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Lo cita addirittura Tarantino

Lucio Fulci, un grande della regia troppo a lungo sottovalutato

Lucio Fulci, un grande della regia troppo a lungo sottovalutato
Personaggi 07 Ottobre 2014 ore 08:00

Lucio Fulci è senza dubbio uno dei registi di genere più celebri e apprezzati dal pubblico. Regista estremamente prolifico anche se ormai scomparso (è morto nel 1996), Fulci ha realizzato un numero di film davvero elevato nel corso di una lunga carriera. Essendo un regista essenzialmente di intrattenimento, Fulci non ha sempre avuto una grande fortuna presso la critica e solo recentemente è stato rivalutato. Certo non si può pensare di paragonare i suoi thriller ai grandi capolavori del cinema d’autore europeo, ma è indubbio che le sue produzioni abbiano un loro valore e siano connotate da scelte estetiche innovative, o comunque non convenzionali.

 

 

Uno dei suoi primi lavori è I ragazzi del Juke-box datato 1959. Si tratta di un film piuttosto modesto quanto a scrittura e messa in opera, ma che ha il merito di aprire una strada piuttosto fortunata del cinema commerciale italiano: quella del musicarello. Per un buon giro di anni l’industria cinematografica del Belpaese si è retta su questi film musicali che, grazie alla presenza di coinvolgenti colonne sonore e di protagonisti presi di peso dalla scena della musica leggera italiana, riuscivano a riscuotere discreti incassi. Ovviamente si tratta di film che si possono tranquillamente definire promozionali e realizzati soprattutto per pubblicizzare l’immagine dei divi canori in questione. Nel caso specifico di Fulci il cast comprende fra gli altri Adriano Celentano e Tony Dallara, oltre a Fred Buscaglione, protagonista – nella parte finale del film – di un vero e proprio videoclip ante litteram.

 

 

Lucio Fulci è però anche un divertente regista comico e in particolare diventa il cineasta di riferimento per la celebre coppia formata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Fra le altre pellicole basta ricordare I due della legione, film del 1962 che vede i protagonisti arrivare a Napoli dalla loro terra natia, la Sicilia. Qui vengono accusati di avere ucciso un boss della Camorra e, per salvarsi la vita, si vedono costretti ad arruolarsi nella Legione straniera. In seguito vengono impiegati dal loro colonnello in una pericolosa missione, dovendo loro scoprire un traffico illecito. Attraverso una lunga sequela di avventure dal diverso tenore e interesse comico i due, attraverso un riconciliante finale, riusciranno a compiere l’impresa. Anche in questo caso, sebbene non un capolavoro, il film di Fulci può essere interessante per analizzare come il regista sia riuscito ad articolare in senso italico il filone tipicamente hollywoodiano dei cosiddetti legion movies, declinandolo in senso comico e divertente grazie all’abilità innata dei due attori protagonisti.

 

https://www.youtube.com/watch?v=wQSuNncIGoY

 

Nel 1966 Fulci tenta la sua prima incursione in uno dei generi che hanno fatto la storia del cinema italiano: lo spaghetti western. Le Colt cantarono la morte… e fu tempo di massacro, con Franco Nero nei panni del protagonista, diviene subito un grande successo di pubblico; la presenza di Fernando di Leo a curare il soggetto e la sceneggiatura dà al film una levatura superiore e meno dilettantesca, impressione che purtroppo rimaneva forte nei primi film di Fulci. La pellicola, seppure non a livello dei grandi capolavori di Leone, si presenta piacevole e densa di spunti interessanti. Il guardaroba di Franco Nero, ad esempio, è lo stesso usato da Eastwood nei film del maestro Leone. Inoltre, cosa più importante per lo sviluppo del genere in Italia e non solo, è la performance di George Hilton, che qui interpreta il fratello del protagonista: la sua interpretazione è stata tanto caratteristica da diventare quasi uno stereotipo, sedimentando le caratteristiche del personaggio ubriacone ma abilissimo nello sparare entro le caratteristiche di questa tipologia di film.

