L'intervista

Il mito degli Alan Parsons Project Settimana a Bergamo per Zakatek

Il mito degli Alan Parsons Project Settimana a Bergamo per Zakatek
27 Dicembre 2017 ore 12:41

«Ieri mi hanno portato in Città Alta, architetture che sanno di storia, le Mura antiche e austere, l’autista faceva gimcana tra viottoli che si schiudono a piazze medioevali, luci da racconti di Charles Dickens. Ho provato sensazioni indescrivibili». Lenny Zakatek, 71 anni, «The Voice», tra le voci più celebrate del mondo del rock e del soul, è stato alle Ghiaie allo studio Solid Groove di Massimo Numa. Il progetto per ora è top-secret ma il chitarrista bergamasco ha un sogno nel cassetto: poter un giorno lavorare con il vocalista di Alan Parson’s Project.

Lenny, quando ha conosciuto Massimo?

«Ero a Bologna per due concerti con Alan Parson. Mi ha avvicinato e parlato dei suoi progetti. Mi ha colpito il suo modo di esprimersi che sentivo sincero e pieno di fiducia nelle cose che diceva, coerente e determinato nel suo percorso teso a voler definire un obiettivo artistico che mi coinvolga. Adesso vedremo come si sviluppa».

Che effetto fa avere lo stesso nome d’arte di… Frank Sinatra?

«”The Voice” l’ha coniato qualcuno dopo aver assistito a un concerto dei Gonzales, un gruppo di musica afro-americana nel quale ho militato come vocalista dal ’74 all’81. Un genere a cavallo tra blues, jazz e soul cui aggiungevo tinte rock, per questo mi hanno chiamato “la voce”. Un soprannome che mi è sempre piaciuto».

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Duke Ellington diceva: la musica si divide in due generi, quella buona e quella cattiva.

«Spero che la mia sia tra quelle buone… Sono nato a Karachi prima che diventasse la capitale del Pakistan e ho sempre vissuto nella musica. Mio zio era un trombettista jazz, a casa si ascoltavano i dischi di Dinah Washington, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughn. Avevo 13 anni e cantavo i loro standard. Penso che si possa avere tecnica, ma servono soprattutto talento e cuore per fare musica buona».

Nel ’77 entrò negli Alan Parson’s Project.

«Dapprima, come cantante di studio. Ci sono rimasto per 10 anni pur occupandomi nel frattempo di altre collaborazioni. Ho cantato pezzi che sono diventati successi di Alan, come I Wouldn’t Want to Be like You e Games People Play».

Il critico Todd Jenkins ha scritto di lei: la voce di Zakatek è il «prototipo del rock progressivo pieno di soul».

«E ha aggiunto che il mio groove interpretativo era pieno di atmosfere funky e blues. Leggevo queste note e pensavo: beh sono io, la mia storia, la mia anima, il mio modo di vivere la musica».

Un’anima cosmopolita che l’ha portata a lavorare con tanti grandi di ieri e di oggi.

«A parte la storica collaborazione con Alan Parson, che ha prodotto anche il mio primo disco solista, ho lavorato con Joni Mitchell, Bon Jovi, gli Inxs, Bob Dylan, Michael Kamen, ho scritto e editato pezzi per grandi figure musicali».

Ha dei ricordi legati a qualcuno di loro?
«Ho incontrato Joni Mitchell a Nagoja in Giappone, dove ho conosciuto anche gli Inxs. Me ne stavo seduto in autobus e lei se ne stava in fondo. Mi avvicinai, mi disse: hai un volto famigliare. Le dissi: anche tu. Mi chiese se fossi disposto a cantare come supporto con gli artisti che le ho citato. Ci siamo reincontrati a Londra. Ho cantato con Joni, una delle voci più straordinarie che abbia mai conosciuto».

Ha fatto tutti i lavori della musica, quale preferisce?

«Quello di cantante. Negli ultimi 15 anni mi sono occupato di produzioni, management, edizioni. Ma sei anni fa ho ceduto al richiamo del microfono, ho pensato che avrei voluto tornare a fare tournèe. In repertorio, ho molte canzoni di Alan Parson e quelle che più ho amato nella mia vita».

Come vede il futuro della scena internazionale della musica?

«Ci sono molti nuovi talenti, nuovi cantanti, autori, ma penso che l’industria musicale spesso li distrugga. Non c’è interesse a far sì che queste risorse crescano. Magari le spediscono a vari talent show. E lì senti che ci sono voci di un certo spessore, ma cantano canzoni famose. Insomma, i talenti bisogna coltivarli e credo che una strada possa essere quella delle etichette indipendenti, della cooperazione tra artisti nuovi e affermati. E poi mi chiedo: chi sono i giudici dei talent show…?».

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