciuto il ruolo del necroforo, mestiere che suo padre svolgeva «con grande amore» e da cui ha preso la sua passione. Fotografa di arte funeraria, definisce il cimitero la sua seconda casa

Lisa, la “ragazza dei cimiteri” che veste i morti chiedendo loro scusa
Bergamo, 23 Maggio 2020 ore 12:36

di Heidi Busetti

Alla domanda «che lavoro fai?», lei risponde: «Lavoro con la morte». Lisa Martignetti, trentottenne residente a Bergamo, è una donna eccezionale nel vero senso della parola. Fin da quando era bambina ha conosciuto il ruolo del necroforo, mestiere che suo padre svolgeva «con grande amore» e da cui Lisa ha preso la sua passione. Fotografa di arte funeraria, definisce il cimitero la sua seconda casa, un luogo «estremamente potente, perché – spiega – se qui c’è la vita, nel camposanto c’è l’eternità». Ha molti tatuaggi sulla pelle, ma due in particolare colpiscono: una piccola croce sul dito medio della mano destra e un cuoricino sul dito medio della sinistra. Rappresentano la Vita e la Morte, collegate dai mediani, in un flusso continuo. I suoi alberi preferiti? Ovviamente i cipressi, eleganti come pochi nello svettare verso il cielo. E da tutti, più che come Lisa, è conosciuta come “la ragazza dei cimiteri”.

Lisa, com’è la morte?

«La morte… personalmente la immagino bellissima. E contrariamente a molti, nei mesi del Covid-19 l’ho pensata a combattere sul fronte per difendere anime che le appartenevano e avrebbero dovuto vivere di più. Nei mesi scorsi abbiamo visto degli eroi: dai medici ai farmacisti, dai camionisti di generi alimentari alle donne delle pulizie negli ospedali… tutti abbiamo lottato per la vita. E anche lei, a mio avviso, ha combattuto contro il virus perché stava strappando delle vite prima dell’ora stabilita dalla morte».

Lei che ruolo ha svolto nei mesi del Covid?

«Esattamente questo: sostenere le persone. Ho ricevuto molte telefonate per conto di un’azienda funebre per la quale lavoravo, e nell’emergenza io ero la voce. Ero il primo filo conduttore. Chiamavano, rispondevo al telefono e da lì partiva il servizio. Conosco alla perfezione il tono della voce spezzato da un lutto, lo riconosco al primo secondo. Quell’inflessione nel pronunciare il mio nome, prima di iniziare il discorso. Io che sono una che ama il contatto, in quel momento ho sofferto perché il contatto mi è stato necessariamente vietato. D’altronde non si poteva fare altrimenti».

Una donna nel mondo dei necrofori. È una novità…

«La questione è un po’ spinosa. Il problema principale è che questo lavoro viene visto da sempre come esclusiva maschile, mentre una donna potrebbe essere una figura complementare».

In che senso?

«Quando io arrivo porto con me l’empatia e la sensibilità femminile, necessarie per affrontare una situazione delicata. Dopo le condoglianze, per esempio, lascio il tempo ai famigliari di mostrarmi il corpo del defunto senza alcuna fretta. Chiedo come vogliono che vesta il loro caro, parlando al plurale: cosa gli mettiamo? È come se in quel momento io facessi parte della famiglia. Oppure: che fotografia scegliamo? Nel 90 per cento dei casi scelgono la fototessera, io li invito a cercare una foto nella quale il defunto sorrideva, così da ripercorrere preziosi ricordi».

La sua figura diventa quindi una presenza rassicurante…

«Io sono donna, e come tale non sono adatta per sollevare le bare o lavare il carro funebre, né svolgere mansioni più “maschili”. Però sono perfetta per consolare, sono disegnata per alleviare il dolore, confortare nel momento della perdita. Quando vesto un corpo, parlo al defunto. Gli chiedo scusa quando lo giro come se temessi di fargli male, mi muovo con delicatezza, lo vesto come fosse qualcuno che conosco davvero. E aiuto la famiglia nel panico: divento una guida per chi non sa da che parte orientarsi».

L’intervista completa a pagina 6 del numero di PrimaBergamo in edicola fino al 28 maggio, oppure sull’edizione digitale QUI.

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