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Plein e la sua familia di Sabbio Quelli che con il rap puntano in alto

Plein e la sua familia di Sabbio Quelli che con il rap puntano in alto
Personaggi 05 Ottobre 2018 ore 04:30

«Giro con i miei fra da quando ho cinque anni non da cinque anni fa»; «La mia non è una gang, non è mica un clan è una familia». Familia con la “L”. La stessa parola che Plein, giovane rapper dalminese, porta tatuata sull’avambraccio. Perché per lui, operaio metalmeccanico di vent’anni, i ragazzi di Sabbio non sono solo amici: «Non ci siamo scelti, ci siamo trovati, come succede per i propri familiari – dice –. Il nostro è sempre stato un quartiere piuttosto isolato rispetto a Dalmine, quindi frequentarci è stata una cosa naturale, che è venuta da sé». Un legame forte quello tra i ragazzi del Pds, acronimo di “Parco di Sabbio”, che fin dall’inizio delle medie si trovavano sotto il ponte dell’autostrada a fare freestyle, a improvvisare rime davanti a muri pieni di graffiti «che rendevano il tutto molto underground», scherza Plein, al secolo Leonardo Planamente.

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Insieme a lui, seduto ai tavolini del bar Aurora, uno dei punti di ritrovo del quartiere, c’è Davide Pizzaballa, in arte “La Raza”, che in spagnolo significa “La Razza”, nome scelto in onore delle sue origini italo-colombiane. «Mio padre era andato in Colombia per partecipare ai campionati mondiali dilettanti di ciclismo. Alle premiazioni ha conosciuto mia madre, l’ha portata a Sabbio e se l’è sposata». Le mamme di Plein e Raza erano amiche e hanno affrontato insieme le loro gravidanze, «quindi ci conosciamo praticamente da sempre – racconta Plein –. Abbiamo fatto insieme l’asilo, le elementari, le medie e il primo anno di superiori all’Einaudi, facevamo Ragioneria con indirizzo linguistico». Entrambi sono stati promossi, ma mentre Davide è passato in seconda, Leonardo ha deciso di mollare gli studi. Perché? «Boh – risponde –. Mi sono iscritto alle professionali, ho studiato idraulica e poi ho fatto un sacco di lavori. La testa ce l’avevo nel rap, è questo il mio sogno, è ciò che voglio fare». Davide invece ha fatto la maturità e poi si è iscritto a Economia Aziendale. «Lavoro nei fine settimana, anch’io faccio l’operaio, ci sono tanti universitari che lo fanno, però anche a me piacerebbe fare rap a livello professionale, solo che ci vogliono i soldi. Inoltre io sono uno che ama fare le cose bene, do sempre il massimo, quindi se un brano non è perfetto me lo ascolto io insieme ai miei soci. Ora rincorro un progetto, vorrei fare un disco o un Ep».

 

 

Plein mostra la sezione “note” del suo smartphone: è piena di brani che sono rimasti sul cellulare. Cinque di questi però li ha pubblicati sul suo canale Youtube e, in totale, ha ottenuto circa sessantamila visualizzazioni. Risultato di tutto rispetto, infatti per strada i ragazzi di Damine lo riconoscono, lo fermano, cosa che capita anche in discoteca con gente di altri paesi della Bergamasca. La sua canzone più famosa si intitola Gagliardini e ha raggiunto quasi 23 mila visualizzazioni, anche perché l’ha condivisa lo stesso campione dalminese dell’Inter, che ha apprezzato molto il brano. Il video del pezzo è girato al parco di Sabbio e coinvolge tutta la “familia”: una quindicina di ragazzi del quartiere con indosso maglie da calciatori, mentre Plein porta quella del numero 5 Gagliardini. «Giovane promessa di Dalmine come Gagliardini, lui ce l’ha fatta spero che prima o poi anche io ci arrivi»: questa è la frase della canzone che esprime il concetto di tutto il testo, ovvero voglia di rivalsa, voglia di uscire dalla periferia, voglia di farcela, di arrivare al successo. C’è poi il brano Maserati, che riporta i concetti cari alla trap, ovvero soldi, successo, belle macchine, vestiti firmati, desiderio di rivincita: «I ragazzi di Dalmine se parlano male li prendono a schiaffi i fighetti del centro, gli fanno il c… sono come spartani anche se siete voi quelli in trecento», dice il testo.

 

 

Tra Plein e Raza c’è la complicità di chi si conosce a fondo, di chi condivide la stessa passione, un legame stretto come solo quelli che si creano a vent’anni. Anche se Davide e Leonardo sono molto diversi tra loro. Il primo è riflessivo, posato, la sua pelle è ancora intonsa, infatti non ha nessun tatuaggio: «Magari sì, me ne farò uno, ma per me è una cosa importante, ci devo pensare bene». Plein è molto più immediato, più istintivo e il suo braccio destro lo dimostra: ha tatuato un aereo che richiama il suo nome d’arte, una nuvola e un lampo, un cuore trafitto da un pugnale, una rosa, le parole “Familia” e “Pds-Regna”. Ha anche una testa di tigre perché «quando ero piccolo avevo gli occhi da cinese e quando me lo facevano notare io dicevo che erano occhi di tigre». I caratteri dei due rapper si rispecchiano anche nei loro cantanti preferiti. Davide ama gli italiani perché dà molta importanza al testo, alle parole. Per questo apprezza Ghali: «È un rapper impegnato, i suoi testi sono ricchi di contenuti e ha una musicalità molto varia». A Leonardo invece piacciono di più gli americani. L’unico italiano che ascolta è Sfera Ebbasta: «Lo zio Sfera è un hit-man. Ha fatto un disco con dieci brani e sono tutti in cima alle classifiche». Ma come arriva l’ispirazione per scrivere un testo? «Boh, prendo spunto da qualsiasi cosa mi colpisca in quel momento. Che ne so, sono in pullman, vedo una tipa che passa e mi viene in mente una frase. Comincio a scriverla sul telefono e poi non mi fermo più, rima su rima», spiega Plein. Come si dice in gergo, il flow quando arriva arriva. Se non sfrutti il momento se ne va e la canzone resta sospesa, poi vola via.

 

Articolo pubblicato sul BergamoPost cartaceo del 7 settembre 2018

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