Le esequie oggi in Piazza San Marco

Ritratto vivo di Valeria Solesin Il padre: «Giovani, non arrendetevi»

Ritratto vivo di Valeria Solesin Il padre: «Giovani, non arrendetevi»
24 Novembre 2015 ore 14:00

Una folla enorme si è riversata questa mattina nel cuore di Venezia per dare l’ultimo saluto a Valeria Solesin, la ventottenne uccisa nella strage del Bataclan. In piazza San Marco era presente anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che prima dell’inizio della cerimonia funebre ha voluto portare il cordoglio di tutto il Paese ai familiari e gli amici della giovane. Il feretro della studentessa è arrivato da Cà farsetti a bordo di una gondola, coperta da un cuscino di fiori bianchi, accompagnato da un corteo di gondole che l’hanno scortato fino a Piazza San Marco. «Grazie ai rappresentati di tutte le religioni presenti. Dedichiamo la sua vita ai ragazzi come lei, grazie a chi non si arrende», ha detto il padre di Valeria, Alberto, con accanto la moglie Luciana. Il fanatismo — ha aggiunto — «vorrebbe nobilitare il massacro con dei valori. Desidero inviare un pensiero alle tante famiglie che come noi cercano di superare il dolore per la perdita di un familiare».

Dopo il padre di Valeria hanno preso la parola il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, che ha letto un messaggio del presidente francese Francois Hollande, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, i rappresentanti della comunità islamica e il rabbino capo di Venezia Scialom Bahbout. È stata una cerimonia laica – ha scritto L’Espresso – in cui “hanno parlato i rappresentanti di tutti i credo di questo Paese. Mostrando, nel momento del dolore, cosa vuol dire laicità: continuare a proteggere le idee degli altri”. 

 

 

Non amava le borse, preferiva avere mani e braccia libere. Anche quella sera, la sera del 13 novembre, era uscita con il portafoglio in una tasca. Erano in quattro, a passeggiare per le strade di Parigi. Lei, il fidanzato Andrea, la sorella di lui, Chiara, con il rispettivo compagno, Stefano. Una volta dentro al locale ha estratto il portafoglio e ha chiesto a un’amica di tenerlo per lei, nella borsetta. Non voleva rischiare di perderlo, nel buio della sala, nella calca della folla. Quando sono cominciati gli spari lei, Valeria, era in fondo al locale, vicino a Andrea. Una raffica di kalashnikov e lei cade. Il fidanzato l’abbraccia, per due ore. Uno scudo fragile, disperato. Poi arrivano le teste di cuoio, c’è un altro tipo di panico, un altro tipo di confusione. Valeria non c’è, tra i superstiti che si riversano fuori dal Bataclan.

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Valeria Solesin è nata a Zevio, in provincia di Verona, il 3 agosto 1987; all’epoca l’ospedale “Chiarenzi” era uno dei posti migliori, in cui far nascere i bambini. La famiglia però era di Venezia ed è qui, nel capoluogo veneto, che nel 2006 Valeria ha ottenuto il diploma al liceo scientifico “Benedetti”. Era una ragazza molto solare, le piaceva stare con gli amici, stringere relazioni umane serie, vere. Dopo il diploma si era trasferita a Trento, per seguire l’università. Qui ha conosciuto Andrea Ravagnani, il fidanzato che pochi mesi fa l’aveva raggiunta a Parigi. Nel corso dell’ultimo anno di studi universitari Valeria si era trasferita a Nantes, perché aveva accettato di aderire a un progetto di doppia laurea sui problemi relativi alla stesura di un questionario sulle pratiche culturali degli studenti tedeschi e francesi all’interno dell’Università della città. Era una materia complicata, ma Valeria aveva la forza di un’appassionata. Subito dopo la laurea non ebbe esitazioni su quello che avrebbe dovuto fare. Fece domanda per una borsa di dottorato alla Sorbona, a Parigi. «Valeria si era conquista ogni millimetro della sua vita», ricordano oggi quelli che l’amano.

