Il noto giornalista bergamasco

Mio marito Paolo Arzano

Mio marito Paolo Arzano
03 Aprile 2015 ore 05:30

Lunedì 23 marzo al cimitero di Bergamo si è svolta la benedizione della salma di Paolo Arzano, giornalista bergamasco di lungo corso, morto a 87 anni. Una cerimonia semplice ed essenziale al termine della quale i suoi amici jazzisti hanno suonato un’ultima volta per lui. Dalla parte dell’organo si sono udite alcune note introduttive e poi ha cominciato a piangere (o forse a sorridere) un inconfondibile sax. La musica era quella What a Wonderful World di Louis Armstrong: un addio tra i più belli che ci sia capitato di vivere. Abbiamo chiesto alla moglie, Carla Pozzi, di raccontarci chi era Arzano. 

 

Come si può scrivere della persona più importante della propria vita senza cadere nella retorica, nell’agiografia, nello stucchevole racconto del proprio amore personale. Sì ci siamo anche sposati dopo mie ripetute resistenze. Il matrimonio fra noi non è stato un punto di partenza ma di arrivo; le difficoltà che conoscono tutte le coppie, già passate. Troppo maturi per la fase romantica, già consumata. Eppure quella sera, dopo un pranzo a due e una festa con gli amici e la musica, sempre rimandata, quel vincolo è diventato invalicabile, inviolabile e ci siamo rimasti aggrappati fino al primo pomeriggio del 20 marzo quando gli occhi ancora azzurri mi cercavano ma l’aria non arrivava più. Io ero lì. Avevo preso quell’impegno con me stessa: non rifugiarti nel tuo dolore andavo ripetendomi, guarda la fine della vita con più coraggio di quello finora dimostrato. Guarda  la scia che lascia, come dice una poesia di Stephen Spender, chi è vissuto nel segno dell’onore.

Sono fiera di esserci riuscita, di aver raggiunto un traguardo che fra noi si chiamava “laureata in arzanologia”. Le sue sembianze non hanno mai smesso di stupirmi, come le esibizioni e le imitazioni: Charlot, Frankenstein (questa gli veniva benissimo), le mosse di fioretto apprese da ragazzo. Mobili a rischio. Non c’è una sedia che non traballi. Vestiti troppo larghi o troppi corti. Un’estetica mai raggiunta. Ci siamo arresi quando abbiamo visto Jacques Tati nel famoso personaggio Monsieur Hulot: un emulo.

Se mi fosse chiesto di definirlo con una sola parola non esiterei a dire buono anche se questo termine viene associato a semplice o peggio. Ma buono lo è stato davvero con i familiari, con i colleghi, con le persone in difficoltà. Gli veniva facile a non provare invidie. Perfetto? Certamente no. Prodigo fino all’incoscienza: un anno sua mamma tornò dalle vacanze estive ad autunno inoltrato: c’erano gli acconti, ma il saldo ha tardato eccome. Un irritabile perfezionista nella professione. Non ha mai smesso di fare il giornalista e di dirigere una redazione: ha scritto il suo necrologio, le indicazioni sulla cerimonia funebre. La sepoltura nella terra, una cassa di legno senza orpelli esterni ed interni. Non rivestito da mani estranee, ma avvolto in un lenzuolo bianco e subito il volto coperto. In una nota a margine la cifra da non superare: l’ironia di chi non ha mai desiderato ma solo usato il denaro. Io e il figlio Corrado (ultima esigua redazione) abbiamo eseguito.

Se mi fosse chiesto cosa ricorderai di Paolo mi piacerebbe rispondere con uno dei possibili elenchi di parole che amava: infanzia, padre, equilibrio, femminilità, feeling, negritudine, compassione, ascolto, jazz, conforto, micio, profumo, preghiera, mistero, leggere, perdono, passione, calcio, cibo, sorriso, strategia, tenerezza, ironia, vita, responsabilità e le ultime parole che ha scritto: «Ogni cosa ha una fine, anche noialtri».

Carla Pozzi

 

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