«Ho fregato anche i puristi»

Moro racconta il Nanga Parbat «Ho smentito i distruttori di sogni»

Moro racconta il Nanga Parbat «Ho smentito i distruttori di sogni»
Personaggi 02 Marzo 2016 ore 12:05

Ore 11.37 del 26 febbraio 2016, al campo base arriva l’atteso messaggio: «Cima!». Lo attendevano tutti, anche la storia: Simone Moro, 49enne alpinista bergamasco, ha raggiunto la vetta della nona montagna più alta al mondo, la seconda più pericolosa, il Nanga Parbat. Al suo fianco i compagni di spedizione Alex Txicon (spagnolo) e Ali Sadpara (pakistano). Un’impresa che assume i tratti della leggenda, se si valuta che è la prima volta che “la montagna del diavolo”, com’è stata soprannominata dagli sherpa, viene scalata in inverno. Un’impresa ancora più incredibile se si tiene conto che per Moro è il quarto Ottomila raggiunto in inverno, l’ottavo dei 14 presenti in tutto il mondo.

A distanza di 5 giorni dall’impresa, dopo l’impegnativa discesa e un lungo viaggio verso Islamabad, proprio dalla capitale del Pakistan l’alpinista bergamasco ha rilasciato un’interessante intervista telefonica, la mattina di mercoledì 2 marzo, al programma Attenti a noi due condotto da Alessandro Milan e Oscar Giannino su Radio 24 (QUI potete ascoltare l’audio integrale, dal minuto 19). E proprio con l’emittente di Confindustria ha condiviso emozioni e sensazioni di un’impresa che ha fatto il giro del mondo. Ve le riproponiamo.

 

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[Simone Moro (secondo da destra) insieme a Alex Txicon, Ali Sadpara e Tamara Lunger]

 

Il segreto di una tale impresa. «Raggiungere quella vetta era un sogno di lunga data. Ho calcolato che sul Nanga Parbat ci ho passato un anno della mia vita. Dal primo tentativo nel 2003 a quelli del 2011 e del 2014, fino a oggi. Era un grande sogno e come tutti i grandi sogni, per poterli realizzare, bisogna avere pazienza, aspettare i momenti giusti. E io sono uno che di pazienza ne ha tanta, non sono certo uno che si demotiva facilmente. Questa volta è stata premiata non solo la capacità di tutto il gruppo, ma anche la voglia di non ascoltare i “distruttori di sogni”, quelli che ti dicono sempre che non ce la farai, che il tuo sogno è impossibile».

«Sulla vetta tirava un vento fortissimo, a 45 chilometri orari, con una temperatura vicina ai 40 gradi sottozero, precisamente tra i 34 e i 38 sottozero. Queste condizioni climatiche hanno messo a dura prova le ambizioni e la voglia di arrivare in cima di tutti noi. Per farvi capire la difficoltà: salivamo a una velocità inferiore ai 100 metri all’ora».

Il rischio congelamento. «Con quelle condizioni climatiche, il rischio congelamento c’è sempre e comunque. Giusto per fare un esempio: l’immagine classica è quella dell’alpinista che, armato di piccozza, sale. Una delle cose che va quasi sempre fatta in questi casi è di incerottare tutta la testa della piccozza perché fa talmente freddo che il gelo si attacca ad essa e attraversa anche il guanto, congelandoti la mano. Io questa volta non l’ho fatto, ma non perché mi sono dimenticato, semplicemente mi sono fidato totalmente dei guanti che avevo, e infatti non ho avuto problemi. Ho solo un fastidioso formicolio fastidioso a pollice e indice…».