 

Ciao Valeria, grazie. Anche lei tra le vittime del terrorismo che ha sconvolto Parigi. Abbiamo avuto la fortuna di…

Posted by Gino Strada on Domenica 15 novembre 2015

 

Non era una persona che si risparmiava. Era una «tosta», una con gli attributi. Anche a Parigi, dove si era trasferita nel 2009, aveva continuato a lavorare come volontaria. Dopo l’esperienza con Emergency, a Venezia e a Roma, aveva scelto di assistere i clochard della capitale francese, «per conoscere tutte le sfaccettature di una realtà che andava a studiare e frequentare», ricorda la madre Luciana. All’università, invece, si occupava di comparazione tra famiglie italiane e francesi, con un occhio di riguardo per la condizione femminile e quella infantile. Aveva già pubblicato molti saggi e interventi (questo, ad esempio, Allez les filles, au travail!). Aveva pure partecipato a un convegno nella sua università d’origine, nel 2014. La giornata di studi, organizzata dal Centro Studi Interdisciplinari di Genere, era dedicata alle questioni inerenti al potere e all’appartenenza di genere: Districare il nodo genere-potere. Sguardi interdisciplinari su politica, lavoro, sessualità e cultura. A che serve aggiungere che era una studiosa brillante.

 

 

Aveva una vita piena, Valeria. Una vita da persona onesta, con la passione per il fare, e fare bene. Gli amici le volevano bene per la sua libertà, le sue idee forti contro la guerra e gli interventi militari. Dopo la tragedia di Charlie Hebdo aveva discusso a lungo con le persone a lei care, ma non aveva cambiato posizione. Voleva soltanto la pace, la pace come unica misura difensiva. La madre la ricorda come una figlia meravigliosa, una studiosa tenace, un’ottima cittadina. Il padre, come una donna determinata. Era gioiosa, Valeria, e già lo si capisce, lo capiamo pure noi che non sappiamo niente, dalla foto che ci ha fatto conoscere il suo volto, quella in cui prima si nota il suo sorriso, bello e franco, e poi gli occhi, che sembrano dire: «Ciao, mi presento». E poi quell’«orribile completino di lanetta grigia», come dice il padre, Alberto.

 

 

Per lei è stata allestita una camera ardente, a Ca’ Farsetti, sede del Comune di Venezia. Le persone passate a salutarla sono state tante, centinaia. Non sono mancate le autorità. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che presenzierà ai funerali di oggi, ha scritto una lettera accorata alla famiglia, in cui ha definito Valeria «un figlia d’Italia e d’Europa». E davvero i valori in cui credeva, quelli che la definivano, erano il migliore prodotto di secoli di sforzi comuni: democrazia, libertà, impegno solidale e sociale, criticità di pensiero.

A difendere la sua eredità, pochi giorni fa, è stato il padre, Alberto. Non vuole sapere nulla di quanto è accaduto al Bataclan: «Non sono una persona capace di odiare. È inutile ragionare su come sono andate le cose. Io non ho voluto sapere. Ho visto tante ricostruzioni sul colloquio che Andrea, il fidanzato di Valeria, ha avuto coi carabinieri. Io sono stato con lui tanti giorni a Parigi, non gli ho chiesto nulla e non voglio sapere. Sapere di come sono andate le cose quella sera non cambia nulla nel destino di mia figlia e degli altri 131 sfortunati morti quella notte». L’unica realtà che importa, per lui, è quello spazio, improvvisamente libero, che è stato lasciato dalla figlia, «vittima tra le vittime».

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Le esequie si sono tenute alle 11 del 24 novembre, in piazza San Marco. Niente cerimonie religiose: «Non abbiamo voluto un funerale cattolico perché mia figlia non ha avuto una educazione religiosa. I funerali di Valeria non saranno una cerimonia laica bensì civile, perché tutti possano partecipare senza che nessuno però ci metta il proprio cappello sopra», ha spiegato Alberto, che ha aggiunto: «Le benedizioni mi vanno benissimo, anche quella dell’imam. Noi crediamo nei valori che non dividono le persone». Non agire così, sarebbe stato un tradimento nei confronti di Valeria – che ora, lette le parole del padre, si capisce da dove è venuta fuori.

Non sono giorni facili, per Alberto e Luciana. E “non sono giorni facili” è un’affermazione goffa, perché ci si aggira sulla soglia di sofferenza di genitori che hanno perso la figlia. Ma nonostante il nodo che li stringe, Alberto e Luciana, hanno parlato di una profonda tenerezza, che hanno trovato nelle persone, nella Chiesa, nelle istituzioni. Come a dire, trovare il bene, sempre, e evitare accuratamente i pozzi del cuore. Alberto, in particolare, ha raccontato: «Dalle autorità consolari, all’unità di crisi della Farnesina, ai veneziani, ho sperimentato una leggerezza di tratto che mi ha fatto vedere un’Italia migliore di quanto immaginiamo. Non volevamo far sfigurare nostra figlia».

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