Quelli che saranno consolati Cap. III dei compiti per l’estate

11 Agosto 2014 ore 10:45

 

Dunque, dicevamo: cosa aveva tutta quella gente che Lo aveva seguito i giorni prima – e anche oggi, a quanto pareva – da essere così contenta, beata, nonostante fossero tutti conciati (chi più chi meno) da far paura?

La prima cosa cui aveva pensato (stiamo sempre parlando di Gesù) era che avevano scoperto di aver un disperato bisogno di incontrarLo. Ricchi o poveri che fossero, intelligenti o meno, liberi da carichi o evasi dalla neuro avevano deciso (o qualcun altro aveva deciso per loro) di andare da Lui. Questo, in certo senso, era già tutto. Il seguito sarebbe stato solo una conseguenza. Era la mossa iniziale l’importante: la decisione di andare a vedere – magari anche toccare – l’impossibile. Beati loro che avevano avuto la forza di tirarsi su dal divano.

Loro. Prima aveva pensato ai poveri, ora gli venivano in mente quelli che continuavano a piangere. Non di felicità, no. Piangevano come quando si piange davvero: roba che fa male come un bambino profugo. Un vecchio cui hanno rotto le ginocchia. Beati anche loro? Sì, beati anche loro. Ma a patto che mi lasciate aprire una parentesi importante. Perché – negli anni – questa (Beati quelli che piangono, perché saranno consolati) mi è parsa la Beatitudine decisiva, quella che – per quel che si può, ovvio – permette di capire meglio anche le altre.

Pensavo questo: che uno non può decidere di mettersi a piangere perché Gesù ha detto «beati quelli che piangono, …» con quel che segue. Si può decidere di diventare operatori di pace invece di continuare a seminare zizzania tra i parenti; si può cercare di smussare i propri spigoli per diventare miti, decidere di smetterla col Kalashnikov e diventare pacifici così da ottenere quello che viene promesso a chi sia riconosciuto in possesso delle corrispondenti qualità o virtù. Ma mettersi a piangere quando non c’è proprio niente per cui piangere mi parrebbe cosa da lunaticos (per usare un termine del testo latino).

Non si può nemmeno costringere altri ad insultarci o a prenderci a sprangate mentendo a tutto spiano, come recita l’ultima di queste considerazioni a voce alta.

E allora? Allora vuol dire (sempre in ipotesi) che tutto questo elenco di facce cui pensa Gesù seduto coi suoi in faccia al lago non può essere stato compilato per dire ai discepoli (e in subordine a noi) come dobbiamo comportarci o cosa dobbiamo fare per essere felici (per essere consolati, ereditare la terra, esser chiamati figli di Dio, eccetera). Per dirla nella lingua degli albi professionali: questo discorso non è la prima bozza di un codice deontologico. Al contrario, è la presa d’atto delle condizioni in cui uno può trovarsi, liete o tristi che siano. Nessuna idea di dover essere, nessuno sforzo per cercare di diventare pacifici, miti, perseguitati o che altro. Il Signore Gesù sta semplicemente riflettendo a voce alta sulle ragioni che potevano aver condotto  quella – letteralmente – corte dei miracoli ad avere facce così inopinabilmente beate.

Per il fatto di averLo potuto avvicinare: può essere. Ma forse, ancora di più, per la speranza (certa in alcuni casi, nebulosa in altri; ma comunque speranza) che quell’uomo improvviso poteva costituire per loro e che, ridotta a fattor comune, era quella di un cambiamento della condizione in cui si trovavano. Erano andati da Lui solo per questo. E continuavano ad andarci perché avevano saputo che il cambiamento accadeva davvero.

Dunque: non beati quelli che piangono perché piangere fa bene all’umore o permette di acquistare meriti. Ma: felici (anche) quelli che piangono (non perché hanno motivo di piangere, ma) perché il Signore può farsi riconoscere da loro consolandoli.

Se si vuole: anche quelli che piangono – al pari di tutti gli altri – sono beati, perché questa è la condizione che li ha spinti a chiedere al Signore di far compagnia a loro che ormai non ne potevano più di consumare tonnellate di Kleenex.

Beati, pertanto, anche noi dall’umore fragile o altalenante, se questo può farci muovere a incontrarlo. Se, al contrario, siamo dei duri, avremo altre ragioni per bussare alla sua porta e altri motivi per uscire che più felici non si può.

Chiusa la parentesi: questo discorso non è fatto per spingerci a diventar qualcosa onde ottenere la relativa patente di cristiani. Ci dice (o almeno così mi pare) che, in qualsiasi condizione ci troviamo, il Signore che passa è contento di poter fare qualcosa per noi, venendo incontro alle nostre fragilità o facendo fiorire le cose buone che ci capitasse di fare. Ci primerea, per dirla con chi ci ha dato da fare questi compiti.

 

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