 

https://www.youtube.com/watch?v=LjdKdsdi__Q

 

Da molti considerato il capolavoro assoluto di Lucio Fulci, Non si sevizia un paperino è senza dubbio una delle sue opere più mature e ambiziose. Thriller all’italiana dalle tinte forti e distante per molti versi dalla matrice classica del genere impostata da Mario Bava e successivamente ripresa da Dario Argento. Fulci ambienta il suo dramma lontano dai grandi clamori della città, in una zona rurale (scelta che sarà poi ripresa anche da Pupi Avati nel bel La casa dalle finestre che ridono) ancora legata all’antica tradizione animistica della stregoneria e della macumba. Il mistero riguarda una serie di morti misteriose, rese più drammatiche dal fatto che le vittime sono bambini. Girato in maniera magistrale e con una sensibilità fuori dal comune, il film costò a Fulci numerosi problemi legali, connessi alla famosissima scena in cui Barbara Bouchet si mostra sensualissima e nuda a un bambino. Per evitare l’accusa, Fulci dovette ricostruire in aula le condizioni in cui aveva girato la scena, mostrando come in realtà avesse usato un nano per girare la sequenza. Fortissimo dal punto di vista della trama e dell’individuazione del misterioso assassino, il film contiene la memorabile sequenza di tortura nel cimitero, accompagnata dalle note struggenti di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni; si tratta di uno dei primissimi casi in cui la colonna sonora viene introdotta nel film da un oggetto reale (in questo caso una radio) e non aggiunta in maniera posticcia: si tratta di una scelta molto amata da Quentin Tarantino, che la riprenderà con una certa sistematicità.

 

 

Dopo qualche anno Fulci ritorna sul genere, comunque mai abbandonato, confezionando Sette note in nero, nel 1977. Ambientato in Toscana il giallo, dalla struttura piuttosto convenzionale, si articola attraverso una serie di visioni e strani accadimenti, giustificati dal fatto che la protagonista è una veggente. In questo caso Fulci sposta tutta la grammatica della paura su effetti di suspense piuttosto insoliti per il suo cinema, solitamente connesso ad un uso estremamente realistico degli elementi orrrorifici, realizzati con una maestria artigianale assolutamente inedita per l’epoca. Sette note, il cui titolo fa riferimento a quelle suonate dal carillon che viene regalato alla protagonista è dunque un film interessante non tanto per le sue qualità estetiche ma soprattutto per le sue sensazioni, meno materiche di quanto non ci si aspetterebbe da un titolo di Fulci.

 

 

 

Se c’è un genere per cui Fulci è universalmente conosciuto e apprezzato a livello internazionale (purtroppo in Italia il suo astro è stato – forse ingiustamente – eclissato da quello di Dario Argento che, dopo una fase di ascesa molto forte negli anni Settanta, attualmente sembra aver perso tutta la sua visionarietà), è sicuramente l’horror. Fra la sua copiosa produzione si dovrebbe ricordare la cosiddetta Trilogia della morte, di cui Paura nella città dei morti viventi è il primo episodio (seguono …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero). Paura nella città dei morti viventi è forse fra i film maggiormente legati al genere fra quelli realizzati da Fulci il quale, comunque, ne ha codificato gli elementi in maniera strettamente personale: il suo stile sarà da qui in poi caratterizzato da un uso estremamente accentuato dello splatter, che diventa per lui simbolo di una violenza visiva che in Italia ha avuto pochi eguali. Per dirne una, la scena delle lacrime di sangue sarà citata da Tarantino in Kill Bill.

 

 

Tuttavia, secondo molti, il vero capolavoro horror di Fulci è Zombi 2, un vero e proprio classico dell’horror mondiale, che regalato al suo regista una fama e un successo certamente senza eguali. Suo primo film del genere, Zombi 2 gli valse la qualifica di poeta del macabro, tributatagli da alcuni critici francesi. Al di là del titolo, comunque, non ci sono connessioni evidenti con il film omonimo di Romero; anzi, se il fondatore dello zombie moderno aveva inserito una evidente critica sociale nella sua opera, nel film di Fulci questo elemento si perde completamente e, come in tutti gli altri film analizzati, prevale l’aspetto del godimento estetico e dell’intrattenimento. Ispirandosi in realtà molto di più agli zombie pre-romeriani degli anni Quaranta, Fulci sceglie per la sua opera una cornice esotica e intrisa di misticismo e religiosità primitiva per giustificare la sua narrativa. La grande differenza con questi titoli è però l’evidenza violenta con cui il regista si sofferma sui dettagli macabri e sui corpi feriti e smembrati, assolutamente un unicum per l’epoca in quanto a chiarezza e autocompiacimento visivo.

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