Il video del discorso finale, 40 anni fa

Perché Nixon diede le dimissioni Le uniche nella storia degli USA

Perché Nixon diede le dimissioni Le uniche nella storia degli USA
08 Agosto 2014 ore 10:17

Esattamente quarant’anni fa, l’8 agosto 1974, Richard Nixon, 37esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, in un drammatico discorso alla televisione, annunciava che il giorno seguente avrebbe presentato le sue dimissioni ponendo così fine al suo mandato. Era l’ultimo strascico dello scandalo del Watergate e fu la prima volta – per il momento l’unica – in cui un presidente americano rinunciava alla carica che gli era stata affidata dal popolo americano.

 

 

Partiamo dall’inizio: primo mandato Nixon, potenziata la sorveglianza. Richard Nixon, già vicepresidente repubblicano, dopo essere stato sconfitto alle presidenziali del 1960, il 5 novembre 1968 viene eletto Presidente degli Stati Uniti nel 1960, vincendo contro il candidato democratico Hubert Humprey con margine ridottissimo.

Due anni dopo, approva un piano che estende il potere di raccolta dati di CIA ed FBI e permette modalità di sorveglianza al limite della legalità. L’opposizione del ministro della Giustizia e del capo dell’FBI fanno sì che il piano venga accantonato. Tuttavia, alcune pratiche previste vengono attuate.

Nel 1971, New York Times e Washington Post pubblicano documenti riservati relativi alla guerra del Vietnam. La squadra degli “idraulici” creata dalla Casa Bianca (che avrebbe dovuto evitare “fuoriuscite” di materiale riservato) entra con scasso nell’ufficio dello psichiatra Daniel Ellsberg, che – secondo le ipotesi – aveva consegnato ai giornali i fogli in questione. La cosa verrà scoperta solo nel 1973. Ne parliamo dopo.

Lo scandalo Watergate, “Gola profonda” e la rielezione di Nixon. Il Watergate è un massiccio complesso costituito da cinque grandi costruzioni di lussuosi appartamenti e uffici. Si trova sulle rive del Potomac, a Washington, e accoglie il quartier generale del Comitato Nazionale Democratico (la fazione avversa al presidente Nixon). Il 17 giugno 1972, la guardia di sicurezza del Watergate, Frank Wills, nota che le serrature erano coperte da pezzi di scotch, per impedire che le porte si chiudessero. Insospettito, Willis chiama la polizia di Washington che, 40 minuti dopo, alle 2:30 di notte, arresta 5 uomini che si trovavano al sesto piano.

I nomi dei cinque: Virgilio González, Bernard Barker, James W. McCord Jr. (pseudonimo per Edward Martin), Eugenio Martínez e Frank Sturgis. Tra questi, due (González e Martinez) sono esuli cubani anticastristi, uno è un ex partecipante al fallito attacco a Cuba nel 1961 organizzato dalla cia (Barker), un altro è un ex-agente della CIA in pensione (Martin). Tutti vengono trovati in possesso di materiale elettronico destinato all’intercettazione telefonica e tutti si dichiarano “anti-comunisti”. Si trovano negli uffici per riparare cimici rotte: stavano spiando il segretato del partito democratico Larry O’Brien. E. Howard Hunt, ex-agente della CIA, il cui nome stava sulle agende di Barker e Martìnez, viene arrestato qualche tempo dopo.

Il giorno dell’arresto, il ministro della Giustizia John Mitchell, a capo della campagna per le rielezione di Nixon, dichiara che il partito repubblicano non ha nulla a che fare con l’episodio del Watergate.

Ma – lo rivela il Washington Post – viene trovato, sul conto di uno degli arrestati del Watergate, un assegno di 25mila dollari che avrebbe dovuto essere destinato alla campagna per Nixon. Sempre il Washington Post parla di un fondo segreto del partito repubblicano, che sarebbe stato destinato al finanziamento delle operazioni di sorveglianza contro il partito democratico. Washington Post si avvale di una fonte molto vicina all’amministrazione, soprannominata “Gola profonda”, la cui identità verrà svelata solo nel 2005.

Ad ottobre 1972, l’FBI decreta la responsabilità del partito repubblicano: l’intrusione nella sede del Watergate viene considerata parte di un’ampia operazione di spionaggio e sabotaggio ai danni dei democratici per facilitare la rielezione di Nixon. Ma nessun collegamento diretto col presidente può essere dimostrato. E Nixon viene rieletto alla guida degli Stati Uniti, con oltre il 60 percento dei voti, battendo il rivale George McGovern, superandolo di 18 milioni di voti.

