Le è stato dedicato pure un film

La triste storia di Evelyn Nesbit la prima top model della storia

La triste storia di Evelyn Nesbit la prima top model della storia
Personaggi 26 Gennaio 2016 ore 16:20

Per conoscere colei che qualcuno definì la prima top model della storia e addentrarsi nelle scandalose vicende che ne marcarono a fuoco l’esistenza, bisognerebbe tirare indietro le lancette degli orologi e intraprendere un viaggio attraverso l’Atlantico, fino ad arrivare alla New York di inizio Novecento. Fu in questa città che, nel 1901, dopo un’infanzia trascorsa a Pittsburgh nel segno della difficoltà e della miseria, Evelyn Nesbit si trasferì con la madre e il fratello minore. Lì, appena sedicenne, giocò con decisione la sua unica carta: la bellezza. Il suo fascino acerbo e conturbante rappresentò così il lasciapassare a una nuova condizione di successo e ricchezze, attraverso cui risalì presto la curva di una parabola destinata ad una altrettanto rapida caduta nell’abisso.

 

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Arrivò fino a Broadway. Il suo titolo di top model ante litteram si deve al fatto che fu tra le prime indossatrici a posare di fronte all’obiettivo fotografico, nel periodo in cui questa nuova figura prese piede nel mondo della moda Oltreoceano. Ma la sua vera affermazione nel panorama newyorkese ebbe inizio sui palcoscenici di Broadway, quando fu ingaggiata dal produttore del musical di maggiore successo del momento, Floradora. Era la più giovane delle “ballerine spagnole”, ma anche quella cui presero ad essere più frequentemente recapitati nei camerini mazzi di rose e galanti biglietti di invito.

Gli spasimanti. Il primo a cui concesse di essere accompagnata in innocenti gite domenicali, sotto l’occhio vigile della madre, fu un anziano miliardario dalla chioma brizzolata, James A. Garland, che guidava le due donne in escursioni lungo l’Hudson a bordo del proprio yacht. Garland, tuttavia, scomparirà presto di scena, perdendosi nel numero dei suoi spasimanti. Fu ad un’altra figura, ben più decisiva negli intrecci di questa vicenda, che la massa di capelli bruni e il sorriso pieno di malizia di Evelyn non tardarono a farsi notare: quella di un brillante architetto pieno di immaginazione cui, sebbene il suo nome sia oggi quasi del tutto dimenticato, si deve almeno in parte la fisionomia della città di New York così come oggi la conosciamo. Il suo nome è Stanford White e non farà una bella fine.

 

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La relazione con White. Come lo descrive Augias nel suo saggio storico I segreti di New York, White era professionista brillante, dai gusti eleganti e ricercati e amava collezionare oggetti d’arte di gran pregio provenienti dall’Europa, di cui affollava i suoi immobili sparsi per la città. Fu in uno di questi, una palazzina al 22 Ovest della ventiquattresima, dove Evelyn Nesbit si recò su invito dell’uomo. In questo luogo pieno di dipinti e suppellettili, dove la luce del giorno era oscurata da pesanti tendaggi color cremisi, White invitò la ragazza a un gioco erotico pregno della sua estetica morbosa, quello di essere spinta su un altalena di velluto con oscillazioni sempre più forti, così che lei potesse colpire col suo piedino un ombrello di carta giapponese issato al soffitto della stanza. Questo l’emblematico inizio di una relazione possessiva in cui Evelyn Nesbit perse ovviamente la sua innocenza, nonché la scena principale di uno dei film che si inspirano alla sua vita, L’altalena di velluto di rosso (1955), appunto.

 

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Benché difficile a credersi, White sarebbe risultato una persona sobria ed equilibrata, se paragonata a colui che lo soppiantò nel ruolo di amante della ragazza, Harry Thaw. Proveniente da una famiglia di inestimabile ricchezza, Thaw aveva manifestato fin da bambino un’indole disturbata, cui si erano aggiunti con l’età matura stravaganze sessuali e l’uso abituale di cocaina. Questo aveva indotto la sua famiglia alla decisione di diffidarlo dal disporre del proprio patrimonio, ma non dissuase Evelyn dall’intraprendere con lui un viaggio in Europa di lusso senza freni, dopo il quale i due si sposarono. In quest’occasione Thaw venne a conoscenza della relazione di Evelyn con White, un uomo verso il quale Thaw già peraltro nutriva profonda avversione, tanto da soprannominarlo “La Bestia”. Figuriamoci l’impressione che su questa mente fragile suscitarono i dettagli dei loro incontri. Eccitazione e gelosia presero a girare in lui vorticosamente. Nel frattempo, la vita coniugale palesò definitivamente la natura schizoide dell’uomo, che alternava verso la moglie atteggiamenti di premura ad atti brutalità, come quello di fustigarla a sangue con una collezione di preziosi scudisci. Il culmine del parossismo venne raggiunto quando la figura di White riprese misteriosamente a fare la propria comparsa in occasione delle uscite della giovane moglie: prima in un ristorante quando i due erano fuori con amici, poi nella sala d’attesa del medico di Evelyn. Infine si incontrarono nello stesso teatro ad assistere a Mamzelle Champagne. Fu durante la recitazione dell’aria principale dello spettacolo che Thawn si alzò, si diresse al tavolo di White e gli sparò tre colpi in pieno volto, di fronte gli occhi sbalorditi degli astanti.

 

[Frammenti del film]

 

Il processo. A questo impressionante fatto di sangue, seguì un lungo processo durante il quale risultò decisiva la testimonianza di Evelyn, che si presentò in aula vestita da educanda per enfatizzare i dettagli anomali della sua relazione con White e facilitare un verdetto clemente. Il suo compenso da parte della famiglia Thaw per tale disponibilità sembra ammontasse a 1 milione di dollari. Ma se la giuria si decise per risparmiare l’uomo dalla sedia elettrica e lui se la cavò con qualche anno da trascorrere all’interno di un manicomio criminale, Evelyn venne liquidata con un compenso ridicolo di soli 15mila dollari. E poi? Seguirono anni di disperazione, all’insegna di morfina e alcool, prostituzione e gioco d’azzardo, arresti e numerosi tentativi di suicidio. La donna che fu al centro dei casi più celebri della New York del secolo scorso, visse gli ultimi anni della sua vita sommessamente per poi morire a Santa Monica nel 1967.

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