Partecipò alle stragi '92-'93

Matteo Messina Denaro, il latitante Vita criminale del boss dei boss

Matteo Messina Denaro, il latitante Vita criminale del boss dei boss
04 Agosto 2015 ore 13:39

Nei giorni scorsi, undici fiancheggiatori del capomafia latitante Matteo Messina Denaro sono stati arrestati, al termine di un’indagine durata tre anni. Erano i suoi “postini”, coloro che recapitavano i pizzini del boss scritti in codice, tramite un linguaggio caratterizzato da metafore agricole. Sugli arrestati pendono le accuse di associazione mafiosa e favoreggiamento della latitanza.

Figura mitologica. Matteo Messina Denaro è quasi una figura mitologica, nessuno, se non i suoi fedelissimi, l’ha mai visto negli ultimi 23 anni, che segnano la durata della sua latitanza. Nel 2008 la rivista Forbes lo ha inserito al quinto posto nell’elenco dei dieci personaggi più ricercati al mondo. «Una sorta di parassita che non tiene conto dei legami familiari, ma usufruisce dei soldi che i componenti della sua famiglia e del clan possono fargli avere», lo ha definito il procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato, specificando che una latitanza così lunga è resa possibile solo da appoggi e protezioni ad alto livello. Matteo Messina Denaro è l’ultimo boss rimasto libero e in vita che ha partecipato in prima fila al programma stragista del 1992-93 (quello in cui morirono anche Falcone e Borsellino) e con tutta probabilità alla trattativa tra Stato e mafia.

 

[La ricostruzione in age progression del volto di Matteo Messina Denaro]

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Figlio d’arte. Classe 1962 da Castelvetrano, provincia di Trapani, lo stesso comune che diede i natali, tra gli altri, a Giovanni Gentile e a Franco&Ciccio, Messina Denaro inizia presto la sua carriera malavitosa. Figlio d’arte, suo padre era Don Ciccio, bracciante presso i D’Alì Staìti, famiglia di latifondisti che impiegavano 600 persone in tutta la Sicilia. Oltre al lavoro contadino, il padre era anche un noto mafioso locale, con agganci non di poco conto con le cosche di New York. Quando venne trovato morto, nel 1998 nella piazza del paese dopo 12 anni di latitanza, era vestito come se fosse già pronto per il funerale.

Il lusso, le donne, la mafia come un’azienda. Il piccolo Matteo già da adolescente vuole ereditare l’“arte” paterna, tanto che a 14 anni è già un esperto nel maneggiare le armi da fuoco. Prima solo per intimidire i nemici, poi per ammazzarli e ottenere in questo modo rispetto, tanto che una frase famosa a lui attribuita è «Con le persone che ho ammazzato io potrei farci un cimitero». Estimatore del lusso (pare ami vestire Armani e portare Rolex al polso) e delle belle donne, crescendo abbandona la violenza spiccia e, una volta affermatosi come boss indiscusso di Cosa Nostra, abbandona anche quella di stampo stragista. Grazie alla sua cultura e alla sua preparazione manageriale, avvia una sorta di trasformazione di Cosa Nostra sul piano imprenditoriale, tanto che nel trapanese non sono poche le attività economiche che direttamente o indirettamente si possano ricondurre al capomafia di Castelvetrano o a un suo prestanome.

 

[Scritte inneggianti a Matteo Messina Denaro]

Matteo AIuto

 

La Mafia, dunque, con Messina Denaro diventa un’impresa, una vera e propria «holding affaristica strettamente legata alla politica e a frange massoniche deviate», per dirla con le parole dell’Espresso di qualche tempo fa, che aggiunge: «È una mafia che non chiede il pizzo perché ha le imprese che acquisiscono commesse e finanziamenti pubblici, è Cosa nostra che gestisce i centri commerciali, Messina Denaro ne aveva promesso uno per Bernardo Provenzano, “il guadagno è facile e certo” gli aveva assicurato». Dalle operazioni e indagini condotte negli ultimi anni emerge come Messina Denaro avesse sotto controllo tutta la produzione dei calcestruzzi e il settore dell’eolico.

Le stragi e le condanne. Soprannominato “U siccu” per la sua magra corporatura, è diventato il capo dei capi, dopo la cattura degli altri superlatitanti, Riina e Provenzano. Dopo una serie di accuse e condanne per furto, detenzione e porto d’armi di materiale esplosivo, associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, strage, devastazione, è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per le stragi del 1993, quelle messe in atto da Cosa Nostra a Firenze, Roma e Milano dopo l’inasprimento della lotta alla mafia da parte dello Stato italiano, quelle seguite alle autobombe che uccisero i giudici Falcone e Borsellino. In tutto mille chili di tritolo fatti esplodere in meno di un anno. Fu proprio lui, dopo l’arresto di Totò Riina e al contrario di Provenzano, a dirsi favorevole alla strategia degli attentati.

Poi, nell’estate del 1993, nel pieno della stagione dinamitarda, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi. Da allora è latitante e si può immaginare il suo aspetto solo tramite identikit elaborati al computer. In uno dei tanti processi a lui collegati, un personaggio rimasto ignoto pare abbia detto: «Lo zio si è fatto rifare tutte cose in Thailandia».Negli anni sono finiti in carcere molti dei suoi parenti, ma del boss nessuna traccia. E intanto su di lui pende una taglia da un milione e mezzo di euro.

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