La giornata della memoria

Il ragazzo ebreo che per primo rivelò la verità su Auschwitz

Il ragazzo ebreo che per primo rivelò la verità su Auschwitz
Personaggi 26 Gennaio 2015 ore 19:20

Si chiamava in realtà Walter Rosenberg, ma la storia di cui è protagonista lo ha reso famoso col nome di Rudolf Vrba, e da allora ha sempre scelto di chiamarsi così. Domani, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria, in ricordo della Shoah. Se, nel ’44, il Vecchio Continente poté conoscere ciò che avveniva nella segretezza dei campi di concentramento nazisti in parte è anche merito di questo ebreo d’origine slovacca, internato nemmeno quando ancora non aveva vent’anni.

A lui e al compagno di prigionia Alfred Weltzer si deve infatti il Vrba-Weltzer report, la prima descrizione dettagliata con cifre e particolari di quanto succedeva ad Auschwitz, tutto registrato in prima persona. Fu un testo che segnò una svolta storica: perché, prima di allora, l’Europa sapeva poco o nulla dei campi di concentramento tedeschi. Qualcuno li considerava solo dei luoghi di prigionia, o dei semplici campi di lavoro.

 

 

La drammatica storia di Vrba. E la storia con cui i due uomini riuscirono ad arrivare a far conoscere al mondo lo sterminio di Auschwitz è, peraltro, un piccolo romanzo. Vrba era nato in Cecoslovacchia da famiglia ebrea: il padre, proprietario di una segheria, non poté fare nulla quando il figlio fu espulso da scuola a causa delle leggi antisemite e quando poi, con lo scoppio della guerra, fu arrestato per la sua fede ebraica: all’inizio andò nel campo di concentramento di Maidanek, in Polonia, dove incontrò un fratello che non avrebbe più rivisto.

Poi finì ad Auschwitz, nel giugno del ’42, pronto per essere impegnato da bracciante agricolo. In quella fase drammatica, Vrba fu a suo modo fortunato: un prigioniero fidato per le SS s’accorse che lui sapeva parlare tedesco, così venne trasferito al Canada, una sezione del campo in cui venivano stipati i beni e i vestiti che venivano requisiti ai prigionieri. Da qui riusciva ad avere accesso anche a del cibo, e rimase nel campo fino all’aprile del ’44.

Dal giugno del ’43, in particolare, era stato mandato a lavorare nell’archivio del campo: da lì riusciva a registrare nomi e numeri, poteva parlare con molti prigionieri e vedere i camion che portavano via i morti dalle camere a gas. Quando seppe che nello stesso campo c’era Weltzer, suo vecchio amico, i due architettarono una fuga rocambolesca: si nascosero dietro a pile di tronchi tagliati, coprirono le proprie tracce odorose seminando tabacco intriso di petrolio così da sviare la ricerca dei cani. Dopo tre settimane di fuga a piedi, finalmente, riuscirono a varcare il confine tra Polonia e Slovacchia. E lì cominciò la storia del loro report.

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Il documento-testimonianza sui lager. I due trascrissero tutto ciò che avevano visto. Vrba parlò di un numero di vittime pari a 1 milione e 700mila persone, cifra ora considerata spropositata. Ma al di là di questo, descrisse con precisione ciò che avveniva nel campo: come venivano divisi i prigionieri in base all’“utilità” che potevano avere, la fine che facevano quelli scartati all’arrivo, il colore dei triangoli appuntati sulle loro divise come distintivi. Segnò anche i numeri progressivi dei prigionieri arrivati, disegnò persino alcune cartine.

E, soprattutto, parlò delle camere a gas: «Contiene 2mila persone. Quando tutti sono dentro, le pesanti porte vengono chiuse. Poi c’è una piccola pausa, presumibilmente per permettere alla temperatura di salire: dopodiché le SS con le maschere a gas salgono sul tetto, aprono dei tubi e fanno scendere un preparato in polvere da piccole lattine, una mistura di cianuro che ad una certa temperatura diventa gas. Dopo tre minuti tutti quelli nella camera sono morti: poi la camera viene aperta e areata, e una squadra speciale carica i corpi sui camion, coi quali vengono poi portati a bruciare».

Inizialmente il Vrba-Weltzer Report trovò poco seguito: fu dettato e offerto ad autorità ebraiche dell’Est Europa, ma dovette attendere ancora qualche mese prima che l’Ungheria, complice dei tedeschi, fermasse la deportazione verso i campi di sterminio. Intanto però alcune copie cominciarono a girare: arrivarono a Londra e in Francia, in America e a Roma. In Svizzera uscirono alcuni articoli di giornale: la storia delle camere a gas cominciò a divenire cosa nota e fu rilanciata anche dalla Bbc e dal New York Times.

Una copia del rapporto arrivò anche tra le mani di Monsignor Mario Martilotti, ambasciatore della Santa Sede in Svizzera: questi incontrò poi Vrba in gran segreto presso un monastero di Bratislava. I due rimasero sei ore a colloquio: qualche giorno dopo il Vaticano invitò il reggente d’Ungheria Horthy a mettere fine alle sofferenze degli ebrei, che dal Paese continuavano a essere deportati in Germania. Il 27 gennaio dell’anno successivo Auschwitz fu liberata dall’esercito sovietico: e tutta l’Europa conobbe con certezza ciò che era stato raccontato da Vrba e Weltzer.

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