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Le cose precipitano. A gennaio 1973, gli ex-collaboratori di Nixon Gordon Lilly e James Mc Cordy vengono condannati per cospirazione assieme ai cinque uomini arrestati al Watergate. Sotto la pressione dell’opinione pubblica e delle inchieste giudiziarie, si dimettono i due responsabili dello staff di Nixon, H. R. Haldeman e John Ehrlichman, e il ministro della Giustizia Richard Kleindienst. Il consigliere della Casa Bianca viene licenziato, perché riferisce tardivamente la propria collaborazione con gli investigatori.

Il Senato apre un’inchiesta sul caso Watergate: le audizioni delle commissioni vengono mandate in diretta televisiva in tutti gli USA.

Tutto precipita definitivamente con le dichiarazioni del consigliere di Nixon, John Dean, che rivela d’aver distrutto materiale compromettente relativo al caso Watergate, di comune accordo col il presidente Nixon, con cui ha parlato del caso 35 volte e che ha chiesto di fare il possibile per insabbiare la questione.

Nixon è alle strette: le registrazioni e gli “idraulici”. L’effrazione nella casa dello psicanalista Ellsberg (1971) viene attribuita agli “idraulici della Casa Bianca”, di cui si scopre l’esistenza solo ora. Di conseguenza, si indagano tutti i metodi utilizzati dallo staff Nixon negli anni precedenti: viene alla luce un piano di spionaggio contro i Democratici (intercettazioni e effrazione nel Watergate compresi) coordinato dal repubblicano Gordon Liddy. Si chiama CREEP (sinonimo di “deformato” o “strisciante” in inglese) ed è l’acronimo di “Comitato per la rielezione del presidente”. Emergono altri dettagli, questa volta su rivelazione dell’ex-assistente del presidente Alexander Butterfield: Nixon ha utilizzato un complesso sistema di registrazione nascosto nei suoi uffici (microfoni che si attivavano da soli al suono della voce), grazie al quale ha potuto archiviare qualsiasi conversazione privata. Il sistema risale a due anni prima: Nixon fa sapere che provvederà alla disattivazione immediata dei microfoni. E li spegne.

 

Impeach Nixon

 

Il “massacro del sabato sera” e le dimissioni. La Corte Suprema chiede al Presidente di consegnare il materiale delle intercettazioni e delle registrazioni. Nixon si rifiuta. Poi licenzia il procuratore speciale del Watergate Achibald Cox e abolisce il suo ruolo. Si chiama “massacro del sabato sera”, perché si dimettono anche il procuratore generale Elliott Richardson e il suo vice William D. Ruckelshaus. Monta intanto la campagna per l’impeachment del presidente, che continua a dichiararsi innocente («I’m not a crook», non sono un delinquente).

Alla fine, la Corte Suprema impone la consegna del materiale, e approva la prima delle tre richieste di impeachment. Motivo: ostruzione della giustizia.

L’8 agosto 1974, Richard Nixon si dimette. È tutt’ora l’unico Presidente americano ad aver lasciato l’incarico.

Ford gli concede il perdono. Gli successe Gerald Ford, che era diventato vicepresidente pochi mesi prima. L’8 settembre 1974, meno di un mese dopo le dimissioni di Nixon, Ford concesse il perdono completo e incondizionato a Nixon per tutti i crimini commessi contro gli Stati Uniti durante il suo mandato presidenziale. Una mossa criticatissima, che Ford spiegò in un altro discorso televisivo in cui descrisse la situazione di Nixon come «una tragedia in cui tutti noi abbiamo avuto un ruolo».

Lasciata la Presidenza, Nixon si dedicò alla cura della biblioteca che porta il suo nome, e nel corso degli anni riuscì a riprendere un certo ruolo nell’amministrazione americana come apprezzato consigliere di politica estera. Morì nel 1994 all’età di 81 anni a causa di un ictus, assistito dalle figlie. Al funerale, svoltosi in forma privata davanti alla sua abitazione, parteciparono varie personalità, fra i quali l’amico e collaboratore Kissinger, che gli dedicò un commovente ricordo. Nixon, per esplicita disposizione, rifiutò un funerale di Stato.

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