 

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[Simone Moro (a destra) e Ali Sadpara in vetta al Nanga Parbat]

 

Nei giorni scorsi Moro aveva fatto sapere di avere avuto dei problemi al piede sinistro: «Ho appena fatto la doccia e ho visto che il piede è ancora un po’ rosso. Ma niente di preoccupante. Si è trattato di quello che noi alpinisti chiamiamo volgarmente “gelone”. Una bella botta di freddo insomma, ma nessun principio di congelamento. La verità è che non ho voluto usare nessun sistema meccanico di riscaldamento delle suolette, che adesso esistono grazie a Dio. Però nel mio mondo ci sono i puristi, che dicono: “Ah! Hai usato le suolette riscaldate, ma sei una pippa!”. Ecco, io li ho fregati: non ho usato elicotteri, non ho usato avanzati strumenti tecnologici, non ho usato le suolette. Ho inchiodati i puristi ai fatti, ho realizzato il sogno soltanto con le mie forze. E sono orgoglioso perché le scarpe più belle del mondo, anche quelle per andare in cima al Nanga Parbat d’inverno, le facciamo noi italiani. Il problema dei piedi, come quello delle mani, è che sono delle parti distali del corpo, cioè distanti dal cuore, e quindi sono anche le più vulnerabili e più lontane dalla nostra “caldaia”. Il problema del freddo è che rende denso il sangue, lo rende della consistenza del miele quasi, e quindi fa fatica a scorrere e a raggiungere tutte le parti del corpo, in particolare mani e piedi».

L’oggi e il domani. «Arrivare lassù, in una giornata bellissima, e vedere nitidamente il K2 e tutte le altre meravigliose montagne che distano centinaia di chilometri… È stata una visione pazzesca. Poi mi sono girato dall’altra parte e ho visto tutte le montagne dell’Afghanistan, dell’India. Il Nanga Parbat è veramente una montagna isolata e gigantesca che mi ha permesso di vedere e di godere di una porzione di mondo unica e meravigliosa. Ora il prossimo obiettivo sarà l’Annapurna (la montagna con il più alto tasso di mortalità di alpinisti, ndr). Perché tutto questo è una scuola di vita. Adesso noi siamo abituati a volere sempre tutto subito. Fissiamo i nostri obiettivi in maniera ambiziosa ma senza capirne realmente la portata. Io so benissimo che il Nanga Parbat in inverno, così come gli altri Ottomila invernali che avevo apertamente dichiarato come miei obbiettivi e che poi ho scalato, erano complicati, ma mi prendevo delle responsabilità. Innanzitutto quella di saper perdere, ma anche quella di imparare dalle mie stesse sconfitte. Piccoli insegnamenti che mi permettono, ogni volta, di ripartire con un po’ più di conoscenza e convinzione».

 

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[Simone Moro e Tamara Lunger]

 

Un pensiero per Tamara. Oltre a Simone Moro, Alex Txicon e Ali Sadpara, ad affrontare questa incredibile avventura c’era anche Tamara Lunger, giovane alpinista 30enne di Bolzano. Lei, però, a differenza dei colleghi non ha raggiunto la vetta. Ha mollato a soli 70 metri dalla cima. Moro ha dedicato un pensiero anche a lei: «Noi facciamo fatica a non considerare Tamara uno degli uomini di vetta. È come se uno arrivasse in cortile e non facesse due piani di scale per arrivare su in casa. Dalla vetta noi la vedevamo e lei vedeva noi. Ha deciso di fermarsi e tornare indietro. L’ultima volta che ci siamo parlati mi ha detto: “Simone, mi sa che mi devi dare una mano a scendere”. Era stata male e se fosse arrivata in cima, cosa che poteva tranquillamente fare, avrebbe poi però avuto bisogno del nostro aiuto per scendere. E sul Nanga Parbat non è proprio così semplice dare una mano agli altri, si è tutti al limite. Quindi per non dare problemi a noi e non metterci in difficoltà, Tamara ha rinunciato a realizzare questa impresa ad appena 60 o 70 metri dalla cime. Ha rinunciato al suo sogno e alla notorietà: non c’è mai stata una donna che ha scalato un Ottomila in inverno».

Il progetto in Nepal. «Ora voglio dedicarmi a un progetto grosso che ho in ballo in Nepal, con gli elicotteri. Voglio creare un’unità di elisoccorso, non tanto per gli alpinisti ma per la popolazione locale. E quella è un’impresa 20 volte più difficile del Nanga Parbat, perché il Nanga Parbat è una questione di allenamento, resistenza e fatica, mentre quello che mi sono messo in testa di fare in Nepal presuppone invece uno sforzo economico. E in Italia non ti da mai una mano nessuno. Intanto ho portato a casa lo zaino questa volta. Poi vedremo».

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