L’Isis non è solo tagliagole la sua sfida è uno Stato moderno

02 Marzo 2015 ore 19:26

Puntuale come l’agente delle tasse è arrivato anche il dépliant elettorale dell’Isis, lo Stato Islamico. Fatto cento volte meglio di quello col quale un giovane Silvio Berlusconi in cerca di gloria aveva intasato le cassette della posta degli italiani, costituisce la dimostrazione punto per punto della tesi sviluppata da Loretta Napoleoni nel recente ISIS. Lo Stato del Terrore. Chi sono e cosa vogliono le milizie islamiche che minacciano il mondo (Feltrinelli, novembre 2014).
La Napoleoni sostiene che, a differenza di tutte le altre formazioni rubricabili come “terroristiche”, quella di al-Baghdadi ha un obiettivo ambizioso e mai oggetto dei precedenti tentativi, compreso quello di Al Qaeda: costituire uno Stato moderno di natura islamica nella regione dell’antico califfato di Baghdad, che comprende l’Iraq e la Siria ormai dissolta, ma anche la Giordania e la Palestina, ossia l’attuale Israele. Mediante quella che Napoleoni chiama una «guerra premoderna», la messa in atto di una spietata – e per certi versi necessaria – pulizia etnica e una lettura assai raffinata dell’attuale situazione geopolitica, l’erede di al-Zarkawi sta tentando una operazione di tipo assolutamente contemporaneo, per non dire innovativo, destinata probabilmente a fungere da modello per altri Paesi dell’area.

Si tratta di un’azione complessa, che costringerà inevitabilmente le grandi potenze a non parlare più di “terroristi”, ma di “nemici”, come si usa nelle relazioni tra stati sovrani. Il volantino – o dépliant – messo in rete, contenente la descrizione dei risultati già raggiunti e delle linee guida della politica del califfato, conferma la natura del progetto e, insieme, lascia intendere che l’Is (o Isis) considera ormai vinta la partita. Ha infatti già costruito quello che tecnicamente viene chiamata uno “Stato guscio”, ossia un’unità politica, amministrativa e militare che, stanziata su un territorio che è in grado di difendere, ha bisogno soltanto del riconoscimento internazionale per poter essere dichiarata Stato a tutti gli effetti.
Se anche la coalizione guidata dagli Stati Uniti potesse riportare una (per altro improbabile) vittoria militare sulle milizie dell’Is, non troverebbe, però, nessuno in grado amministrare il territorio attualmente governato dagli uomini di al-Baghdadi che, oltre a sgozzare i nemici e a compiere nefandezze di ogni tipo, ha saputo assicurarsi il consenso devoto della popolazioni arabe e sunnite, stanche di secoli di umiliazioni e di governi fantoccio corrotti e inefficienti.

Lo Stato Islamico si avvia pertanto a diventare il primo esempio di Stato moderno costruito mediante l’uso calcolato, pragmatico del terrorismo. Il suo scopo: costituire la variante araba e mussulmana di Israele in una condizione politica multipolare, una volta conclusasi la fase bipolare che aveva permesso al sionismo di stanziarsi – anche in quel caso mediante una feroce pulizia etnica – sulla riva mediterranea del paese arabo.
Scegliendo la via della costruzione statuale al-Baghdadi ha inoltre posto sotto gli occhi di tutti l’insufficienza del modello utilizzato nel secolo scorso dalle superpotenze per tener soggiogate le popolazioni della aree da sfruttare economicamente: quello delle guerre per procura.
L’Is si è infatti arricchito proprio sfruttando a suo favore quel modello, appropriandosi delle forniture di armi e delle risorse finanziarie che i diversi sponsor della zona (Emirati, Qatar, lo stesso Iraq) avevano destinato alle formazioni militari (“terroristiche”) incaricate, nel corso degli anni, di combattere i loro nemici.
Divenuto gestore in proprio anche dei lauti proventi derivanti dal traffico dei sequestri di giornalisti, contractors, tecnici petroliferi e quant’altro si è liberato della tutela degli sponsor e ha intrapreso un’azione propria, che ha avuto tra i suoi effetti quello di mettere a nudo lo stato di corruzione degli altri Stati (l’Iraq di al-Maliki, la Siria di Bashir al-Assad) e la totale insufficienza (diciamo “sopravvenuta, irreversibile inutilità”?) di vetuste organizzazioni internazionali. Se l’Onu non ha mosso un dito nei confronti dei tagliagole non è perché ha avuto paura di inviare truppe di combattenti in casco blu, ma semplicemente perché non sa – per dirla popolarmente – che pesci pigliare. In linguaggio meno brutale: perché non ha gli strumenti giuridici e politici che gli consentirebbero di “leggere” la situazione posta in essere e di organizzare un piano di intervento.
Al centro di continui veti incrociati l’Onu si trova, rispetto al progetto di al-Baghdadi, come il manzoniano conte Attilio che volesse dirimere un contenzioso fra la ‘Ndrangheta e il Cartello di Medellin usando le regole dell’antica cavalleria.
La stessa Convenzione di Ginevra, che regola i comportamenti degli eserciti in guerra, è stata relegata allo stato di favola della buona notte semplicemente mettendo fuori uso i suoi organi, impossibilitati, nonché a giudicare, anche solo a monitorare il conflitto in corso.

Il volantino si presenta dunque come un colpo formidabile, più decisivo ancora delle vittorie militari, alla pretesa del mondo non-islamico e dei suoi organi (Onu, WTO, Banca Mondiale, …) di essere in grado di risolvere una situazione geopolitica che in tutti questi anni ha disastrosamente mostrato di non sapere – o non voler – comprendere.
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, prima di tutti gli altri, sono i bersagli di questo attacco all’apparenza non cruenta. Sono stati loro, Bush e Blair, e il loro stolto disegno di insediare a Baghdad un governo asservito e incapace, a trascinare l’Occidente in questa situazione col fatto stesso di aver proposto al mondo – dall’intervento di Colin Powell all’Onu in poi, col quale si intendeva giustificare l’intervento anglo-americano nel Golfo – un canovaccio assolutamente falso a giustificazione dell’ennesimo atto predatorio a danno dei Paesi sui quali sventoleranno ormai per diversi anni – non c’è niente da fare: è così – le nere bandiere del risorto dalle ceneri dei secoli califfato di Baghdad. Non capire a tempo, certe volte, è davvero molto costoso. E anche raccontare bugie al mondo è un’azione che, prima o poi, si paga.

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