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Meli, il luzzanese che scolpì giganti e conquistò il cuore di Roma

Meli, il luzzanese che scolpì giganti e conquistò il cuore di Roma
20 Giugno 2017 ore 05:30

Nel 1840 il giovane Giosuè Meli, ottavo di undici figli di contadini cattolici proprietari di coltivi, risaliva il sentiero della casa natale per scolpire un Gigante del mito o un Cristo della Pietà, in un imponente masso di pietra friabile della Luna, a strapiombo sulla Valle dell’acqua. È il titanico Gigante che sostiene la montagna, battezzato dai luzzanesi, peculiare nella tradizione del gigantismo, appena salvato da un rapido degrado per erosione. È l’esordio di un talento, che le opere bergamasche, giovanili e tarde, raccontano legato alla terra natale – meta di ritorni, doni e commissioni – e animato da uno spirito arcaico e romantico, oltre che da una sensibilità tardo-canoviana e una matura curiosità scientifica.

Formazione e lascito. Allora Giosuè Meli, nato a Luzzana nel 1816, formato dal cappellano vicario, suo primo committente, era riuscito a frequentare la Carrara e, grazie a mecenati come la nobile Prezzati, s’accingeva a perfezionarsi lontano dalla sua piccola patria. Così iniziano fortuna, misteri e traversie di un bergamasco che scolpì la sua fama nel marmo di Carrara, nella città eterna di Pio IX, nel secolo della grande scultura. Dopo la sua morte a Roma nel 1893 e il testamento della statuaria di Martini nel 1945, Giosuè passò il testimone allo scultore luzzanese Alberto Meli, collaboratore di Arp. Ma sopravvisse in ricordi e toponimi di Luzzana, in una piccola preziosa ricerca del parroco Bellini, nel museo e nei cataloghi di Alberto Meli, in testi di autorevoli storici della scultura come Zampetti.

 

Il gigante del 1840, opera giovanile di Giosuè Meli

 

Le opere e il successo. Ventuno le sue opere note nel 1997, ottantatré quelle conosciute oggi, ritrovate o ancora disperse. Giosuè Meli è riemerso dall’ombra del passato grazie alla complessa ricerca di Carlo Pinessi, cofondatore del museo luzzanese e nipote di don Bellini: la prima monografia dell’artista, edita da Grafica& Arte nel 2015, è un romanzo biografico, rigoroso e divulgativo, persino divertente, che recupera e indaga tracce dal borgo natio agli altari romani fino alle corti europee, dalla cronaca alla storia. Infatti l’artista fu subito ammesso nell’Arciconfraternita dei Bergamaschi in Roma, di cui divenne Guardiano, e all’Accademia di San Luca, dove l’ingombrante lezione neoclassica di Canova era stata filtrata da Thorvaldsen ed ereditata da Tenerani. Non dovette attendere la vita oltre la morte per meritare la stima di bergamaschi quali il cardinale Angelo Mai e il conte Secco Suardo, sonetti celebrativi di letterati ed elogi de L’Osservatore romano, L’Album e L’Eco di Bergamo.

L’approdo a Roma. Ottenne prestigiose commissioni nella città-cantiere del “Papa degli artisti” dal 1859, da quando il Pontefice custode della tradizione acquistò un suo Crocifisso e lo invitò in Vaticano. Sue opere monumentali, con gessi a grandezza naturale, sono nelle basiliche S. Maria Nova al Foro e S. Paolo fuori le mura, in monastero Tor de’ Specchi, santuario della Scala Santa e Trinità dei Monti. Il suo capolavoro fu La madre pompeiana (1861), ripresa da Benzoni e Tadolini e dispersa con la collezione della casa museo di Lord Mitchell Henry a un’asta londinese del 1900.

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Neoclassicismo un po’ romantico. L’arte di Meli testimonia come le tardive istanze neoclassiche, ereditate col metodo canoviano, abbiano coltivato in grembo lo spirito romantico, poi richiamato alla realtà da un magistrale naturalismo. Lo dimostrano il gusto classicista delle allegorie di Boston (ora a Luzzana), del Museo di Santa Giulia a Brescia e della collezione dell’imperatrice Caterina (ora nel Museo di Stato russo a San Pietroburgo), il sentimento della piccola statua del Risorto nella parrocchiale di Luzzana e il verismo ritrattistico dei busti Lancellotti in San Giovanni in Laterano, Barca alla Biblioteca Mai e Piccinelli all’Ateneo.

Nove sculture ritrovate. Nove sculture sono state ora rinvenute dallo studioso Luca Brignoli proprio nella storica collezione del seriatese Antonio Piccinelli. La Madonna addolorata (1850) “leviga” la versione del ’56 in collezione bergamasca, il piccolo San Pietro (1849) rievoca la copia del monumento colpito da un fulmine sulla parrocchiale di Trescore. Il San Sebastiano dialoga col Salvatore legato alla colonna dell’Arcivescovo di Milano esposto a Brera nel 1850 e con quello di collezione bergamasca datato 1853: annunciano il grande Cristo alla colonna del ’74. Se tradizionale è l’iconografia del nudo cogli attributi militari, non martirizzato da bastone ma miracolato da frecce, non legato a colonna ma ad albero, personale è l’equilibrio tra puro ideale e vero naturale senza che il sentimento ceda al pathos. Dono dell’artista, il busto di Angelina Plebani Madasco, figlia di Lucia Prezzati, anticipa di un anno la variante del ’52, acquisita dal Museo luzzanese. Il tavolo tondo con mosaico di graniti e marmi del Serio s’accosta a quelli con sassi del Cherio al Museo Caffi e in collezione privata; tre mani a grandezza naturale di un uomo e due bambini, realizzate nel ’54 con antico marmo del Circolo di Romolo e della Via Appia, richiamano quelle dell’53 per la contessa bergamasca Sottocasa Noli.

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