Dopo la sentenza di Livorno

Requiem per le scuole cattoliche?

27 Luglio 2015 ore 15:45

Mons. Galantino, mi permetta.

Che i proprietari di immobili destinati ad ospitare scuole pubbliche non gestite dallo Stato dovessero pagare l’Ici era noto da tempo. La legge è strachiara in proposito e la sentenza di Livorno – giunta al termine di un processo lungo e tormentato – non ha fatto altro che ribadire il dettato di legge. Non si può dunque parlare di sentenza ideologica, perché la Cassazione non ha interpretato in modo favorevole al Comune di quella gloriosa città massonica una disposizione ambigua. Al contrario, ha fatto solo notare l’assenza di ogni ambiguità nella legge. Se i proprietari di immobili di cui sopra non vogliono pagare l’Ici dovranno dunque adoperarsi a far cambiare la legge, senza sperare – inutilmente – che possa essere riformata la sentenza.

Che le scuole pubbliche non gestite dallo Stato – e segnatamente quelle cattoliche – agiscano spesso in perdita, come Lei sa benissimo, non le assimila perciò stesso alle opere di carità, alias Onlus: da un punto di vista giuridico si tratta semplicemente di imprese con bilancio cronicamente in rosso. Fossero qualcosa di diverso non sarebbero assoggettate agli oneri di bilancio e di legge cui devono invece – come Lei sa benissimo – ottemperare facendo, nella maggior parte dei casi, acrobazie d’ogni genere.

Il fatto poi che la perigliosa navigazione dei gestori delle scuole pubbliche non gestite dallo Stato si riveli per quest’ultimo una fonte di risparmio di proporzioni inimmaginabili – per chi si rifiuta di immaginarle, ovvio – non ha nulla a che vedere con la sentenza. La quale dice: cari signori, avete voluto metter su una scuola? Bravi. Volete continuare a tenerla aperta? Nessuno ve lo impedisce. Pensate per questo che vi sarà risparmiato l’obbligo di pagare l’Ici? Sbagliato. E aggiunge: Signori gestori, voi dite che le vostre imprese costituiscono un vantaggio economico per la comunità dei cittadini italiani. Benissimo. Ma sono fatti vostri: lo Stato non obbliga nessuno a esser generoso. Lo Stato si limita a succhiare il sangue legalmente.

In sintesi: la sentenza non può essere considerata “pericolosa” a meno che si pensi che violi un tacito patto di scambio del tipo: visto che vi facciamo risparmiare un sacco di soldi, permetteteci almeno di risparmiare qualcosa anche noi. Voi infatti avete, complessivamente, un beneficio di miliardi, mentre noi, scuola per scuola, non riusciamo a tirare il fiato se ci costringete a tirar fuori anche poche centinaia di euro ciascuna. Se lo Stato continuerà a comportarsi come la sentenza al cacciucco vorrebbe – prosegue l’ipotetico ragionamento – molti istituti saranno costretti a chiudere. Cosa che – mi scusi monsignor Galantino – è esattamente quel che vogliono da decenni coloro ai quali l’infausta prospettiva viene ora fatta presente quasi fosse una minaccia. Chiuderanno un sacco di scuole cattoliche? Bene così; era l’ora – si dicono tra loro.

Lo Stato – il paragone non è bello, ma poi lo correggeremo – agisce contro i suoi nemici sempre sul modello che consentì ai giudici americani di metter dentro Al Capone: prende spunto da un particolare insignificante (una piccola evasione fiscale, in quel caso) per abbattere qualcosa che non saprebbe trattare altrimenti. Chiaro che la Chiesa non è Al Capone, ma per coloro che non sono lo Stato, ma che si servono dei suoi meccanismi formali e delle cariche che formalmente vi ricoprono per condurre la propria battaglia informale, ogni mezzo è buono per far fuori la Chiesa. Il caso Livorno è un caso da manuale in questo senso, ma essendo formalmente ineccepibile, è inutile – a nostro avviso – volersi opporre ricorrendo ad argomenti formali. Se non si vuole pagare l’Imu da quest’anno in poi, bisognerà cambiare la legge – come del resto si sapeva da anni.

E qui il problema diventa rilevante perché la domanda è: ci sono le forze per portare in Parlamento un numero di persone in grado di far passare la legge che si desidera, o almeno un emendamento alla presente, considerata sfavorevole? La risposta è, ragionevolmente, no. Ed è ragionevolmente no anche perché tra coloro che hanno frequentato le scuole a gestione non statale – e segnatamente quelle cattoliche – sarebbero in pochissimi a sostenere un’iniziativa parlamentare a favore delle medesime.

