Pàsa là denàcc de mé

22 Novembre 2017 ore 12:18

Voce del verbo passare, in bergamasco pasà, accento sulla a finale. All’imperativo presente seconda persona singolare (cioè tu, proprio tu, passa!), l’accento fa un saltino indietro, e diventa pàsa. Questa la base. Ma io volevo dire un’altra cosa, che è un po’ più grande. E un po’ più bella.

Non so a chi ho sentito pronunciare esattamente la frase intera (poi ve la dico), se alla mamma o al papà, la prima volta. Forse al papà, questa volta. È più da padre. Stavo facendo un piagnisteo. Di quelli garbati, contenuti, a modo, ché i piagnistei non sono poi troppo concessi, a casa mia, a meno che non si voglia pagare pegno con una serie di sfottò divertiti del tipo Ah poerina, a’ che te süghe só (Ah poverina, guarda che ti asciugo – sottinteso: dal sudore dello sforzo -). Anche questi modi di dire meriterebbero tutta una discussione: la minimizzazione del lamento, sempre e comunque; e della fatica, soprattutto. Far andar le mani, lavorare. Giù la testa e via. Comunque, volevo dire un’altra cosa.

Ed è questa. Stavo facendo un piagnisteo, o meglio, un capriccio. Non volevo proprio andare lì. Non mi ricordo dove: a scuola? A Messa? A trovare qualcuno? A costruire qualcosa? Comunque, non volevo fare in nessun modo – ma proprio no – una roba bella. Era bella, per forza. Ma io non avevo davvero – sinceramente – voglia. Solo, semplicemente, non voglia, mia òia. Allora qualcuno – abbiamo detto papà – ha tagliato corto con un: Pàsa là denàcc de mé (letterale: Passa là davanti a me). La pronuncia delle due cc poi viene smangiata in una specie di i, per tutta una serie di fenomeni fonetici che, nonostante gli esami di Linguistica e Filologia all’università (cin-cin!), non saprei spiegare. Comunque, cioè: Io ci vado, tu ci vai davanti a me.

Si può sorvolare sul fatto – quello di cui sopra – che l’espressione c’entri in qualche modo con l’accantonare velocemente un no capriccioso. E col dare un’incontrovertibile spinta al fallo-e-basta. Fallo perché è giusto, e quindi devi. La questione è un po’ più sottile.

Perché, di fatto, non importava se poi, ad esempio a scuola, papà mica ci doveva andare, spettava solo a me, cartellina di Pippo (niente Sailor Moon) in spalla e occhialetti più grandi della faccia (quasi come quelli di oggi). E non importa nemmeno se, invece, lui e mamma c’erano davvero, sempre, dietro di me, tipo sul tragitto per la Messa.

Pàsa là denàcc de mé, che lui ci fosse fisicamente o no, dietro di me, non conta niente. Conta che c’era, emotivamente, spiritualmente, essenzialmente. Non so che avverbio usare. C’era. Vai a fare questa cosa anche se non hai voglia e costa fatica, perché è una cosa bella. E ci vai davanti a me, perché io ci vengo, fisicamente o meno. Denàcc de mé. Io ci partecipo. È questo. È una sveglia, un imperativo. Quasi una sgridata. Ma denàcc de mé è poesia. Perché è l’esempio, è esserci. Tu lo fai, perché io lo faccio, o perché comunque io ci sono, dietro, a guardarti le spalle, a controllare come vanno i passi – e pure se ci vai davvero, si sa mai -. E io lo faccio, perché dietro di me c’era qualcuno, una volta. Che mi ha fatto vedere questa cosa bella, della fatica e del partire. Tutto qui.

Spesso seguiva il gesto di un calcio nel sedere – solo accennato – o una mano – imperativa, appunto – a indicare una porta. Che era quella da cui passare. Nessuna parola in aggiunta. Io avevo capito il senso spiccio per cui dovevo andare. E se non avevo capito era uguale. Comunque, allora mi bastava. Bastasse sempre pure oggi.

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