Il maestro Rocchetti

L’arte di essere padre (e karateka)

L’arte di essere padre (e karateka)
Personaggi 04 Aprile 2017 ore 10:01

«Il primogenito è Michele, ma tutti quanti lo chiamiamo Mik. Ha fatto karate fino ai diciotto anni. Poi un giorno viene a casa e dice: “Ho deciso. Vado in Seminario”. Ma no Mik, aspetta un momento, devi fare l’università, un po’ di pazienza. Niente da fare, testa dura. Due anni a Roma, adesso è don Michele in una parrocchia in provincia di Cremona e lo vedo felice. Il secondo invece è Francesco, ma tutti quanti lo chiamiamo Cek. Anche lui ha cominciato a fare karate da piccolissimo. È campione europeo, secondo ai Mondiali, ed è l’unico nella storia della Coppa Shotokan a vincere entrambe le discipline, kumite e kata. Lui è sposato con Alma, ma tutti quanti la chiamiamo Almish. Anche lei è cintura nera. Si sono conosciuti in palestra, naturalmente. Cek e Almish hanno una figlia di tre mesi, e così sono diventato anche nonno. Poi c’è la terza, è Irene, ma tutti la chiamiamo Iren. Ha cominciato a fare karate che aveva otto anni. Con lei è stato un po’ più difficile. A quattro la metto coi piedi sul letto e le faccio vedere qualche mossa. Quindici secondi e si mette a piangere disperata. Allora la iscriviamo a un corso di danza, ma un giorno viene e mi dice: “Papà, mi sono decisa per la palestra e per il karate”. L’anno scorso ha vinto il titolo italiano di kata. Sta studiando psicologia, è molto brava. Il quarto figlio, l’ultimo, è Alberto, ma tutti quanti lo chiamiamo Bebo. È il più piccolo di casa. Piccolo, poi, mica tanto: mi ha già superato di qualche centimetro».

 

I figli di Cesare: Irene, Francesco, Alberto e Michele.

 

L’arte di essere padre. Con la ragione e il sentimento. Senza dimenticare il talento e la disciplina. Questa è la storia di Cesare Rocchetti, «ma tutti quanti a casa mi chiamano Aba perché a un certo punto, nella Bibbia, Gesù si rivolge al suo papà chiamandolo Abbà, deve essere greco antico o aramaico, non me lo ricordo, e allora per prendermi in giro i miei figli hanno deciso di chiamarmi così, come a dire padre supremo in un modo un po’ scherzoso». Questa è la storia di un padre normale, eccezionale come tutti i padri, che ha fatto della felicità la sua ragione di vita. Ha 54 anni, vive a Caravaggio. Di giorno è consulente informatico. Fa siti web, ripara pc, assiste i clienti. Ha un ufficio al piano di sotto, scende le scale ed è già arrivato al lavoro. Gli orari li decide lui, e questa è una bella fortuna.

Così, la mattina molto presto e anche la sera, Cesare veste i panni del maestro di karate. Insegna in tre palestre, due a Caravaggio (per i piccolini e per gli adulti) e una a Castel Rozzone. Insegna a non mollare mai, insegna con passione. E lo ha fatto prima di tutto con i suoi quattro figli. «In palestra non sanno mai come chiamarmi. Aba è troppo da un verso e si vergognano, maestro lo è per un altro. Allora fanno versi tipo “ehm, ahm, mmm”, e io capisco che devono dirmi qualcosa». Il karate nella vita di casa Rocchetti c’è sempre stato. A parte Mik, i figli di Cesare fanno lezione insieme a lui. «Non riesco a immaginare la mia settimana senza il karate. Come non riesco a immaginarla senza la mia famiglia. Non è solo bianco o solo nero, è tutto un insieme. Un intreccio di cose, di destini, di pezzi che si sono fusi in u n’unica grande vita. Ho smesso di fare le gare quando è nato Cek. Ero in Nazionale, forse potevo fare di più. Chi lo sa. Poi lui è diventato un campione, e sono fiero. Il mercoledì mi alzo alle 4 e vado a Milano a fare allenamento nella palestra di Iroshi Shirai, giapponese, ottant’anni, l’uomo che in pratica ha portato il karate in Italia. Ci vado con Gianni Sudati che è stato il mio primo maestro e adesso ha ottantaquattro anni. Alle 8 sono nel mio ufficio».

