Albiceleste in finale ai rigori

Argentina-Olanda, una camomilla Il meglio correva su Twitter

Argentina-Olanda, una camomilla Il meglio correva su Twitter
09 Luglio 2014 ore 06:00

E’ finita con gli argentini che si abbracciavano e cantavano sotto la pioggia, ma tanto loro cantano sempre e non è sembrato affatto strano vederli così. Questa volta però hanno cantato più forte, dicevano “vamos, vamos”, andiamo a prenderci la Coppa del Mondo al Maracana. Sì, al Maracana dove tutti aspettavano di vederci il Brasile di Neymar, e invece vedranno Messi sfidare la Germania: auguri. E’ finita 4-2 ai rigori, con Romero portato in trionfo per aver parato i due che hanno regalato all’Argentina la finale di questo Mondiale senza precedenti. Se c’era una giustizia avrebbe vinto l’Olanda, che doveva vendicare la sconfitta del ’78, quando c’erano il generale Videla e la sua dittatura. Invece gli oranje di Van Gaal, sportivamente, senza farne un dramma, hanno accettato un’altra sconfitta, e adesso si chiederanno che cosa è mancato (e cosa manca) a questa nazione perché tutto quel loro potenziale non trovi mai un senso nella gloria. Ci prova Robben all’ultimo fotogramma: «Tutti abbiamo dato tutto, non possiamo dare la colpa a nessuno. Dovremmo cambiare e diventare un po’ più sciolti».

Più sciolti, o forse più cinici. D’altra parte quella di ieri contro l’Argentina è stata un’Olanda molto poco bella né efficace, ma volenterosa sì. Marca a uomo in tutte le zone del campo. A Messi non viene fatto toccare il pallone, e quando lo fa è così lontano dalla porta da risultare superfluo. Per lunghi, interminabili minuti, Argentina-Olanda è una partita a scacchi un po’ noiosa per essere la semifinale. Sembra una gara degli Anni 90, quando i giocatori marcavano pure le ombre di se stessi e per lo spettacolo e i gol non c’era mai spazio. Figuriamoci con la tensione a mille, la paura di fallire l’occasione di una vita. Era il giorno della festa nazionale per l’indipendenza del Paese, e Buenos Aires si era preparata al meglio. Ma in campo succede poco. Dopo un quarto d’ora De Vlaar stende Perez imbeccato da Higuain al limite: Messi ci prova ma Cillessen c’è. Dall’altra parte Robben arretra a cercare palla, spesso parte in slalom, ma i tiri verso lo specchio della porta non esistono: non ci sono.

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E così il secondo tempo. L’Olanda prova ad alzare il ritmo, gli argentini lo abbassano anche di più. Ne viene fuori una gara così poco elettrizzante da risultare noiosa come un comizio sui detersivi. Sbadigli. Higuain viene fermato in un fuorigioco da buona posizione, ma è tutto qui. Allora Sabella ha la faccia tosta di gettare dentro pure Palacio (fuori Perez) e Aguero (per Higuain). Ma la mossa del ct albiceleste è più una proiezione, perché l’Argentina in realtà rinuncia al gioco comunque, preferisce restare arroccata sperando in qualche veloce, disperato contropiede. L’Olanda no, ci prova, regalandosi persino una mezza possibilità al 44′ con Robben: un balletto in area, un tocco di troppo e Mascherano gli chiude lo specchio della porta. Si va ai supplementari, e con le poche energie rimaste c’è ben poco da sperare. Infatti si vai ai calci di rigore. Partite del genere non le risolvono gli eroi, quelli restano a guardare. Restano ai margini, e lasciano agli altri la possibilità di ritagliarsi un momento di gloria.  Vengono fuori i diseredati e, per una notte, sono loro a essere beatificati.

L’ultimo della lista è il portiere Romero. Aveva lasciato la Sampdoria perché non lo voleva più: parava come una saponetta. Allora era andato in Francia, al Monaco. Ma lì aveva fatto la riserva di uno scioglilingua: Subašić. Non è un pararigori, è l’uomo dei ciapanò. In cui Sabella ha creduto sempre, sin dall’inizio. Romero lo ha ripagato. Sul rigore di Vlaar si tuffa e ci mette il corpo. Su quello di Sneijder – ben più difficile – ci mette il guantone. Maxi Rodriguez mette quello decisivo. L’ultima volta che l’Argentina aveva superato ai rigori una semifinale era il 1990 e in porta c’era Goycochea. In finale aveva vinto la Germania, appunto. Ma gli argentini ci penseranno domenica. A San Paolo la pioggia continua a cadere. Cantano “vamos, vamos”, andiamo a prenderci la Coppa. Di Romero resterà l’ultimo urlo ultraterreno: «E’ una grande gioia, l’Argentina aspettava questo momento da tantissimo tempo e dal primo giorno di questo Mondiale avevamo questa speranza».

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