I CAPITANI DELLA DEA

Le punizioni di Luigino Pasciullo

Le punizioni di Luigino Pasciullo
06 Febbraio 2015 ore 13:15

Taglio ordinato, mento da duro, Luigino Pasciullo teneva il peso della fascia di capitano con la leggerezza di un tordo. Quando giocava lui si usava ancora dire che il terzino fluidificava. Si sbarazzava, cioè, delle zavorre tattiche, teneva giù la testa, e spingeva come un treno lungo quel corridoio di luce. Pasciullo il fluidificante lo ha fatto per vocazione. Per anni è stato l’unico molisano a girare i campi della Serie A, e verso la fine degli Ottanta (ldall’88) lo ha fatto anche con la maglia dell’Atalanta. Prima Campobasso, Palermo, Triestina. Sopravvissuto alla gavetta e allo stanco girovagare, Pasciullo nell’ ’82 si ferma a Vicenza. «Grande annata, la prima. Ci sfugge la promozione in B per un punto appena. Ma quello è anche l’anno dell’esordio di Roberto Baggio, e vale la pena ricordarlo».

 

Dimenticare Pasciullo è impossibile. La prima volta che arriva a Bergamo è ancora troppo inesperto per restare. Così va all’Empoli, e ci resta un anno soltanto. Quando torna a Bergamo, una stagione più tardi, Pasciullo è l’uomo che serve. Sicuro di sé, tenace, con l’andare delle partite si guadagna la stima e poi la leadership. È affidabile, garantisce il rendimento. Motivi sufficienti a guadagnare la fascia di capitano. «Luigino Pasciullo eh eh, oh oh» cantavano i tifosi nerazzurri quando il numero 3 atalantino caricava il suo sinistro magico con cui spesso segnò su punizione. Pasciullo nel 90/91 con l’Atalanta arriva ai quarti di finale di Coppa Uefa. I nerazzurri battono la Dinamo Zagabria, il Fenerbache e il Colonia. Ma quel giorno c’è l’Inter, ed è durissima. Bergamo viene blindata perché annunciano scontri. L’andata si gioca a marzo e finisce pari. Zero a zero. Quelli dell’Atalanta, e anche Pasciullo, non lasciano passare uno spillo. Ma l’Inter è l’Inter, e al ritorno vincono i ragazzi di Trapattoni.

 


Però Pasciullo è lì, a spingere l’idea che tutto è possibile. Anche guidare una squadra ambiziosa, e se la squadra è di provincia chissenefrega. Uno dei primi giorni all’Atalanta, nell’ ’86, Sonetti lo sente parlare da una cabina del telefono. Pasciullo chiacchiera in dialetto. Allora l’allenatore si avvicina, lo guarda di sottecchi, e gli dice: «Sei tu il nuovo straniero?». Con la maglia dell’Atalanta Pasciullo mette insieme più di cento presenze. Qualcuno dei compagni lo prende in giro perché fatica a tenere il peso forma. Ma lui non si arrabbia, fa un ghigno e tiene botta. Luigino, poi. Grande è grosso com’è. Ama gli animali e la natura. In quegli anni ha pure un cagnolino, uno Shih Tzu. Dall’Atalanta va via nel ’93. Chiude la carriera in Eccellenza, ovviamente nella Bergamasca. Adesso fa l’allenatore. Ma sono i giocatori come lui che mancano al calcio di oggi.

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