È nato in Polonia

L’ebreo che è sopravvissuto a otto campi di concentramento

L’ebreo che è sopravvissuto a otto campi di concentramento
13 Ottobre 2015 ore 14:55

Henry “Chaim” Ferster, 93 anni, vive a Cheetham Hill, nella città di Manchester, dal 1946. Vi si è trasferito subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sopravvissuto agli otto campi di concentramento in cui venne deportato dai nazisti. Ferster è nato in una famiglia di ebrei ortodossi nella città di Sosnowiec, nella Polonia meridionale, poi trasformata nella sede di uno dei quarantacinque distaccamenti di Auschwitz. In occasione dei settant’anni dalla liberazione del campo di concentramento, avvenuta precisamente il 27 gennaio 1945, l’anziano signore ha raccontato la sua storia alla Bbc.

Apprendere un mestiere. Nel 1939, quando iniziò la Seconda guerra mondiale, Chaim Ferster aveva diciassette anni. Nonostante il tempo trascorso, ricorda molto bene quei mesi: «Potevi vedere gli aerei tedeschi. I nazisti invasero Sosnowiec molto velocemente. Ricordo che gli ebrei erano veramente preoccupati per tutto quello che sarebbe successo. Tutti sapevano che le persone prese dalla Gestapo non sarebbero tornate indietro». Con l’occupazione tedesca vennero il razionamento, la fame e le malattie nei ghetti ebrei. Vennero le deportazioni di migliaia di famiglie. Un parente incoraggiò Ferster a imparare un mestiere per rendersi utile ai tedeschi e per avere così più possibilità di vivere. Su suo suggerimento, il giovane apprese a riparare le macchine da cucire e, da quel momento, fu soprannominato “il meccanico”.

 

 

Sopravvivere alla morte. Nel 1942 i nazisti fecero un’incursione nella casa di Chaim, ma il ragazzo riuscì a nascondersi. In quell’occasione i tedeschi si portarono via i suoi genitori e la sorella. Un anno dopo, nel 1943, Chaim non poté evitare la cattura e la deportazione. All’inizio non aveva ben chiaro quello a cui sarebbe andato incontro, ma l’impatto con il campo di concentramento fu traumatico: «Arrivammo a mezzanotte. C’era un silenzio di morte e ciò che si vedeva era terrificante. Potevamo vedere le fiamme che uscivano da quattro ciminiere. Non avevo capito, allora, che erano forni crematori».

Tra il 1943 e il 1945, Ferster sarebbe stato deportato in otto campi di sterminio tra la Germania e la Polonia. All’inizio il giovane fu costretto a spostare pesanti blocchi di cemento da un carro, insieme ad altri deportati. «Faceva molto freddo», racconta, «c’erano 25 o 26 gradi sotto lo zero. I soldati incominciarono a picchiarci, a urlare e a dirci che non eravamo abbastanza veloci. Molti di noi non riuscirono a sopportare tutto questo, erano malati di polmonite. Morirono». Alla fine del 1943 scoppiò un’epidemia di tifo e Ferster si ammalò gravemente. «Non avevamo medicinali, le persone morivano. C’erano molti corpi ammassati, formavano delle torri». Ferster, però, riuscì a sopravvivere.

 

 

Le docce di Auschwitz. Verso la fine della guerra, Ferster fu spostato nel campo di Auschwitz. Ricorda in modo particolare le “docce” dove i prigionieri venivano fatti morire col gas, il Zyklon B. I deportati venivano divisi in grandi gruppi e poi alcuni venivano scelti per essere mandati nelle docce. I fortunati, anziché venire avvelenati, potevano lavarsi. Ma tutto, ogni decisione, dipendeva dai capricci dei nazisti. Nella primavera del 1945 la Germania ormai sconfitta in guerra decise di applicare il piano dello sterminio finale. I forni dei campi lavoravano a pieno ritmo, migliaia di persone furono mandate a morte. È proprio in questo periodo che Ferster fu trasferito a Buchenwald. Era convinto che questa volta non ce l’avrebbe fatta.

A Buchenwald. I prigionieri cadevano con una velocità spaventosa, sembrava che nessuno dovesse sopravvivere alla furia folle dei nazisti in rotta. Nessuno sarebbe vissuto per ricordare, e raccontare. Ma proprio mentre Chaim Ferster e altri prigionieri erano stati chiamati per essere uccisi, il campo fu liberato. La scena dovette apparire surreale, come se per un istante alla realtà si fosse sostituita una scena da cinematografo. Chaim ricorda: «All’improvviso gli aerei americani arrivarono e tutti i soldati tedeschi fuggirono. Una mezz’ora o un’ora dopo, un carro armato americano entrò dai cancelli di Auschwitz e i soldati ci dissero: “Siete liberi!” “Siete liberi!”. Non ci potevo credere».

La liberazione. La liberazione del campo non cancellò il dolore sopportato dai prigionieri, né risolse i problemi, i lutti e la fatica del riadattamento alla vita quotidiana. Ferster, ad esempio, scoprì che solo due membri della sua famiglia erano sopravvissuti, sua sorella e sua cugina. Gli anni passati nei campi avevano segnato profondamente Chaim. Non poteva più restare nell’Europa continentale, nè poteva tornare a casa, in Polonia. Decise così di partire per l’Inghilterra, dove aveva trovato lavoro in un’azienda che riparava macchine da cucine. Il mestiere che doveva risparmiarlo dalla morte, alla fine, è stato quello che lo ha aiutato a tornare alla vita. Col tempo, Chaim Ferster è riuscito a fondare un’ azienda che ha avuto grande successo negli affari. Oggi il sopravvissuto dei campi nazisti vive una vecchiaia tranquilla, circondato dai suoi bisnipoti.

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