Storia di un anarchico

“La locomotiva” di Guccini, spiegata

“La locomotiva” di Guccini, spiegata
06 Febbraio 2015 ore 05:30

Prima degli aerei, i grandi e favolosi Boeing, prima delle macchine che sfrecciano a 200 chilometri orari, prima delle meravigliose moto che caricano l’aria circostante della più sfrenata adrenalina, prima pure delle grandi navi dai motori moderni, c’era solo lui: il treno. Possente, rivoluzionario, a suo modo, dato che per la prima volta nella storia dell’uomo permetteva di coprire grandi distanze in pochissimo tempo. Infinti convogli adibiti a trasportare persone, merci, persino intere mandrie di animali, e tutto grazie ad un marchingegno che ne stava alla testa, «un mostro strano che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano», e che «ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite»: la locomotiva.

I più attenti avranno immediatamente riconosciuto da dove sono state tratte le parole testé citate: il timbro profondo, la “erre” arrotata e inconfondibile, la voce calda e trascinante. In due parole, Francesco Guccini e la sua Locomotiva. A questo punto, la domanda sorge spontanea: ma perché diamine un genio come Guccini ha scritto un’intera canzone parlando esclusivamente di una locomotiva? Disse bene Giorgio Gaber quando, rivolgendosi ad un pubblico emiliano, sentenziò: «Tenetevi stretto Guccini: uno che è riuscito a scrivere 13 strofe su una locomotiva può scrivere davvero di tutto». Vero, per carità. Ma la curiosità rimane. Ebbene, sia chiaro che il cantautore modenese non aveva la minima intenzione di scrivere una sorta di inno alle Ferrovie dello Stato, anzi. Ha riportato la storia di una tragedia sfiorata, di un impeto politico e ideologico che rischiava di tramutarsi in una carneficina. Ha raccontato la storia di Pietro Rigosi, e di quel 20 luglio 1893 in cui questi, per una «rabbia antica» o per la vendetta di «generazioni senza nome», decise di tentare un’immane follia.

 

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La vicenda di Pietro Rigosi. A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, quando in Italia la tensione politica era ai suoi massimi storici, a Guccini capitò di scartabellare fra diari di ex operai bolognesi dell’Ottocento («Cosa?». Già, è la reazione di tutti, chissà come mai!), e ci trovò una storia pazzesca, tanto incredibile da volerci fare una canzone.

Si parlava di un certo Pietro Rigosi, macchinista delle Ferrovie Italiane. Rigosi aveva ventotto anni, era padre di due figliolette di tre anni e dieci mesi ciascuna, e, senza mezzi termini, era un uomo disperato. La paga era quello che era, le fatiche altrettanto, ma, soprattutto, ciò che non andava giù al Rigosi era l’oppressione del sistema borghese, che stringeva fra le proprie possenti tenaglie l’umile e indifesa classe proletaria. E allora al ristorante c’era la polenta per i poveri e l’arrosto per i ricchi, nelle profumate boutique ci poteva entrare solo chi aveva mille lire da spendere per un paio di brache, un certo trattamento negli ospedali era garantito solo a chi aveva le scarpe tirate a lucido, e sui treni lorsignori viaggiavano cullati nelle più gradevoli comodità, mentre tutti gli altri disgraziati venivano assiepati come bovini in carrozze trabicolanti. Ed era proprio quest’ultima la cosa che faceva più imbufalire il Rigosi, lui, giovane anarchico che ogni giorno doveva spezzarsi la schiena a spalar carbone ardente per far viaggiare ricchi sciuri di città mentre quelli come lui, quelli che oggi la pagnotta c’è ma domani chissà, che sudavano, sudavano e sudavano per garantirsi di poter sudare anche il mese dopo, loro, quelli lì, i compagni del Rigosi, venivano fatti viaggiare come fossero gli ultimi degli animali.

E in un caldo e soleggiato giorno d’estate, il 20 luglio del 1893, il Rigosi decise che non ne poteva più, che era meglio morire piuttosto che continuare a sopportare tutta questa ingiustizia. Ma nella tomba non ci sarebbe andato da solo, oh no, se li sarebbe portati dietro tutti quei galantuomini così ciechi alla sofferenza del popolo. La stazione era quella di Poggio Renatico, nel ferrarese, giusto il tempo che il capotreno si distraesse per un momento e il Rigosi stacco la locomotiva dal resto del convoglio, ci montò su, diede di fiamme al carbone, e partì spedito verso Bologna. L’obiettivo, nella testa del Rigosi, era chiaro: uno scontro a tutta velocità (sui 50 km orari circa, un’enormità per l’epoca) con un altro treno, «un treno di lusso, lontana destinazione», rispetto al quale «vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori, pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava un treno pieno di signori».

 

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Qui Guccini si dedica alla coinvolgente descrizione del contesto: da un parte, un uomo reso pazzo dal livore e dall’odio, ma che combatte per una causa comunque giusta, e dall’altra il terrore delle classi elevate alla stazione di Bologna, a cui in breve tempo giunge la notizie che «un pazzo si è lanciato contro il treno». In mezzo, lo strumento della tragedia annunciata: quella locomotiva che «corre, corre, corre, e sembra dire ai contadini curvi, con il suo fischio che si spande in aria: Fratello non temere, che corro al mio dovere. Trionfi la giustizia proletaria!». Grazie al cielo, i dipendenti delle Ferrovie Italiane riuscirono ad intervenire in tempo, deviando la locomotiva lungo un binario morto; quest’ultima si schiantò, contro dei treni merci in disuso. Miracolosamente, Pietro Rigosi si salvò, ma perse l’uso di una gamba. Inspiegabilmente, non ricevette nessuna condanna giudiziaria, ma subì, forse, la peggiore delle sanzioni per quelli che, come lui, volevano cambiare la storia: l’oblio da quella storia stessa che non riuscì proprio a cambiare.

La damnatio memoriae ebbe termine nel 1972, quando Francesco Guccini riportò alla conoscenza del mondo la vicenda di Pietro Rigosi, considerato, da quel momento in poi, un eroe della lotta anarchica, tanto che lo stesso cantautore, tradizionalmente dalle idee di sinistra, da quel momento in poi, avrebbe concluso ogni suo concerto proprio con La locomotiva, perché, allora come oggi, il Rigosi «a noi piace pensarlo ancora dietro al motore mentre fa correr via la macchina a vapore; e che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ ingiustizia».

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