SESSANT'ANNI FA

Quel memorabile giorno del ’54 in cui Trieste tornò italiana

Quel memorabile giorno del ’54 in cui Trieste tornò italiana
26 Ottobre 2014 ore 17:49

Il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954 – che impegnava i governi di Italia, Regno Unito, Stati Uniti d’America e Jugoslavia – stabiliva che la Zona A dell’allora Territorio Libero di Trieste sarebbe passato dall’amministrazione militare alleata a quella civile italiana. Tornavano così ad essere italiani, oltre al capoluogo, i comuni di Aurisina, Duino (la Duino delle Elegie di Rilke), Monrupino, Muggia, San Dorligo della Valle e Sgonìco. Li avevamo perduti durante l’ultima terribile guerra. Li avevamo conquistati alla fine della precedente con l’Istria e la Dalmazia. L’occupazione della Zona A – cioè il passaggio del territorio sotto la sovranità italiana – avvenne tre settimane dopo, il 26 ottobre 1954.

La Settimana Incom – il cinegiornale più autorevole e diffuso del tempo – ebbe la fortuna di poter raccontare l’evento seguendo i capricci della meteorologia: al mattino la pioggia, poi il sereno e, infine, un tramonto che faceva sperare in giorni radiosi. Nel resto d’Italia fu una giornata uggiosa. Cielo coperto e il buio che scese presto. Non c’era ancora l’ora legale. Fuori delle edicole i titoli che annunciavano – con scarse variazioni sul tema – il ritorno alla patria della città di Oberdan e di Nazario Sauro, del Carso e delle mule (così si chiamano le ragazze, da quelle parti). Anche del Castello di Miramare.

 

 

Fino ad allora – nei dieci anni successivi alla fine della guerra – Trieste era stata una città meravigliosa, piena di intrighi e di spie, una specie di Berlino mediterranea: gli americani e gli inglesi di qua, Tito e i titini suòi maledéti de là. Adesso non si possono più dire queste cose – c’è stato il trattato di Osimo, siamo diventati tutti fratelli – ma allora troppe famiglie avevano ancora troppe (l’abbiamo scritto apposta. Erano troppe davvero) ferite aperte. C’erano state le foibe che adesso si ricordano e ci si portano le scolaresche a vederle, ma allora non si poteva neanche nominarle. C’erano stati i militari italiani tornati magri magri dopo essere stati sbattuti per mezza Europa: dalla Grecia alla Germania, da un campo di concentramento all’altro, da un esercito all’altro, da un’organizzazione a un’altra sempre spregiati per gli stessi e opposti motivi, sempre con la stessa divisa estiva dell’8 settembre del ‘43.

Ma Trieste, la città del caffè e dei caffè, la città di Svevo e di Saba, del Lloyd Adriatico e delle Assicurazioni Generali, degli unici italiani che sappiano parlare bene il tedesco, era pur sempre bellissima. Col passato austro-ungarico che le dava – e le dà. Non l’ha ancora perso – quel tocco di signorilità autunnale che trasporta in altri tempi e altri luoghi, il rosso dei sommacchi sulle colline, le rocce affioranti a caso nell’erba, con il pizzico di follia che – si dice – abbia contagiato soprattutto le donne.

Tre anni prima il secondo Festival della Canzone Italiana di Sanremo era stato vinto da una canzone – Vola colomba, cantata da Nilla Pizzi – in cui due innamorati raccontavano la loro storia di separazione nella città di San Giusto: «Vola, colomba bianca vola / dimmelo tu, che tornerà…». Letteralmente a tornare doveva esser lui, l’amato. Ma tutti capivano l’allusione. Era la politica culturale di quegli anni che funzionava così: per combattenti e reduci, mamme e vecchio scarpone quanto tempo è passato. Del resto, alla fine del cinegiornale Incom, sembra di poter riconoscere la voce di Ferruccio Merk Ricordi, cioè Teddy Reno – il marito di Rita Pavone. Ma allora non si usavano i chilometrici titoli di coda cui ci avrebbe abituato il ’68. Le auto provenienti dalla città istriana si riconoscevano perché avevano una targa diversa, quasi svizzera (salvo il fatto che fosse quadrata) con l’immagine di uno scudo bilobato con l’alabarda bianca in campo rosso. Lo stemma della Triestina – secondo i ragazzi – che allora militava in serie A.

 

 

E così, per un inverno, parve all’Italia di poter essere meno sconfitta. Poi, con gli anni, la città entrò in crisi: chi mai ci sarebbe dovuto andare, a Trieste, adesso che non era più il porto di Vienna sull’Adriatico? E che ce ne facevamo, noi peninsulari, di un tricolore su San Giusto, se per arrivarci ci voleva un’eternità? Persino al Friuli davano fastidio i triestini, rintanati com’erano nel loro cantuccio di memorie irredente. Cose passate. Nel tempo la vita riprese un’altra volta. I triestini ci vanno ancora, su in alto (dove c’è un santuario tra i più orribili che sia dato vedere al mondo), nelle serate limpide d’inverno, a guardare la costa lontana e fatata dell’Istria e a cercar di parlare con uno straniero che ci capiti. Ma questa è già un’altra storia.

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