L’assoluzione dei tre ultrà Qualcuno ha chiesto loro scusa?

15 Ottobre 2015 ore 08:40

Caro Direttore,

tu m’insegni che a fare i cronisti non si sbaglia mai. A raccontare i fatti, pure. E i fatti, ancora una volta, smentiscono il teorema in base al quale la Curva Nord dell’Atalanta sia un covo dell’Isis o il luogo dove si raduna un’associazione a delinquere. L’assoluzione con formula piena dei tre ragazzi, rispettivamente di 24, 23 e 22 anni, accusati di avere acceso una torcia dimostra come la caccia alle streghe non paghi. Impone di finirla con l’accusare persone che poi risultano innocenti. Esige che certi errori non si ripetano più. I tre tifosi erano talmente certi della loro innocenza, da rifiutare di pagare la multa di 30 mila euro a testa (per una torcia), accettando di presentarsi davanti al giudice dell’udienza preliminare dove lo stesso Pubblico Ministero ha chiesto l’assoluzione per manifesta insussistenza dell’accusa. I fotogrammi esibiti in tribunale dimostrano come uno dei tre non abbia nulla in mano, il secondo è a due metri di distanza ha la torcia in mano, ma è spenta; il terzo inalbera uno striscione sormontato da due aste. Non avendo tre mani, era materialmente impossibilitato ad accendere la torcia. Ora, a parte il fatto che qualcuno dovrebbe pure chiedere scusa a chi è stato ingiustamente accusato e, già che c’è, revocare il daspo che non ha motivo di esistere, la domanda è: ma questo Stato, con i tifosi dell’Atalanta, ci è o ci fa?

Ricapitolando: il 22 novembre 2014, dopo Atalanta-Roma, all’esterno dello stadio scoppiano violenti incidenti per i quali finiscono in carcere sei ragazzi. Che in carcere ci stanno per quasi un mese, salvo poi essere rilasciati con obbligo di firma mentre, a uno a uno, cadono i capi d’imputazione e, alla fine, cade pure l’obbligo di firma. Oggi è il 14 ottobre: fra 39 giorni si compirà il primo anniversario degli incidenti. Di grazia, qualcuno sa chi sia stato a scatenarli? Quali siano le responsabilità penali accertate? Chi pagherà e risarcirà gli agenti feriti? Chi risarcirà l’Atalanta, Bergamo e i tifosi atalantini dei danni d’immagine subiti, essendo stati additati al pubblico ludibrio come barbari sempre pronti a menare le mani?

Andiamo avanti. Dopo il 22 novembre, si scatena il pugno di ferro dello Stato: divieto d’ingresso allo stadio per chi non possegga la famigerata tessera del tifoso, il più efficace sfollagente mai inventato da mente umana; tre mesi di bando trasferte per tutti i tifosi dell’Atalanta. Nota bene, caro Direttore, tutti i tifosi dell’Atalanta, non solo gli ultrà che in trasferta non vanno più da molto tempo. Ma, soprattutto, “Chèi de la corriera”, uomini, donne, bambini, famiglie, tutti criminalmente adusi presentarsi negli stadi rivali con temibili corpi contundenti quali pane e salame e Valcalepio doc.

È finita? Macché. Ricorrendo ad una norma in vigore durante il fascismo, per quattro turni interni dell’Atalanta viene chiuso d’autorità il Baretto dello stadio, altra, rinomata base terroristica. Intanto, una domenica sì e altre pure, ai tifosi che hanno pagato il biglietto per entrare in Curva Nord vengono riservate lepidezze come lunghe code davanti ai cancelli, perquisizioni e controlli, manco ci fosse allerta attentati.

Si arriva poi al daspo comminato in settembre al Bocia perché cinque mesi prima aveva osato offrire porchetta ad alcuni agenti in servizio nel prefiltraggio. Ribadito che, al posto del Bocia, mai avremmo fatto questo, invitando invece gli interlocutori a prendere un caffè al Baretto, è il caso di ficcare bene in testa agli immemori e ai distratti cosa sia l’Atalanta Bergamasca Calcio che sabato 17 ottobre 2015 festeggia i suoi 108 anni e scoppia di salute.

Scoppia di salute non soltanto perché dopo 7 giornate è decima in classifica a 7 punti dalla capolista, a 1 punto dalla zona Europa League, con 2 punti in più rispetto al Milan che ha speso 90 milioni di euro sul mercato e 3 in più rispetto alla Juve campione d’Italia. L’Atalanta scoppia di salute perché ha un pubblico fenomenale in una città in cui non si dice vado allo stadio, ma vado all’Atalanta. Questo pubblico merita rispetto, in tutte le sue componenti e ha il diritto di non essere né criminalizzato né vessato.

L’Atalanta scoppia di salute perché è una società seria, bene organizzata, con i bilanci in regola e il cui presidente Antonio Percassi, quattro giorni fa all’edizione bergamasca del Corriere della Sera, nell’intervista rilasciata a Donatella Tiraboschi, a proposito della migliore partenza registrata negli ultimi sei campionati in A, ha dichiarato: «Stiamo vedendo un grande spettacolo ed è quello a cui aspiriamo. Siamo contenti della classifica e del gioco a tutto beneficio di un pubblico che vogliamo sempre più numeroso. Lo stadio? «Per ora siamo interessati solo allo stadio, aspettiamo il bando. Voglio fare una struttura molto bella. Costi? Dai 25 ai 30 milioni, acquisto e restyling. Abbiamo fatto il primo passo quest’estate e non pensavamo potesse uscire così bello. Adesso stiamo valutando i prossimi step, alle due curve che saranno molto “vicine” al campo, senza barriere. Non dobbiamo inventare nulla. Chi va in tribuna ora si trova in un salotto. Siamo abituati a fare le cose belle, mi capita spesso di mettere mano nel cantiere, su aspetti che possono essere migliorati. Si sono presentate problematiche che abbiamo dovuto risolvere in modo veloce. Siamo orgogliosi della pitch view, un concetto che anche altre squadre vogliono “copiare”».

Domanda Tiraboschi: «Il suo mantra è “fate i bravi”». Risposta di Percassi: «Dice tutto. Noi gestiamo l’Atalanta, che è un patrimonio dei bergamaschi e va protetta. Il calcio deve essere sereno, io adoro l’idea delle famiglie allo stadio. Detesto la violenza e i violenti devono essere allontanati, ma questo è un compito che spetta alle autorità preposte. Con tutti i tifosi io uso il dialogo». «Questo significa salire sul palco alla Festa della Dea?». «È appunto una festa con 60 mila tifosi e io parlo con tutti loro, indistintamente. Ci vado e ci andrò ancora. Siamo tra-spa-ren-tis-si-mi, in questo senso. Anche le istituzioni ci dicono che questa è la strada giusta». Appunto.

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