Ce lo vogliamo dire fra noi? La scuola pubblica non statale ha clamorosamente fallito il suo scopo. Nella vulgata, nell’opinione comune, sono le scuole dei ricchi. E i ricchi sono sempre meno, e quelli che lo sono ancora preferiscono le scuole a gestione statale, se non altro perché – informalmente, come ovvio – possono gestirle senza tirar fuori un soldo e sicuri, per di più, che i figli saranno più contenti di andare alla scuola di tutti che a quella dei preti o delle suore. I grandi licei statali di Milano – tanto per non far nomi – sono in realtà scuole private frequentate dai figli della gente che conta, alla quale la presenza dei figli degli altri serve unicamente per mantenere una qualche facciata da servizio pubblico. I ricchi che scelgono per i loro rampolli una scuola cattolica (le altre, i diplomifici, lasciamole da parte) solo perché è cattolica sono ormai una minoranza tanto esigua da essere politicamente insignificante.

In più – e vogliamo dirci anche questo? farci del male fino in fondo? – i gestori delle scuole cattoliche – docenti e dirigenti – spesso e volentieri fanno fuori i genitori mediante il fatto stesso di autoproclamarsi unici titolari del sapere educativo e confinando così la famiglia al ruolo di auditrice di per lo più intollerabili incontri serali proprio sul ruolo della famiglia. Assomigliano, questi incontri, a quelle lodi di santi allegri come Filippo Neri tenute da preti tanto arcigni nei loro giorni comuni da far ritenere ipso facto che stian raccontando balle o fantasie.

E siamo così giunti al nodo centrale: cosa significa che la sentenza di Livorno è un attentato alla libertà di educazione. Lo è certamente per il fatto che rende quella libertà più difficile da esercitare, stante il fatto che la disponibilità di fondi rende qualsiasi progetto più semplice da condurre in porto. Ma, come si è detto sopra, non è la sentenza a produrre questo risultato: è la legge.

Lo è perché, riducendo in maniera sensibile i fondi di bilancio delle scuole, coloro che volessero utilizzare i loro servizi si troveranno a dover fronteggiare una spesa che in molti casi risulterà improponibile. Vorrebbero mandare i figli alla scuola cattolica, ma non potranno farlo. A molti farebbe piacere un lampadario di Murano, ma si dovranno accontentare di un applique dell’Ikea. Per dire che sarà in ogni caso più difficile esercitare la libertà. Ma ciò non significa che essa sarà ridotta: la libertà è sempre la stessa; bisogna vedere, ogni volta, quanto si è disposti a pagare per essa.

Le scuole cattoliche come forma di presenza civile hanno costituito un’opzione praticabile per oltre un secolo. Oggi – bisogna però domandarsi – lo sono ancora? Lo sono effettivamente? Gli incontri del Papa con le scuole cattoliche in Ecuador, Bolivia e Paraguay sono stati fra i meno entusiasmanti del viaggio. Domande ingessate, studenti “vecchi”, professori non ne parliamo. Niente a che vedere coi coetanei dei banados o delle baraccopoli, sprizzanti di vita.

Se lo Stato impone alle scuole di pagare l’Ici ai comuni – e sarà un salasso vero e proprio – si troveranno laici cattolici così desiderosi della propria libertà da impegnarsi nella costruzione di nuove forme di aggregazione giovanile in grado di costituire per i loro figli un ambito di educazione vera, desiderabile, piena di attrattiva e generatrice di gioia?

Se questi laici esistono, non sarà certo lo Stato a impedir loro di mettere in campo tutta l’energia possibile, perché non ci sarà modo di ridurne lo slancio. Se questi laici non esistono – come si è purtroppo tentati di ritenere – allora la riduzione del numero delle scuole pubbliche non statali passerà come un fatto irrilevante per la maggior parte dei cittadini. E non sarà colpa dei giudici di Livorno e dei loro colleghi se questo accadrà. Se, come ha riportato l’ultimo studio sulla frequenza all’ora di religione, solo un ragazzo su quattro crede ancora in Dio, non saranno certo le scuole cattoliche a modificare la situazione, se non altro perché i ragazzi odiano andare a scuola come rifiutano tutto ciò che fa riferimento ad essa.

Pensare di far rifiorire la fede attraverso un percorso di studio, interrogazioni, verifiche e pagelle è un pensiero che non ha futuro. Pensare anche solo di preservare i ragazzi dalla contaminazione del mondo chiudendoli in una scuola per pochi è oggi – nell’età dei socialnetwork, dei grandi concerti negli stadi, dei giochi in rete – un pensiero che nasce morto. Persino il Dalai Lama ha dichiarato chiusa l’era della successione alla sua carica nella forma che ha condotto lui stesso ad essere quel che è. Anche quella delle scuole cattoliche si avvia alla sua fine.

Prenderne atto potrebbe forse costituire quel gesto di coraggio che oggi manca per risvegliare l’impeto missionario della Chiesa, suscitare una nuova e più fresca libertà d’azione. Mutare un pericolo percepito nell’occasione di una nuova e promettente primavera. Avranno, i cattolici, la libertà di accettare questa sfida o continueranno a recriminare contro la tristizia dei tempi?

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