L’ira di Reja è sacrosanta Atalanta, non ci si butta via così

14 Dicembre 2015 ore 10:20

La mimica di Reja durante la partita e, soprattutto, le parole durissime pronunciate dall’allenatore al termine della gara, contro la sua squadra, sono il manifesto della delusione atalantina per una sconfitta che poteva essere almeno un pareggio.

Alla vigilia, consapevole del valore dell’avversario, il tecnico aveva fiutato il vento, reclamando dai propri giocatori quella continuità di rendimento e di risultati indispensabile per fare il salto di qualità, cioè per andare in Europa. Invece, il Chievo ha vinto con il minimo scarto e il massimo sforzo grazie agli errori marchiani di Cherubin e Kurtic che si sono fatti incredibilmente e giustamente espellere.

No, queste non sono ingenuità, come qualcuno le ha definite con fare assolutorio. Queste sono immani castronerie che un professionista non può e non deve permettersi. E pensare che Sportiello, parando il terzo rigore della stagione (coraggio Conte: portalo agli Europei), aveva neutralizzato la testata di Cherubin.

E pensare che, se avesse mantenuto il controllo dei nervi, l’Atalanta sarebbe potuta uscire indenne dal Bentegodi, pur giocando la più brutta partita dall’inizio di un torneo che, al contrario, dopo 15 turni, l’aveva vista conquistare 24 punti, come mai era accaduto in passato da quando sono stati introdotti i tre punti a vittoria.

Non ci si può buttare via così. Non si può dilapidare il patrimonio di forza, di gioco e di credibilità, lasciandosi assalire dalla svagatezza e dalla deconcentrazione. L’ira di Reja è legittima e fondata, come lo sconcerto dei tifosi per questo brusco passo indietro dopo le due vittorie sulla Roma e sul Palermo. Questo campionato è equilibrato e pieno di sorprese: mai come nel torneo in corso le ambizioni nerazzurre possono trovare uno sbocco imprevisto e imprevedibile. Ma è necessario, è doveroso, è indispensabile che l’Atalanta non prenda più sbandate come a Verona. Domenica, nell’ultima partita dell’anno, il Napoli arriva apposta per rialzare la testa. E per non abbassarla più.

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