Nemico è chi vuol starsene in pace

08 Agosto 2015 ore 15:23

Dunque il Papa. Che ha detto – a tutti i giovani che lo ascoltavano – che respingere in mare chi è stato cacciato dal proprio Paese è guerra, è violenza, è un conflitto non risolto. Si riferiva ai Rohingya espulsi dalla Birmania, ma il concetto può essere esteso ad libitum. E fin qui tutto nella norma – o quasi. Quasi perché nel video si vede bene l’esitazione, che lo scritto non rende, fra “guerra” e “violenza”. Come se il Papa cercasse il termine più appropriato. Alla fine sceglie per “conflitto”. Conflitto non risolto.

Tutto nella norma – o quasi – dicevamo, se non fosse in altra parte del medesimo discorso il Papa ha asserito che una società, un gruppo di amici, una famiglia in cui non ci siano delle tensioni, dei conflitti, «sapete cosa sarebbe? Un cimitero». Così ha detto: niente conflitti, un cimitero. Perché il conflitto – non solo tutti i conflitti – la conflittualità in quanto tale, finirà soltanto in paradiso.

Dunque: armatevi di speranza e di coraggio, ha ripetuto ai giovani in sala Nervi: individuate le tensioni e i conflitti che ci sono dati per rendere la vita degna di essere vissuta, e lavorate a risolverli. Tranquilli, sembra quasi che abbia voluto dire, tranquilli perché tanto risolto uno ce ne saranno sempre altri da affrontare. Finché ci sarà vita ci sarà il conflitto che la rende vita. Militia est vita hominis super terram.

Devo dire che era tanto tempo che aspettavo una cosa così. Una presa di posizione priva di zucchero, nettamente altra dai sogni delle aspiranti a Miss Italia.
Così aderente, profondamente aderente, quasi intima al passo di Matteo (che adesso bisogna specificare l’Evangelista, stante l’imperversre degli altri due) in cui Gesù dice ai discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare ‘‘il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa’’». I nemici (i nemici) dell’uomo sono quelli che non vogliono conflitti per non doverli affrontare. Che vogliono non la pace, ma starsene in pace. È bello il tedesco da questo punto di vista: Frieden è la pace; Friedhof la casa della pace, cioè il cimitero. Dove si riposa in pace.

Chi avrà preferito la tranquillità familiare (Chi ama il padre o la madre più di me, … chi ama il figlio o la figlia più di me…) al conflitto – cioè, per dirla in sintesi, chi avrà trovato la sua vita (sul divano), è tassativo che la perderà. Friedhof: la sua casa sarà la sua tomba. Sciagurati che mai non furon vivi, dice il poeta.

E, insieme, così spaventosamente Paolo a quelli di Salonicco, là dove scrive: «Quando diranno: “Pace e sicurezza!” allora un’improvvisa distruzione sarà istantaneamente su di loro come il dolore di afflizione su una donna incinta; e non sfuggiranno affatto». Istantaneamente. Irrimandabile come il parto. Quando ci dicono “Pace e sicurezza”. Per questo ci mettono in mutande ogni volta che dobbiamo prendere un aereo. Per la pace nel mondo e la sicurezza dei voli – e delle banche, e dei supermercati, e delle gioiellerie all’angolo, e dei tabaccai, e delle farmacie, e dei benzinai, …- siamo ridotti a vivere di telecamere, ispezioni e respingimenti in mare.

Nemici dell’uomo quelli che dicono “pace e sicurezza”. Quelli che siedono nei Consigli di Sicurezza. Quelli che dicono: se ne stiano a casa loro, che noi vogliamo starcene in pace a casa nostra. Non vogliamo rogne: «respingere i clandestini non è un crimine ma, anzi, un dovere di qualunque buon amministratore, cattolico o no» (l’altro Matteo, quello Salvini). Di quelli “o no”, forse. Per i cattolici sicuramente non è un dovere ributtare a mare la gente, per continuare a far finta che il conflitto non esista. Conflitto nel senso di “guerra a rate”, di “violenza diffusa per ogni dove”.

Facciano. Noi, prosegue Paolo, non vogliamo continuare «a dormire come fanno gli altri, ma stiamo svegli e siamo sobri». Non vogliamo la pace senza conflitti, la pace come la promette in mondo. Vogliamo una pace conflittuale, vigile, armata di speranza – con la corazza e con l’elmo, dice ancora Paolo. Non quello di Scipio. Un altro. Quello di cui ha parlato Francesco. E siamo sobri quando diciamo questo: non abbiamo bevuto. Non ancora, visto che non sono nemmeno le dieci.

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