Il dinamitardo Cesidio Perruzza

L’albero del Rockefeller Center e il suo sconosciuto papà ciociaro

L’albero del Rockefeller Center e il suo sconosciuto papà ciociaro
25 Dicembre 2015 ore 06:40

Cesidio Perruzza, italiano e immigrato, se ne sta in piedi in un cantiere edile, una specie di cratere spalancato sotto il cielo dicembrino. È la Vigilia di Natale, anche se l’anno è il 1931 e, in un anno così, sono in pochi a potere festeggiare. Ma Perruzza e i suoi compagni, una cinquantina di operai, sono andati a Midtown Manhattan per ritirare la paga della settimana e sono ben contenti di avere lavorato. In cuor loro ringraziano un signore che di cognome fa Rockfeller. È per lui che hanno trivellato la terra, preparando il terreno per il gigante di acciaio che sarà costruito da altri.

 

 

L’origine dell’albero. Se ne stanno in fila, gli operai, e ogni tanto danno un’occhiata all’albero natalizio che hanno addobbato. I rami portano il peso leggero di ghirlande, di festoni, ma ci sono anche gli involucri delle gomme da masticare e i fili di alluminio presi dai detonatori che gli uomini hanno usato per sgombrare il terreno. Hanno usato quello che avevano, cose povere, gli scarti del mestiere. Del resto, quell’abete di Natale deve essere un inno di gratitudine, e di gioia. L’albero in questione sorgeva solitario da uno strato di roccia vicino all’estremità orientale del blocco centrale del cantiere. Il primo ad averlo visto è stato un certo Cesidio Perruzza, è stata sua l’idea di prenderlo e addobbarlo, per fare festa. Oggi, il nipote di Cesidio Perruzza, Steve Elling, racconta al New York Times che sono in pochi a conoscere le origini dell’enorme albero natalizio che oggi abbaglia i newyorkesi e entusiasma i turisti. La storia, infatti, è stata tramandata da padre in figlio, come un racconto di Natale, bello e vero.

 

 

Da Frosinone a New York. Cesidio Perruzza era nato negli anni ottanta dell’Ottocento a San Donato Val di Comino, un paese di contadini in provincia di Frosinone. Aveva la terza elementare e a vent’anni, nel 1901, si era imbarcato verso gli Stati Uniti in cerca di lavoro. Era stato assunto come scavatore e dinamitardo, ma era un mestiere pericoloso, non solo per le esplosioni. Spesso, infatti, gli italiani immigrati in America lavoravano alle dipendenze di supervisori irlandesi molto duri. Non era una vita facile. Perruzza, come molti altri italiani, sgombrò l’intera Manhattan Island per fare posto alle Nazioni Unite, alla metropolitana di Sixth Avenue, al Madison Square Garden. E, ovviamente, al Rockefeller Center, a cui regalò anzitempo l’albero di Natale. «Ha imparato piccoli mestieri, e nel frattempo ha osservato e ha lavorato. Ha imparato a conoscere le vene della roccia», racconta Josephine Perruzza Elling, che a novant’anni è la più giovane dei dieci figli avuti da Cesidio.

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Morirono nel Massachusetts. Cesidio si era sposato in Italia con Gerarda Cucchi, una ragazza di sedici anni. All’epoca lui ne aveva diciannove. Era partito per primo e, col tempo, era riuscito a spedire alla giovane moglie, incinta, un biglietto di prima classe per il suo viaggio. «Mia madre non sapeva come fosse l’oceano», dice Josephine Elling, «non sapeva cosa fosse il gelato, era una contadina». La coppia non tornò mai indietro. Comprarono una casa a Brooklyn e crebbero sette dei dieci figli nati dalla loro unione, quelli che sopravvissero. Josephine ricorda che facevano il vino in cantina e che i suoi fratelli andavano talvolta a lavorare con il padre, ma non eseguivano mai i compiti più pesanti. A quelli ci pensava sempre Cesidio. Perruzza lavorò fino a settant’anni, tanto che il giornale The Daily News gli dedicò un articolo intitolato: Come essere un dinamitardo a 70 anni: evitare sbornie. Poco dopo, tuttavia, Perruzza andò in pensione per prendersi cura della moglie malata. Entrambi morirono nel Massachusetts nel 1972, dove si erano trasferiti in seguito a una rapina subita nella casa di Brooklyn.

 

Rockefeller Center Tree

 

L’albero di Natale del Rockfeller Center è stato illuminato mercoledì 2 dicembre. Come ogni anno, ha attirato l’ammirazione dei passanti, causato ingorghi e, in generale, suggerito ancora una volta che “gli Stati Uniti sono grandi”. Per amor di verità, però, qualcuno ha pensato in cuor suo che sono diventati grandi anche grazie al lavoro dei “piccoli”. Come l’italiano che donò all’America il suo albero più bello.

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