Parla Danilo Agostini

«La sapete una cosa? Fare il pastore è un dono»

«La sapete una cosa? Fare il pastore è un dono»
Personaggi 14 Giugno 2015 ore 18:30

Negli ultimi anni si è molto discusso di un ritorno ai mestieri antichi, quelli che sono iscritti nell’albo d’oro della tradizione. La crisi economica è certo una delle cause che hanno rafforzato la tendenza, ma non è la sola: c’è anche il desiderio di tornare a una vita meno legata alle tecnologie e più legata alla natura. Ciò non significa abbandonare i ritmi incalzanti delle metropoli per scegliere i tempi lunghi e riposanti della campagna, tutt’altro: lavorare con e nella natura è una delle imprese più impegnative che, ancora oggi, l’uomo possa affrontare.

Lo sa molto bene il pastore transumante Danilo Agostini, che del suo lavoro dice: «Questo è uno di quei mestieri che si ammalano, ma non muoiono mai». Ci sono molti giovani, infatti, che hanno scelto di dedicarsi alla pastorizia, segno che la tradizione continua a vivere. Soltanto chi ama davvero questo mestiere, tuttavia, può aspettarsi di resistere a difficoltà e sacrifici. Memore della sua esperienza personale, Agostini spiega che fare il pastore non è una decisione che si può prendere a cuor leggero. I bisogni del gregge sono spesso imprevedibili e ci si deve adattare a orari e condizioni molto duri. Raramente un pastore sa quando potrà rientrare in paese, perché può capitare all’ultimo momento che un animale si ammali, o che una pecora stia per partorire. Si resta lontani da casa per lungo tempo, si dorme spesso all’addiaccio e le permanenze in famiglia sono molto brevi. Se non si è più che motivati, dunque, è meglio scegliere un altro mestiere. «Si deve sentire, è un dono, una passione. Bisogna saper capire la natura, rispettarla, farne parte», sostiene con calore Agostini, che ha cominciato a fare il pastore fin da quando era bambino, quando accompagnava suo padre sugli alpeggi. La sua famiglia svolge questa attività da ben quattro generazioni, o meglio cinque, visto che il figlio di Danilo Agostini, Michele Agostini, 26 anni, ha deciso di seguire le orme del padre. Ha infatti un suo gregge e gestisce il piccolo macello di famiglia. Le pecore che accudiscono padre e figlio sono tutte della razza gigante bergamasca.

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L’antica arte della transumanza. La pastorizia transumante è stata appena sfiorata dalle innovazioni scientifiche. Continua a essere praticata nello stesso modo in cui la si svolgeva millenni fa, con la differenza che una volta si poteva usare solo l’asino come “mezzo di trasporto”, mentre oggi ci si può avvalere anche delle jeep. Per il resto, nulla è cambiato: il pastore con il suo gregge si sposta lungo itinerari ben precisi, anche questi già disegnati da generazioni di pastori precedenti, e in armonia con il corso delle stagioni. La “legge” della transumanza impone una ciclicità che si fonda sulle trasformazioni della natura. In inverno, quando i campi sono gelati e gli alberi spogli, il gregge rimane in pianura. In primavera, i campi lasciati a maggese vengono arati e seminati dai contadini e dunque non sono più aperti alle greggi, ma nemmeno le montagne offrirebbero abbastanza cibo agli animali, dal momento che non sono ancora rinverdite. Agostini ci racconta che, in questo periodo dell’anno, i pastori si dirigono allora verso i lunghi fiumi delle valli bergamasche, sulle cui sponde le pecore riescono a mangiare arbusti e rada erba. Rimangono nella regione dei fiumi per circa quaranta giorni, tra la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera sulle montagne. A questo punto, il pastore può finalmente dirigersi verso gli alti pascoli montani, dove rimarrà per tutta l’estate: è la fase che prende il nome di monticazione. Alla fine della bella stagione, avverrà invece la demonticazione, cioè la discesa lungo le valli, fino in pianura, dove si attenderà l’arrivo della prossima primavera. Ogni pastore ha degli itinerari usuali e delle zone in cui è abituato a fare pascolare i suoi animali: si chiamano battìde, nel gergo gaì, il linguaggio speciale parlato dai pastori bergamaschi e bresciani. Il signor Agostini, ad esempio, segue preferibilmente parte della via della Francia Corta. In estate rimane sugli alpeggi e poi si sposta verso Crema, dove scende all’inizio della stagione fredda. La città viene attraversata di notte, per non recare disturbo ai cittadini e per non spaventare il gregge. Come sempre, tutto avviene nel pieno rispetto di uomini e animali.

