Né tregua armata né volersi bene

18 Agosto 2014 ore 17:21

Beati i pacifici, perché saranno chiamati Figli di Dio.

Abbiamo un problema: il Signore Gesù, in altra parte del presente racconto, invita i suoi a non credere che sia venuto a portare la pace: in realtà – dice – è venuto a portare la spada, ossia la divisione. E insiste: non sono venuto per creare un bel clima fra genitori e figli, suocere e nuore. Al contrario, secondo la lapidaria formula latina: inimici hominis domestici eius. Ossia: i nemici, ciascuno se li troverà in casa, tra i suoi. Non esattamente il quadro prospettato negli anni alle belle famiglie cristiane.

E allora – viene da domandarsi – che ci stanno a fare gli operatori di pace? a ricostruire quel che Lui ha nel frattempo disfatto sistematicamente? Improbabile.

Anche in altra occasione Gesù fa un discorso sulla pace che apre più domande di quante non dia risposte. La cena di Pasqua si avvia al termine e Lui – prima di uscire per raggiungere l’oliveto dove lo arresteranno – sente la necessità di dire ai suoi che lascia loro la pace. Ma subito precisa: la mia pace. E aggiunge: e non ve la lascio nel modo in cui la offrono tutti (tutti quelli che non mi hanno conosciuto, per non dire che mi hanno rifiutato: il mondo, in una parola). No. La mia (la Sua) pace è cosa diversa e implica un modo di pensare insolito, per dirla in politically correct. Segue un: «non state in pensiero, non abbiate paura» che lì per lì, come tante altre cose, non si capisce. Perché mai uno cui viene donata la pace (ancorché strana, insolita, ma pur sempre pace) dovrebbe sentirsi turbato? Che cosa dovrebbero temere?

E quindi – per tornare a Matteo – i costruttori di pace che saranno chiamati figli di Dio, sarebbero coloro che si dedicano a diffondere questo tipo di pace perturbativa, tale da indurre spavento, sacro terrore? A rigor di logica sembrerebbe così.

Proviamo, per una volta, a lasciarci tirare per i capelli dal ragionamento – cosa per altro pericolosissima – e scriviamo: Una volta ammesso che Gesù è il Figlio di Dio, e che prima di finire sulla croce abbia lasciato ai suoi la sua pace, ne consegue che quanti – una volta che Lui sia tornato al Padre – diffonderanno quella pace, anche loro saranno chiamati Figli di Dio. Come Lui.

Qualcuno vede in giro delle grinze? Direi di no: da un punto di vista logico la beatitudine funziona perfettamente. Resta la questione della pace: di che natura è – una volta acquisito che non può trattarsi della “solita pace”? Come funziona?

Funziona così: che a fine cena, dopo aver invitato gli amici a non temere, il Maestro fa il punto sulla situazione. Più o meno il suo ragionamento è questo: Vi avevo detto che sarei andato da mio Padre e così sarei rimasto sempre con voi. E voi dovreste essere contenti di questa cosa, perché mio Padre è più importante di me. (Avrei anche potuto non dirvi niente, per non mettervi in ansia, ma). Ve l’ho detto adesso, prima che succeda, così che, quando succederà, possiate convincervi che non vi ho mai mentito. Comunque, ormai il tempo delle parole è scaduto. Adesso devo fare ciò che è necessario perché la gente capisca che voglio bene a mio Padre e che sto solo eseguendo il compito che mi ha affidato. E conclude: Surgite, eamus hinc. Che tradotto significa: Scecc, ‘ndém de fò (cioè all’uliveto).

A questo punto, pensate sia legittimo ritenere che la pace (quella sua) che lascia (nel modo suo) ai suoi ragazzi consista nel dar loro tutti gli elementi per ritenere che Lui – il loro Maestro – e il Padre di Lui (mio Padre) siano una sola cosa, e che il compito che Gli è stato affidato consiste appunto nel ricostruire il rapporto fra il Creatore e le sue creature predilette, i figli di Adamo il disobbediente? Nel sacrificarsi perché questo accada? A rigor di logica, dico, non vi pare che sia così?

È così. La pace di beati i pacifici è questa, non la tregua armata o il “quanto bene ci vogliamo” cui pensano coloro che di questa meravigliosa vicenda (cosmica, me lo lasciate dire? e nello stesso tempo quotidiana) sanno poco o nulla (“il mondo”, in gergo). Ma le parole, a questo punto, stanno a zero. Uscire, bisogna. Andare incontro al pericolo. Perché si è visto che diffondere la coscienza di questa pace è il compito lasciato in eredità agli amici di Colui che è tornato al Padre per poter essere sempre con loro. Beato chi se la accolla, questa eredità. Perché vuol dire che la pace fra il Signore Iddio e noi uomini (quella pace) può continuare. Fino a che ci saranno altri nazareni in giro, dico.

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