L'attrice è morta a 78 anni

Quante banalità su Virna Lisi

Quante banalità su Virna Lisi
Personaggi 19 Dicembre 2014 ore 08:20

Banalità. “Regina del nostro cinema”, “bellezza perfetta che rifiutò Hollywood”, “la signora del nostro cinema”, “star del nostro cinema”, ecc. ecc. Banalità.

Ho appreso della morte di Virna Lisi passando per caso davanti alla tele perché Alessandro Meluzzi, lo psichiatra, ospite di non so chi, stava parlando - in fine trasmissione - di una donna stupenda, che ha attraversato i nostri anni ragazzi, che tornò da Hollywood perché non accettò di recitare nuda. Era così appassionato, il barbuto Meluzzi, che il suo discorso poteva solo esprimere un lutto profondo.

E così, nel tg successivo, quando ho visto che la ragazza al tavolo leggeva da un foglietto che era morta Virna Lisi come se desse notizia della fine di Turgut Ashrèm (non esiste un personaggio simile. Me lo sono inventato mentre lo scrivevo. È solo per dire che la lettrice dava l’idea di non aver mai sentito nominare Virna Lisi nemmeno di striscio) ho pensato che era inutile che continuassi a scrivere su un giornale, perché il mondo - il mondo di adesso - è lontano da me come le galassie con cui Calvino inizia le Cosmicomiche o come l’universo che si allontana dal protagonista dell’Aleph di Borges dopo che Beatriz Viterbo è morta o come succede di dire a Heinrich Böll all’inizio di Opinioni di un clown: Dal giorno che Maria ci ha lasciato…

Virna Lisi non può essere morta. Lo dico subito: secondo me non era una grande attrice. Quando faceva la suora in qualche fiction televisiva recitava come tante altre. Il cinema può fare benissimo a meno di piangerla.

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Ma una mattina di tanti, tantissimi anni fa - inizio liceo - il mio compagno di banco continuava a dire, di tanto in tanto, mentre il prof spiegava o interrogava qualcuno: “Sondra Finchley”. O anche solo “Sondra”. Come se avesse ricevuto un colpo in testa. Noi non avevamo la televisione. La mia famiglia era fatta così: che ne prendemmo una in bianco e nero solo dopo che uscì quella a colori. Era così per tutto: prima di comperare un disco a 45 giri tutti i negozi dovevano aver finito da un pezzo la scorta di quelli a 78, altrimenti avremmo proseguito coi dischi di carbone, col foro centrale piccolo. Ma questo non c’entra.

Era solo per dire che la mattinata passò co ‘sta storia di Sondra Finchley che - appresi nell’intervallo - era la protagonista di “Una tragedia americana”, sceneggiato televisivo (allora si chiamavano così) da un testo di Theodore Dreiser che non andava confuso col Dreyer (Carl Theodor Dreyer) regista di Ordet e di altre celeberrime e tristissime opere da cineforum come la Canzone di Marinella è una canzone da pullman.

Sondra Finchley, appresi contestualmente nei bagni, era quella che alla fine del carosello di un dentifricio allora famoso diceva: Ho detto qualcosa che non va? e la voce fuori campo rispondeva: “con quella bocca può dire ciò che vuole”. Infatti. Che ci poteva fregare di quello che aveva detto? Era una meraviglia, quel neo (perché aveva anche un neìno, la ragazza. Perfetto come null’altro al mondo. O forse sì: come il canino della Casta). Ho detto qualcosa che non va? No no. Va tutto bene quel che fai. Tranquilla. L’unica cosa che fece di male fu sposarsi con un altro, tale architetto Pesci della Roma, che - detto fra noi - poteva anche risparmiarcelo, questo disastro onirico.

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Perché vedete, giovani e uomini d’oggi che dovete leggere da un foglietto chi era Virna Lisi, noi siamo cresciuti in un tempo in cui le bellezze non si producevano in serie come accade attualmente. Non c’erano ancora gli stampi per ragazze da copertina o da concorso da Miss Mondo, dove sono tutte uguali e si capisce che, per proclamare la vincitrice, bisogna fare qualche imbroglio perché le differenze fra l’una e l’altra sono così insignificanti da non giustificare l’abisso che separa una con la corona da un’altra che non ce l’ha. Nel nostro tempo le bellezze, quando c’erano, svolgevano la funzione dei miracoli di Lourdes per i credenti. Ce n’erano una, due, al massimo quattro per generazione. Imbattersi in una caviglia di contadina slanciata e ben connessa con la gamba, era un fatto di cui lodare Iddio per settimane e settimane. Un lampo di seno bianco che tralucesse nello scollo poteva implicare un pellegrinaggio a piedi a sant’Antonio da Padova. Che qualche volta alla settimana comparisse il volto di Virna Lisi e che - addirittura - la televisione permettesse (al mio amico, non a me, perché noi la televisione non l’avevamo, e non l’avremmo avuta per anni, come ho detto) di vederla per la durata di un intero sceneggiato - cioè per più puntate - era davvero una benedizione. Tanto più che l’altro personaggio (Warner Bentivegna, cioè Clyde Griffith) era talmente rigido, aveva uno sguardo talmente fisso, da non preoccuparci minimamente come avversario. Sarebbe bastato che il mio compagno di banco mi invitasse una sera a casa sua e Sondra sarebbe caduta certamente nelle nostre braccia. (Più nelle sue, in verità, perché con le donne era due spanne avanti a me. Fa niente: sarei stato l’amico dello sposo, come dice la Bibbia).

Adesso Sondra Finchley ci ha lasciato. Non è vero, ovviamente. La vita non ci lascia mai soli. Solo che mi dà fastidio che una giornalista debba leggere sul foglietto la notizia della sua scomparsa. Ma in che mondo vivono, questi qui?