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Le difficoltà. Se i tempi moderni hanno poco cambiato l’arte della pastorizia, hanno tuttavia introdotto dei problemi nuovi e non di poco conto. Danilo Agostini ce ne racconta qualcuno. La creazione di parchi lungo il corso dei fiumi bergamaschi, pur essendo realtà indubbiamente importanti per la tutela dell’ambiente, hanno ostacolato gli spostamenti delle greggi. «Bisogna però ringraziare la Regione Lombardia, che ultimamente si è mossa per aiutare i pastori», riconosce Agostini. Se la questione dei parchi potrebbe essere risolta grazie alla mano fornita dalla Regione, è pur vero che i movimenti delle greggi in zone abitate o frequentate dall’uomo non sono sempre ben graditi, «perché per la maggior parte delle persone la natura è bella finché la si osserva in fotografia o da lontano», commenta Danilo.

In pianura, dunque, il pastore deve prestare attenzione a non intralciare la vita cittadina e deve stare attento, purtroppo, ai ladri di bestiame, ancora in circolazione. Quanto torna in montagna si aspetterebbe di trovare la tanta agognata pace e serenità, promessa dalla vista a lungo attesa della natura di nuovo in fiore. Invece, deve stare attento agli animali selvatici, come orsi e lupi, che sono stati recentemente reinsediati sui monti e che hanno già attaccato delle greggi. «Un tempo il pastore in montagna si riposava, poteva rilassarsi. Oggi invece deve dormire con un occhio aperto e uno chiuso, anche sui monti, sempre. Ma anche noi abbiamo diritto di riposare», afferma amaramente Agostini. E aggiunge: «Purtroppo questo problema non può risolversi attorno a un tavolo. Perché pecore e lupi non si sono mai sposati, è un dato naturale che non si può cambiare».

Oltre alle difficoltà imposte dalla convivenza con la vita moderna, bisogna anche affrontare gli spiacevoli problemi economici. La lana delle pecore, ad esempio, non è più richiesta. Nel 1960 un chilo di lana valeva mille lire, oggi vale soltanto venti o trenta centesimi, perché è stata sostituita dalle fibre sintetiche. In questo modo, la tosatura degli animali fa registrare una perdita, nel libro mastro dei pastori. Così, molti di loro, anziché eseguirla due volte all’anno, come si dovrebbe, la fanno solo una volta, per potere risparmiare.

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Gli aspetti positivi. Tra le tante difficoltà non mancano però gli aspetti positivi, resi possibili dal contributo e dal lavoro di molti. Innanzitutto, va citato il Festival della Pastorizia, organizzato a Bergamo l’anno scorso, e per cui vanno ringraziati il Comune, gli enti locali e l’Associazione dei Pastori Lombardi, il cui presidente è Tino Ziliani. Durante l’evento i pastori si sono radunati sulle Mura Venete con le loro greggi, proprio come facevano una volta, quando il ritorno in pianura coincideva con il ritorno in città. L’occasione è stata particolarmente preziosa anche perché ha permesso ai bambini di osservare e imparare cose nuove. Questo aspetto sta particolarmente a cuore a Danilo, che vorrebbe che i più piccoli conoscessero gli aspetti tradizionali della vita, il retaggio delle loro famiglie, «perché per fare il nuovo serve il vecchio». Il pastore, come molti altri, spera vivamente che l’evento possa ripetersi anche quest’anno.

Un’altra, importantissima, nota positiva è costituita dal ritorno della carne di castrato sui tavoli bergamaschi, grazie all’impegno di alcuni ristoratori, come il Ristorante da Mimmo, l’Osteria Gigianca e il Ristorante Collina, ad Almenno San Bartolomeo, che sono riusciti a riportare all’attenzione di noi consumatori una carne forte e saporita, un piatto fondamentale della tradizione che, per lungo tempo, non è più stato apprezzato. Agostini ricorda con piacevole stupore che durante la stagione invernale il Ristorante da Mimmo richiedeva un animale a settimana; ciò lascia immaginare il successo riscosso dal piatto. Per molto tempo, purtroppo, la carne di pecora è stata trascurata, forse per il suo sapore non convenzionale, e i pastori riuscivano a venderla soprattutto rivolgendosi al mondo musulmano, che invece ne fa largo uso. Eppure, in passato la razza gigante bergamasca era nota proprio per la produzione di castrati e veniva addirittura venduta ai migliori ristoranti francesi, fin dal Settecento. Oggi si sta cercando di riportarla in auge, anche grazie al contributo di Slow Food. Speriamo che tanti sforzi e tanta passione possano produrre i frutti sperati, nell’interesse dei pastori e di tutti, per un’integrazione più consapevole e equa tra natura, tradizione e alimentazione.