Ci avevano creduto in tanti

Il lupacchiotto di Wall Street Peccato fosse tutta una bufala

Il lupacchiotto di Wall Street Peccato fosse tutta una bufala
16 Dicembre 2014 ore 15:19

Ogni anno, a dicembre, la rivista New York Magazine pubblica un numero speciale, in cui elenca le ragioni per cui, l’anno che sta per finire, ha fatto amare la città di New York. In sostanza i motivi per cui la Grande Mela, anno dopo anno, si erge a cuore pulsante dell’Occidente. Anche nel 2014 si va dai motivi più futili, come il fatto di identificarsi orgogliosamente nella bella cantante biondina Taylor Swift, a motivi più seri, come il fatto che, a New York, si protesti con passione ma pacificamente, come provano le marce contro la decisione di scagionare il poliziotto Daniel Pantaleo, reo di aver strangolato l’afroamericano Eric Garner senza alcun apparente motivo (ne avevamo scritto QUI). Tra questa grande quantità di storie, alcune più banali altre decisamente più interessanti, quest’anno è una in particolare a spiccare: quella di Mohammed Islam, un ragazzo di origine bengalese di appena 17 anni che, giocando in borsa negli intervalli, avrebbe accumulato una ricchezza pari a 72 milioni di dollari. Incredibile. Peccato si tratti di una grandissima bufala. Ma andiamo con ordine

 

stuyvesant high school manhattan

 

La prima versione. A raccontare la storia di Mohammed Islam, per tutti semplicemente Mo, è la giornalista del New York Magazine, Jessica Pressler. Figlio di immigrati bengalesi e residente nel Queens, sin da bambino Mo dimostra di avere un’intelligenza sopra la media, tanto che prima ancora di aver compiuto i 10 anni aiutava i compagni di classe facendo ripetizioni a pagamento. A New York, come in tutta l’America, esistono appositi programmi per garantire l’istruzione pubblica gratuita di qualità per i ragazzi particolarmente dotati. Così Mo, dopo aver passato senza grandi problemi l’esame di ammissione, è entrato nella Stuyvesant High School di Manhattan. Ed è qui che, durante gli intervalli e nella pause tra una lezione e l’altra, Mo avrebbe accumulato, secondo la Pressler, l’incredibile cifra di 72 milioni di dollari giocando in borsa. La giornalista precisa che Mo non indica esplicitamente quella cifra, ma lascia intendere che si sta parlando di un patrimonio «nella fascia alta delle otto cifre».

Una storia incredibile, che la Pressler riporta dettagliatamente, con tanto di incontro con Mo e i suoi due “soci”, Patrick Trablusi e Damir Tulemaganbetov, presso il rinomato ristorante Morimoto, dove i giovani bevevano succo di mela e gustavano caviale spendendo in media 400 dollari. Secondo la Pressler, l’intenzione dei ragazzi era quella di aprire un hedge-found a giugno, quando il «nostro Maestro» Mo compirà 18 anni, e raggiungere la pazzesca cifra di un miliardo di dollari entro la fine del 2015. La Pressler riporta della serietà del diciassettenne Mo, il quale le avrebbe detto: «Un sacco di giovani oggi pensano alle strat-up. Secondo me sono una bolla. Il trading e gli investimenti, invece, ci saranno sempre. Il denaro girerà sempre. Tutto si riduce ai soldi. Cosa muove il mondo? Il denaro. Se il denaro non scorre il business non va, l’innovazione non arriva e quindi non ci sono prodotti, investimenti, crescita e lavoro». Parole che paiono assurde in bocca ad un ragazzino.

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La grande bufala. A far saltare il banco di questa incredibile storia è stato il 15 dicembre il New York Observer, che ha pubblicato un articolo intitolato: “ESCLUSIVO: la storia del piccolo genio degli investimenti è tutta un’invenzione”. L’Observer definisce questo il classico caso in cui «una bugia diventa una voce, che diventa una notizia, che diventa una storia incredibile, pubblicata su tutti i media americani». Il conto in banca di Mo, infatti, risulterebbe essere pari a… zero. Come, del resto, quello di molti suoi coetanei, che non hanno nemmeno un conto a dirla tutta. E il quotidiano newyorkese ha incontrato Mohammed e il suo amico Dimar (che tra l’altro veniva descritto in maniera poco lusinghiera nell’articolo del New York Magazine) per far venire a galla tutta la verità.

Viene innanzitutto chiarito che, secondo quanto riferito da Mo, lui non avrebbe mai parlato di conti correnti a otto cifre. Anzi, ammette che lui non ha investito neanche un dollaro in borsa. «Quindi è tutta una finzione?» chiede l’Observer. «Sì» risponde Mo. Ma allora com’è nata tutta questa storia? Il ragazzo spiega che, alla Stuyvesant, aveva creato un club per simulare investimenti in borsa. I suoi risultati, in questo gioco, erano decisamente alti. «E la cifra di 72 milioni di dollari da dov’è saltata fuori?» Mohammed tergiversa un po’, dice che non lo sa, ma poi ammette che forse è stato lui stesso a portare la giornalista a pensare a quella cifra, alludendo al fatto che, in effetti, il suo guadagno nella simulazione di investimenti in borsa era pari a 72 milioni di dollari.

 

mohammed-islam-mo-teen-millionaire

 

Al fianco di Mohammed e Damir ci sono anche un avvocato e un paio di esperti di pubbliche relazioni. Interrompono l’intervista, confabulano tra loro in una stanza a parte, poi il diciassettenne torna dal giornalista e dichiara che «tutto quello che posso dire è che negli investimenti simulati avevo un gran successo. I miei rendimenti erano decisamente superiori a quelli medi su Standard & Poor’s». In tutto questo, l’amico di Mohammed, Damir, sembra c’entrare poco ed è lui stesso ad ammetterlo, affermando che gli pareva una storia divertente quella dell’intervista del New York Magazine e che ha voluto partecipare anche lui.

«I miei genitori mi hanno rinnegato». Come spesso accade, quello che sembra un gioco innocente, una goliardata, può trasformarsi in qualcosa di decisamente più grande, con conseguenze di non poco conto. Mohammed Islam se ne è reso conto quando la storia è venuta alle orecchie dei suoi genitori, due umili immigrati bengalesi. «Mio padre mi ha rinnegato – dichiara Mo -. Mia madre mi ha detto che non vuol più parlare con me. Non si fidano più di me. Sono persone umili, si sono vergognati. Non parlo con loro da quando quell’articolo è stato pubblicato».

Era tutto falso, quindi. Difficile capire quanto è stato inventato da Mohammed e i suoi amici e quanto, invece, montato ad arte dalla giornalista Jessica Pressler. Come dice l’Observer, la sensazione è che ci siano un po’ di entrambi gli elementi in questa storia. Questi giovani non sono bambini, sapevano cosa stavano dicendo quando hanno parlato con il New York Magazine, ma non sono neppure uomini e, semplicemente, non si sono resi conto delle possibili conseguenze da cui, ora, sono stati completamente travolti. Allo stesso tempo, non ci voleva molto a capire che era tutta una bufala: per permettersi un guadagno da 72 milioni di dollari, Mohammed avrebbe dovuto iniziare ad investire con già 100mila dollari in tasca e aver ottenuto percentuali di guadagno annuali pari al 796%, una cosa praticamente impossibile. La storia, insomma, puzzava di bufala sin da lontano e una semplice calcolatrice avrebbe potuto salvare la reputazione di questi ragazzi e la faccia di qualche giornalista.

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