 

Francesco con il padre e il maestro Shirai.

 

Questa è la storia di un padre qualunque, eccezionale come tutti i padri. E ovviamente dietro c’è sempre una moglie che tiene insieme tutto quanto e che porta avanti ogni singolo aspetto con una pazienza infinita: «Lei si chiama Elisa e io la chiamo Elisa, ma tutti quanti a casa la chiamano Mammish. È l’unica che non fa karate. Ci segue, fa il tifo, partecipa attivamente. Ma abbiamo deciso all’unanimità che lei non sarebbe mai andata su un tatami. Se una famiglia di sei persone va in palestra, poi chi lava e stira e fa da mangiare? Mammish è il punto focale della nostra casa. Senza di lei saremmo persi. Ci ritroviamo sempre a cena tutti insieme e per noi è bellissimo, è un momento di grande condivisione».

Anche quest’anno, per la festa del papà Mik, Cek, Iren e Bebo - oh, d’altra parte si chiamano così - hanno progettato una sorpresa, un pranzo, una piccola festicciola. «Sì, ogni volta mi fanno una sorpresina. L’anno scorso mi hanno regalato una giornata in uno di quei centri benessere che vanno tanto di moda. Un pacchetto per due persone. Bene, dico io, adesso decido con chi andare. Elisa ha minacciato di non parlarmi più e allora ci sono andato con lei», ride Cesare.

 

L'inizio del Club karate Caravaggio.

 

Questa è la storia di un padre che è anche un maestro. Di tecnica e di vita, non necessariamente in quest'ordine. Quattro cinture nere per casa non è roba da poco. «Io con il karate ho iniziato a dieci anni per un problemino al cuore, un piccolo soffio, niente di grave. Un medico disse ai miei genitori che fare uno sport mi avrebbe aiutato. All’epoca balbettavo pure e a dieci anni se balbetti è difficile integrarsi con gli altri bambini. Era il ’72, a Caravaggio c’era questo corso di karate e mi iscrissi. Provo, dissi. La disciplina mi è servita. E nel frattempo sono già passati quarantaquattro anni. Da ragazzo ho fatto moltissime gare, negli anni Ottanta sono diventato anche campione italiano ma il giorno della medaglia non me la ricordo nemmeno. Però mi viene sempre in mente quando mi hanno rotto il naso. Ero steso sul tappeto, il medico mi si avvicina e mi dice: “Lo faccio qui o negli spogliatoi?”. Boh, dico io, va benissimo qui. Allora quello prende due monete da 100 lire e mi raddrizza il naso con un colpo. Vi siete mai rotti il naso? Ecco, fa un certo male. Mi sono sposato presto, a trentatré anni avevo già due figli. Poi è arrivato Cec e allora ho lasciato l’agonismo, le gare e anche la maglia azzurra. Avrei dovuto girare tutta l’Italia. Non me la sentivo. Pentito? Non scherziamo. I miei figli hanno vinto più di me e la cosa mi dà un certo orgoglio. Quando Cek ha vinto la Coppa Shotokan è stato incredibile. Mi ricordo il suo sguardo e il saluto dal podio. Bellissimo. E questo non intacca minimamente il rispetto dell’autorevolezza che i miei figli hanno per me. Sono fiero di loro, e lo sarei anche se non vincessero».

 

 

Questa è la storia di padre sincero. «Siamo felici, sì. Con i nostri problemi. Come tutti quanti. Però siamo molto uniti. Faccio un esempio. Una volta litigo con Iren. Aveva sedici, diciassette anni, insomma un’età pazzesca per una ragazzina adolescente. Non che sia un chiacchierone, ma io e lei avevamo smesso di parlare. A tavola non ci guardavamo nemmeno. Allora un giorno prendo un biglietto e ci scrivo sopra: “Non riesco più a essere felice senza di te”. Glielo lascio sul cuscino. Il giorno dopo viene a fare colazione, si avvicina e mi abbraccia senza dire nulla. Penso spesso a questo episodio, alla semplicità delle cose. Alla passione che ci vuole in generale nella vita, per essere quello che vuoi: un buon consulente informatico, un buon maestro di karate o buon padre». Si chiama passione. Ma tutti quanti, se volete, potete chiamarlo amore.