Dal Consiglio comunale di Mornico a Renzi

Una patata bollente per Martina (che stavolta è uscito dalla bolla)

Personaggi 15 Marzo 2018 ore 06:00

Quando si dice che i politici spesso parlano di cose che non sanno (chissà se Padoan ha scoperto quanto costa un litro di latte…), certo non si sta facendo riferimento a Maurizio Martina. Perché l’ormai ex ministro dell’Agricoltura, di agricoltura ne sa. O almeno, quello è ciò che ha studiato, visto che ha frequentato l’istituto agrario. Ovviamente era il migliore della classe, quello più predisposto all’attenzione che al cazzeggio giovanile. Da buon esperto di maggese, infatti, sapeva bene che per raccogliere un domani i frutti serviva iniziare a seminare già allora. Ma aveva, soprattutto, alle spalle una famiglia che sapeva cosa volesse dire la fatica: operai della provincia di Bergamo, di Mornico al Serio per la precisione. Testa bassa e pedalare. E di pedalate ne ha fatte, Martina. Tanto che lunedì 12 marzo, la direzione nazionale del Partito democratico, preso atto delle dimissioni di Matteo Renzi dalla guida della segreteria, ha eletto lui, vicesegretario, numero uno ad interim. Fino ad aprile almeno, quando l’Assemblea generale del Pd inizierà a discutere della successione di Renzi. E chissà che anche lo stesso Martina non diventi uno dei papabili segretari.

 

[Da sinistra: Maurizio Martina, Filippo Penati e Roberto Bruni]

 

La rapida ascesa. Nato nel 1978, mentre lavorava in pizzeria per portare a casa qualche soldino si appassionò anche alla politica. Nella Bergamasca democristiana prima e leghista poi, lui trovò la sua posizione nella sinistra. Entrò nel Movimento Studentesco e poi nella Sinistra Giovanile della Lombardia. Questa passione lo allontanò dal mondo agrario, convincendolo ad iscriversi alla facoltà di Scienze politiche a Macerata. Il talento politico c’era già allora, tant’è che a soli 21 anni venne eletto consigliere comunale del suo paese, Mornico, in una lista civica vicina all’allora sindaco Rossano Breno. In quegli anni di ristrutturazione della sinistra, questo giovanotto pacato ma deciso saltò presto agli occhi dei dirigenti dei neonati Democratici di Sinistra, il partito erede del Pci che sarebbe poi diventato il Partito democratico. E così, passo dopo passo, Martina si ritagliò un bello spazio nella politica lombarda: divenne prima segretario dell’organizzazione giovanile in regione, poi segretario provinciale dei Ds in Bergamasca e infine segretario regionale del partito. In quegli anni, anche i riflettori nazionali iniziano ad accendersi su di lui. Sta nascendo il Pd, le cose si muovono rapide nel centrosinistra italiano e qualcuno si chiede chi sia quel giovanotto neppure trentenne già tanto lanciato. Nel 2007, l’oggi direttore de Il Post Luca Sofri, allora collaboratore di GQ, lo intervistò per conoscerlo meglio. Ne esce un ritratto diverso dal Martina di oggi, meno “trattenuto”, più sciolto. Forse semplicemente meno “sgamato” politicamente.

Da una sconfitta all’altra. Quel che è certo, però, è che Martina sa costruirsi la sua bolla. Una bolla che qualcuno ha criticato, ma che gli ha anche permesso, in questi anni, di passare indenne attraverso più di una bufera politica. La prima arrivò proprio in quel periodo, quando Filippo Penati, uno dei mentori di Martina e con cui il giovane bergamasco aveva lottato alle precedenti regionali nettamente vinte da Roberto Formigoni, venne accusato di corruzione (è stato poi assolto). La battaglia successiva fu quella alle primarie del centrosinistra per eleggere il candidato sindaco: Martina sostenne Stefano Boeri, ma a vincere fu Giuliano Pisapia, la sorpresa di Sel. Poco dopo ritentò la presa del Pirellone, questa volta con Umberto Ambrosoli. Niente da fare, vinse Roberto Maroni. Insomma, tanta fatica ma poca gloria. Nonostante questo, a Roma c’era già chi lo apprezzava e infatti Pier Luigi Bersani lo “convocò” a lavorare con lui. Nel Congresso del Pd del 2013, quello che poi fu vinto da Matteo Renzi, lui si schierò con Gianni Cuperlo, perdendo di nuovo. Quello stesso anno, però, il neo premier Enrico Letta decise di portarlo a Governo nominandolo sottosegretario all’Agricoltura. Negli scontri fratricidi del Pd, Martina difficilmente entrava nel vivo del dibattito. Non è nel suo stile. Ma è sempre stato fedele a chi in lui ha riposto fiducia. Una qualità che anche il rivale dei primi anni a Roma, Matteo Renzi, gli ha sempre riconosciuto, tanto da promuoverlo ministro nel suo esecutivo, sebbene come membro della minoranza interna al partito. Corrente che lascerà presto, quando si disse d’accordo sul votare la fiducia sulla legge elettorale. Un piccolo passo alla volta, quasi in punta di piedi, Martina stava conquistando sempre più consensi attorno alla sua figura: Renzi ormai lo riteneva uomo di fiducia (tanto da renderlo suo vice nel 2017) e anche i vecchi “alleati” della minoranza Pd continuavano a stimarlo e a rispettarlo.

 

 

 

Un nuovo leader? Da ministro dell’Agricoltura, il lavoro di Martina è stato generalmente apprezzato, anche se da qualcuno criticato perché ritenuto eccessivamente conservatore. Il suo più grande successo è stato, senza ombra di dubbio, l’Expo di Milano del 2015, grazie al quale ha ricevuto gli apprezzamenti anche della politica internazionale. Ora che si trova, inaspettatamente, alla guida del partito, dovrà dimostrare di avere anche una qualità che finora ha faticato a far emergere: il carisma. Il discorso tenuto durante la direzione generale che lo ha nominato reggente del Pd, non ha entusiasmato. Toni e modi sono lontanissimi da quelli decisi di Renzi, ma pure da quelli più ironici e coinvolgenti di Bersani. Un perfetto uomo-partito, chiamato ora a ricoprire un ruolo delicatissimo che, per la prima volta forse, lo costringe anche ad esporsi in solitaria. Se dovesse uscire indenne anche da questa tempesta, niente esclude che il prossimo segretario del Pd sia proprio lui. Intanto lui abbassa la testa e pedala, come ha iniziato a fare da ragazzo.

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