35 anni in missione

Padre Ernesto Zanga di Pradalunga era più forte, anche dei terroristi sudamericani

Martedì 19 maggio sono state tumulate le sue ceneri, aveva 79 anni. Dal 1972 in Perù come missionario in prima linea. «Diverse minacce di morte, ma fu sempre sostenuto dalla gente. Era la voce dei senza voce». Ha lottato contro mafia e “carabineros” corrotti

Padre Ernesto Zanga di Pradalunga era più forte, anche dei terroristi sudamericani
Val Seriana, 26 Maggio 2020 ore 10:44

di Fabio Gualandris

Nel pomeriggio di martedì 19 maggio sono state tumulate, nella cappella di famiglia posta nel cimitero di Pradalunga, le ceneri di padre Ernesto Zanga, morto a Bergamo lo scorso 12 maggio all’età di 79 anni, di cui 58 come religioso e 51 come sacerdote.

Nato il 24 novembre 1940 a Pradalunga, il 1° marzo 1969 viene ordinato sacerdote a Roma. Nel 1972 viene inviato in Perù come missionario “ad gentes”. Vi rimarrà per 35 anni, svolgendo il suo apostolato in prima linea a Lima, Huanuco e Monzon-Tingo Maria, privilegiando le missioni nella sierra.

I suoi confratelli lo descrivono come «uomo di poche parole, ma fine osservatore: analizzava le situazioni che incontrava nella vita con un forte senso di giustizia e si lanciava nell’azione anche a costo della propria vita, specialmente quando si trattava di difendere i diritti dei poveri. Diverse volte ricevette minacce di morte, ma fu sempre sostenuto dalla sua gente che trovava in lui un padre, un fratello, la voce dei senza voce. Tanti bambini orfani o abbandonati ricevevano la grazia di poter crescere in una famiglia tramite la sua mediazione».

Abbiamo raccolto alcune testimonianze sulla figura di padre Ernesto. La nipote Enza Luisa Zanga ricorda: «Durante la sua prima messa a Roma ho ricevuto da lui la mia prima comunione, nel 1981 ha celebrato il mio matrimonio e nel 2014 il battesimo della mia prima nipotina, Elisa. La sua vita non è stata per nulla semplice, ho avuto il privilegio di leggere il diario delle sue memorie in Perù. È stato un missionario che ha lottato contro la mafia peruviana e i “carabineros” corrotti; molte volte è dovuto scappare per salvarsi, in una di queste è dovuto perfino tornare in Italia. Grazie all’aiuto del gruppo “Terzo mondo” di Pradalunga e di benefattori e amici, ha curato la costruzione in Perù di una centrale elettrica, un teatro, una chiesa, un oratorio, spazi gioco per bambini e adulti, e ha portato macchinari agricoli per lavorare i campi. Molti orfani peruviani, grazie a lui, hanno trovato casa nella Bergamasca e non solo. Tutto il bene che ha fatto, traspare nelle numerose attestazioni che in questi giorni stiamo ricevendo dalle comunità peruviane in cui ha operato».

Durante il funerale a Redona nella casa dei Monfortani, una giovane peruviana, Pury, ha voluto ringraziare pubblicamente padre Ernesto, riportiamo un passaggio della lettera che ricorda un episodio significativo: «Non ti abbiamo mai visto debole o arreso, anche quando hai vissuto momenti che avrebbero segnato la vita di qualunque persona. Come quella volta, ti ricordi? I terroristi ti avevano preso come prigioniero e volevano che la tua vita finisse lì. Ti sei impuntato e gli hai detto in faccia quello che pensavi di loro, non volevi morire come una pecora: se avessero voluto ucciderti lo avrebbero dovuto fare davanti alla tua chiesa e alla tua gente…

L’articolo completo a pagina 23 di PrimaBergamo in edicola fino al 28 maggio, oppure sull’edizione digitale QUI.

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