La mia Cuba (di Hemingway)

18 Dicembre 2014 ore 15:42

La prima volta che ho messo piede a Cuba è stato nell’ormai lontano 2001.

Già sull’aereo che mi riportava in patria ronzavano ancora nelle orecchie le parole del mio amico Leonardo Padura Fuentes, uno dei massimi scrittori dell’isla verte tradotto e assai conosciuto anche da noi in Italia. «La realtà cubana è una dei misteri più difficili da interpretare “es cosa muy complicada”, una cosa ne contiene un’altra come una specie di matriosca: la bambola russa che all’interno contiene la replica di se stessa in scala sempre più piccola.

Stavo smaltendo mezzo addormentato i postumi del jet lag, quando  una radio accesa spara la voce concitata dello speaker che sta raccontando cose destinate a gettare il mondo nell’angoscia. Era proprio quell’undici settembre e io avevo da poco messo piede a casa dopo dieci ore di volo e quella esperienza incredibile alle spalle che complice il “mio amico” Hemingway si sarebbe ripetuta ancora una mezza dozzina di volte.

Sì, perché da quel momento, dopo aver presentato un mio libro tradotto da Ediciones Union al Castillo del Morro, mi è stato chiesto di partecipare al Convegno Internazionale Ernest Hemingway in cui biennalmente si ritrovano i maggiori esperti del mondo dello scrittore statunitense. La manifestazione è organizzata dal ministero della cultura cubana e dalle direttrici della Finca Vigia, la casa di Hemingway trasformata in museo, Ada Rosa Alfonso e Gladys Rodriguez Ferrero, di cui proprio adesso ho ricevuto un messaggio in cui tra l’altro si legge: «El día de hoy con las declaraciones de ambos Presidentes, ha resultado maravilloso y extraordinariamente emotivo para mi país y para mi pueblo y para mi en especial».

La trasformazione “epocale” di cui si parla adesso, la possibile cancellazione dell’embargo, questo ennesimo crollo di allegorici muri, sono nati in sordina proprio in ambienti culturali come quello de La Finca a San Francisco de Paula, sobborgo dell’Avana.

Con grave preoccupazione da tempo si pensava  al colossale lavoro di digitalizzazione delle opere, dei tantissimi scritti, delle numerose fotografie lasciate dal premio Nobel in quella enorme casa di legno, un “barco blanco” una barca bianca così la chiamava Ernest affettuosamente. Lì ci sono ancora le tombe dei suoi amati gatti e dei fedeli cani, lì è stata trascinato in un riparo il peschereccio “Pilar” con cui Papa andava a pesca in compagnia del fidato Gregorio Fuentes, da me conosciuto e intervistato poco prima che morisse all’età di 104 anni. E in quel parco c’è la leggendaria piscina tristemente priva d’acqua dove si racconta che Ava Gardner avesse un giorno perso impudicamente le sue mutandine. E c’è anche la torre fatta costruire dall’ultima delle moglie di Hemingway, Mary Welsh, affinché potesse appartarsi per scrivere indisturbato. Tra questo luogo e l’Ambos Mundos, l’albergo preferito di Hemingway quando ancora non aveva acquistato casa con i diritti pagati dalle major cinematografiche per la trasposizione sul grande schermo di sue opere celebri, si sono svolti fino  a due anni fa i lavori del Convegno ai quali nessun cittadino statunitense avrebbe mai potuto accedere: canadesi, giapponesi, messicani, australiani, spagnoli, italiani e argentini. Americani no. La legge dell’embargo. Ma invece nel 2011, esattamente dieci anni dopo il mio primo viaggio, qualcosa muta: si parla di partecipazione di studiosi americani coinvolti nell’opera di  digitalizzazione del patrimonio Hemingway, si cominciano a inserire “slides” nel corso delle conferenze che annunciano una ristrutturazione globale della Finca.

Il biennio successivo il ricordo ancora vivido di un gruppetto di esperti americani bloccati all’aeroporto svanisce perché stavolta il convegno sembra contenere un numero cospicuo di nomi statunitensi. «Obama ha aperto agli scambi culturali tra Cuba e l’America» mi dice la direttice dellla Finca Vigia. Pochi mesi dopo molti cimeli della casa di Hemingway prendono il volo per Boston: destinazione Museo Kennedy. Genesi  e anamnesi di un fatto adesso compiuto. Come sempre i pareri su quella che solo all’apparenza è una repentina svolta si rincorrono e talvolta collidono.

E allora possiamo ipotizzare ad esempio il pretesto di interscambio culturale usato piuttosto come abile cavallo di Troia?  Chissà?! Le strategie dei potenti sono talvolta assai sottili e comunque  sempre molto difficili da identificare con precisione.

Certo è che adesso Cuba deve prepararsi a compiere un viaggio assai più difficile di tanti altri, quello della inevitabile disidentificazione in nome di tutta una serie innegabili vantaggi, o di ciò che il sistema occidentale ci ha abituati a ritenere tali.

Mi viene in mente la pretesa libertà che viene offerta a qualunque casalinga di “scegliere”, insacchettare e pesare le verdure o i pomodori al supermercato: un espediente per far pagare caro un servizio che dovrebbe essere svolto da altri. Persiste una visione all’acqua di rose di Cuba che punta il dito sulle restrizioni della libertà individuale, quando non si riflette che anche da noi molte espressioni di libertà sono di fatto negate, anche se ipocritamente ammesse. Gianni Minà docet: cassato dall’informazione “ufficiale” del nostro paese proprio per le sue idee. Questo succede nella democratica Italia, non a Cuba.

Quanto a me, dovrei tornare a giugno all’Avana, ma non credo che lo farò.

Sento ormai troppo vicino l’odore di fritto di chips and coca.

 

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