Alla Coppa del Mondo del '74

Lo Zaire, i Mondiali, la punizione Storia di Mwepu, da naif a eroe

Lo Zaire, i Mondiali, la punizione Storia di Mwepu, da naif a eroe
12 Maggio 2015 ore 11:40

Apparentemente sembrò trattarsi di un gesto tragicomico, tanto che la reazione sia dei protagonisti che degli spettatori oscillava tra sgomento ed incredulità. Poi, come tutti i giudizi dati a caldo, acquisì un senso di una portata incalcolabile, e la storia diede giustizia a Ilunga Mwepu, difensore dello Zaire ai Mondiali del ’74, passato da icona naif a piccolo eroe. L’ex-giocatore è morto pochi giorni fa all’età di 65 anni, dopo una vita trascorsa sui campi di calcio e gli ultimi anni a lottare con la malattia. E si torna a parlare della sua strana storia sportiva e umana, segnata inevitabilmente dal più famoso calcio di punizione “sbagliato” del calcio.

Da Congo a Zaire. Con la fine del colonialismo europeo in Africa anche i Paesi più “sfruttati” da fine Ottocento in poi riuscirono ad ottenere l’indipendenza. Il 30 gennaio 1960 re Baldovino del Belgio concesse l’indipendenza al Congo, designando come primo ministro Patrice Lumumba. La situazione però non era delle migliori in quanto l’esercito non voleva sottostare alle direttive del nuovo governo e una delle poche aree ricche, la regione mineraria del Katanga, chiedeva la secessione. Nel 1961 la decisione di orientarsi su una politica filo-sovietica costò cara a Lumumba che venne arrestato e giustiziato da una falange militare. Gli scontri interni per il governo del Paese proseguirono fino al 1965 quando, con un colpo di stato dell’esercito, il potere venne preso da Joseph-Desireèè Mobutu, capo di stato maggiore dell’arma.

Repubblica e dittatura. Mobutu, che resse la Nazione fino al 1997, governò con metodi dittatoriali volti ad affermare l’unicità della cultura africana a livello mondiale, cancellando le ultime scorie colonialiste rimaste. In quest’ottica vanno lette il cambiamento del nome del Paese da Repubblica Democratica del Congo a Repubblica dello Zaire e di tutte le città “belghe” con nomi africani (come Leopoldiville che divenne Kinshasa). Se formalmente il nome era quello di “Repubblica” in realtà il potere era gestito dal singolo partito di Mobutu, che accumulava gli aiuti economici internazionali dell’ONU e i guadagni delle materie prime del posto, controllando il Paese con il terrore e la repressione (ottenne alle elezioni a cui si presento il 99,9 percento di consensi). Mobutu desiderava l’affermazione di una forte identità africana anche a livello sportivo e per questo attinse alle sue laute casse per richiamare in patria i giocatori di origine congolese che giocavano nel campionato belga. Dal 1970 infatti il regolamento FIFA prevedeva che, tra le 16 squadre partecipanti ai Mondiali, una doveva essere africana. Con il “metodo Mobutu” lo Zaire era riuscito ad aggiudicarsi le edizioni del 1968 e del 1974 della Coppa d’Africa e, soprattutto, a compiere l’impresa di qualificarsi per la Coppa del Mondo in Germania del 1974, come primo paese nella storia rappresentante l’Africa Nera.

 

 

Lo Zaire ai Mondiali. Poco prima della partenza per la Ruhr, regione tedesca dove gli africani avrebbero giocato la fase a gironi, Mobutu convocò la squadra con l’allenatore slavo Vidinic nella sede del governo di Kinshasa, consegnando a tutti una busta piena di soldi come riconoscimento per il traguardo raggiunto. Al Mondiale lo Zaire fu inserito nel Gruppo 2 assieme alla Scozia, alla Jugoslavia ed ai campioni in carica del Brasile. Nel primo match a Dortmund gli africani persero per 2-0 contro i britannici, anche a causa di un erroraccio di una delle colonne della Nazionale, il portiere Kazadi. Il secondo incontro, disputatosi a Gelsenkirchen, fu un massacro sportivo per lo Zaire che perse per 9-0 contro i balcanici, alimentando i sospetti che Vidinic avesse passato ai compatrioti i propri schemi tattici prima della partita. Durante la gara, sul risultato di 3-0 (conseguito dopo 18 minuti), il portiere Kazadi venne sostituito con il suo secondo Ndimbi (che subì un gol dopo 3 minuti). Il cambio però fu pilotato da Mobutu che, tramite il ministro dello sport Lockwa, da Kinshasa telefonò alla panchina chiedendo la sostituzione immediata del portiere. Non era la prima volta che il generale prendeva decisioni per tutti: il giorno dopo la sconfitta con la Scozia infatti aveva deciso di cancellare i premi promessi ai giocatori (Auto, appartamento e viaggio negli USA per ognuno). Prima di tornare a casa però lo Zaire doveva giocare la partita più “proibitiva” del suo mondiale, quella con i verdeoro del Brasile.

4 foto Sfoglia la gallery

Il Brasile. Tra il 18 ed il 22 giugno, i giocatori dello Zaire ricevettero una visita da Kinshasa: alcuni uomini di Mobutu erano giunti con un jet privato nella Ruhr e avevano convocato tutta la squadra in una stanza dell’hotel dove alloggiavano. Il Brasile aveva bisogno di almeno 3 gol per qualificarsi ai danni della Scozia: fino alla terza rete tutto era concesso, dalla quarta in poi i giocatori vennero minacciati di non poter rientrare più in patria e invitati a disinteressarsi in futuro delle famiglie, in quanto segnate da un tragico destino. Mobutu aveva infatti definito la sconfitta con gli slavi una vergogna nazionale. La storia della gara oggi è nota: i brasiliani andarono sul 3-0, poi pochi minuti dalla fine l’arbitro rumeno Rainea fischiò un calcio di punizione dal limite dell’area per i carioca. Sul pallone si presentò Rivelino, prese la rincorsa ma, poco prima che il brasiliano partisse, dalla barriera si staccò Mwepu che calciò il pallone nella direzione opposta sfiorando la faccia dell’inebetito fantasista del Brasile. I giocatori brasiliani scoppiarono a ridere, mentre Mwepu li definiva “bastardi” parlando nella sua lingua. Tutto il mondo assisteva e non capiva, chiedendosi in fin dei conti come fosse possibile che una squadra, partecipante al Mondiale di calcio, non conoscesse le regole base del gioco. Intanto però il ritmo di gioco era stato spezzato, l’inezia della gara venne meno e non si andò oltre il 3-0. E qualche anno dopo si scoprì la drammatica verità: in quel rinvio c’era tutta la paura di una squadra che non stava lottando per il proprio orgoglio, bensì per la propria vita e per quella dei propri cari. L’arbitro Rainea però ignorava tutto questo e punì Mwepu con un cartellino giallo.

Food delivery
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia