La corsa contro il tempo

Il record dell’ora di Jens Voigt

Il record dell’ora di Jens Voigt
19 Settembre 2014 ore 12:46

Quando Jens aveva dieci anni, c’era ancora il Muro a dividere le nostre vite. In Polonia stava per salire al potere Jaruzelski. In Cambogia c’era Pol Pot e la Germania in realtà erano due. Anche dopo, quando hanno buttato giù il Muro, la vita di Jens Voigt è rimasta a Est di Berlino, città che non ha mai abbandonato. A Le Monde, qualche giorno fa, ha confessato di rimpiangere quel sistema politico in cui «le imposte servivano per equilibrare le differenze. E non c’erano tante gelosie, il giardiniere e il professore guadagnavano lo stesso salario». Jens è di un’altra generazione, forse più ostinata e sincera della nuova, e infatti a 43 anni è tornato in pista e ha frantumato il record dell’ora. Lo ha fatto a Grenchen, in Svizzera, sessanta minuti di pedalate costanti, veloci, senza mai una pausa. Alla fine ha coperto 51.115 metri, e quella è la lunga strada che Jens ha percorso per entrare nella storia.

A infrangere questo record ci hanno provato in tanti. Quando in Italia c’era ancora la guerra, Fausto Coppi e Vito Ortelli si sfidavano al Motovelodromo di Torino o al Vigorelli, e il secondo riusciva quasi sempre ad andare più veloce del primo, anche se poi era stato Coppi a stabilire un nuovo record. Dopo lo avevano fatto anche Baldini, Anquetil, Ritter, Merckx. Negli anni Novanta Moser l’aveva battuto due volte, ma a un certo punto, nel 2000, la federazione ciclistica si era accorta che le bici stavano diventando troppo veloci, la tecnologia va sempre troppo in fretta, bisognava fermarla e stabilire che il record dell’ora andava fatto solo su una bici tradizionale. Così hanno tirato una bella riga e hanno deciso di tenere solo i record precedenti al ’72, l’anno di Merckx, ma dopo non sono stati in molti a riuscire nell’impresa. Proprio nel 2000 lo aveva migliorato Chris Boardman mentre nel 2005 era stato il ceco Sosenka a farne uno nuovo. Fino a giovedì, naturalmente.

Voigt si è presentato in pista magro che sembrava a digiuno da mesi. Non si era fatto la barba, forse da due giorni, forse tre, e dentro agli occhi brillava quella luce che in pochissimi hanno. Quando si è messo a pedalare tutto questo è sembrato non avere senso. Voigt è diventato presto un’unica essenza con la sua bicicletta. Non c’è stato nemmeno il tempo di pensare a quando, da ragazzo, aveva lasciato casa per andare alla Scuola dello Sport di Berlino, o quando aveva vinto la leggendaria corsa della Pace, che all’epoca, nel patto di Varsavia, era importante come un Tour e un Giro messi assieme. Lì Voigt non era ancora un professionista. Lo è diventato nel ’97, ma il Muro lo avevano già tirato giù. Ricordi di un tempo lontanissimo, a cui Jens ha pensato dopo. In pista si è messo a fare i 50 chilometri orari, e poi l’acido lattico è arrivato in un attimo. Quando è sceso dal sellino ha detto: «Quando durerà questo record? Che importa, non mi faccio illusioni. Era un regalo per i miei fan e per raccontare qualcosa ai miei nipoti quando avrò settantacinque anni». Ma in verità è molto più di così. Voigt ha corso contro Boardman, Indurain e Sosenka, ma anche contro Cancellara e la sua generazione. «Mi piace l’idea di essere un punto tra queste due epoche di specialisti e aprire la strada per qualcuno». Perché quando un muro viene giù, dopo si aprono sempre nuove possibilità.

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