lo ha stabilito The Economist

Il paese dell’anno è la Tunisia

Il paese dell’anno è la Tunisia
19 Dicembre 2014 ore 16:46

La Tunisia è il paese dell’anno. Lo dice l’autorevole quotidiano The Economist. Che il 2014 non sia stato l’anno migliore è risaputo ma, nonostante le difficoltà, le guerre, l’epidemia di Ebola, l’estremismo, ci sono timidi raggi di sole. Fermo restando che l’Isis imperversa in Iraq e in Siria, l’Ucraina è tornata in guerra, Boko Haram terrorizza la Nigeria e gli Shabab sconvolgono il Corno d’africa e il sud Sudan è rimpiombato  nella guerra civile, ci sono due nazioni che grazie alla maturità politica sono riuscite a distinguersi nel panorama mondiale. Si tratta dell’Indonesia, che con il suo nuovo presidente riformista, Joko Widodo, ha iniziato a viaggiare verso la prosperità, e della Tunisia. Ma tra le due a essere considerata il paese dell’anno è la Tunisia e la motivazione è che solo la Tunisia, secondo l’Economist è stata capace di non far annegare in violenza ed estremismo gli ideali della primavera araba. Inoltre ha adottato una costituzione nuova e illuminata, tenuto due elezioni, una parlamentare e una presidenziale, i cui risultati però arriveranno solo dopo il ballottaggio del 21 dicembre. Certo, la crisi economica c’è anche lì e il paese è in difficoltà. Inoltre il sistema politico risente di molte fragilità ma, dice l’Economist, “il pragmatismo e la moderazione del paese hanno contribuito ad alimentare la speranza in una regione e un mondo travagliati”.

Domenica 21 le elezioni presidenziali. Domenica 21 dicembre, quindi, la Tunisia eleggerà il suo presidente. Si tratta del primo Presidente della Repubblica dopo Ben Ali, spodestato dalla rivolta dei Gelsomini nel 2011. Quelle di domenica sono elezioni molto sentite, che concluderanno il processo di transizione democratica iniziato tre anni fa. Si sfideranno Béji Caid Essebsi, leader 87enne del partito Nidaa Tounes, su posizioni moderate di centro, e l’attuale presidente ad interim Monchef Marzouki, espressione degli islamisti. Nidaa Tounes è il primo partito del paese, uscito vincitore dalla tornata elettorale legislativa dello scorso ottobre. Essebsi è da molti considerato l’espressione del vecchio regime di Ben Ali, dal momento che è sulla scena politica tunisina fin dai tempi della presidenza di Bourguiba, di cui si considera l’erede dei suoi valori. Habib Bourguiba è stato il primo presidente della Tunisia moderna, dal 1957 al 1987, dopo aver guidato il paese nella lotta per l’indipendenza dalla Francia. Dopo un’assenza durante gli anni ‘90, Essebsi torna alla carica dopo la deposizione di Ben Ali, per dirigere il governo che lascia il posto nel novembre 2011 a quello guidato da Hamadi Jebali di Ennhadha, islamista. Nel 2012 fonda il partito Nidaa Tounes per creare una grande forza di centro. Il suo sfidante, Moncef Marzouki, medico, scrittore, militante dei diritti dell’uomo, vive gran parte della sua vita in Francia, rientra in Tunisia subito dopo la cacciata di Ben Ali e viene eletto dalla Troika Presidente della Repubblica provvisorio. Ha impostato tutta la sua campagna elettorale sulla difesa dei valori della rivoluzione contro il ritorno del vecchio regime, a suo modo di vedere, impersonato proprio dal suo avversario. Gli islamisti di Ennhadha hanno lasciato libertà di voto e non appoggiano nessuno dei due candidati. Ed è proprio Ennhadha, ad aver conquistato il secondo posto alle elezioni politiche.

Il favorito. Grande favorito alla vigilia del voto è Essebsi che, a scapito dell’età, ha condotto una campagna elettorale basata sullo ”Stato di prestigio”, uno slogan che risponde alla richiesta dei tunisini di metter fine al clima di instabilità. Noto per usare proverbi tunisini e parti del Corano nei suoi discorsi, Essebsi viene considerato dai suoi sostenitori come l’unico in grado di fronteggiare gli islamici che hanno preso il potere nell’era post-Ben Ali. Al contrario, i critici lo accusano di voler ripristinare i vecchi regimi.

Il compito del futuro presidente tunisino, per la prima volta eletto a suffragio diretto, è quello di affidare formalmente l’incarico di formare il governo al premier espresso dal partito di maggioranza.

Nel 2013 l’Economist aveva eletto l’Uruguay come paese dell’anno, premiato per il suo atteggiamento liberale circa i matrimoni gay e le droghe. Quest’anno è la volta del paese dove la rivoluzione dei Gelsomini ha dato i suoi fiori più profumati. Non ci resta che concludere, riprendendo le parole dell’Economist, con “Mabrouk, Tunisia!”, che in arabo significa “complimenti”.

 

 

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