Intervista a un fuoriclasse

Sanchez, il braccio destro di Gori

Sanchez, il braccio destro di Gori
10 Ottobre 2016 ore 06:30

È nato a Parigi nel ’64 poco dopo che i genitori, francesi, avevano lasciato l’Algeria divenuta indipendente. Cresce a Lerici dove la famiglia si era trasferita per lavoro, poi si sposta a Roma e inizia a lavorare col padre come mediatore di cereali. A 22 anni torna in Francia per il militare. Viene decorato con la medaglia di bronzo per comportamento esemplare. Rientra in Italia ma dopo un anno riparte per fare l’allevatore di cavalli oltralpe. Vuole aprire un maneggio e ha bisogno di un socio. Conosce Sergio Japino, marito di Raffaella Carrà, che per metterlo alla prova e gli chiede di lavorare con lui in televisione. Entra in Mediaset come segretario di redazione, in realtà scrive per gli autori. Lavora con la Carrà, Jonny Dorelli e per 4 anni con Antonio Ricci a Striscia la Notizia, Audience e Paperissima. Diventa un autore storico di Scherzi a parte. Nel ’99 fonda due start up, Tesionline e Punto it. Nel 2001 segue Gori a Magnolia e per 10 anni sarà l’autore di punta di Camera Café. Riprende in mano la sua azienda e tenta di recuperare una piantagione di caffè in Ghana. Mentre sta tornando dall’Africa, Gori, sceso in politica, lo richiama. È sposato con una donna che ha incontrato a 17 anni e l’ha seguito in tutte le sue vite; dice: «Non sarei niente senza di lei».

 

 

Christophe Sanchez è il braccio destro di Giorgio Gori. 52 anni, sposato e padre di due figlie, abita a Carnate in una villetta bifamiliare. Tutte le mattine raggiunge Bergamo in sella alla sua Bmw 1200: parcheggia, ripone nel bauletto il giubbotto, toglie le scarpe eleganti e, prima di salire a Palazzo Frizzoni, le lucida. Un particolare che dice molto di questo ex ufficiale francese, esperto di comunicazione, nominato due anni e mezzo fa capo di Gabinetto del Comune di Bergamo. Uno di cui Gori dice: «Di lui mi fido al mille per mille». Recentemente è stato nominato amministratore delegato di Bergamo Turismo.

Sanchez, lei viene descritto come un uomo tosto. Modesto, ma tosto, quindi temibilissimo.
«Do quest’impressione, ma non sono d’accordo sull’aggettivo modesto: non sono modesto, sono umile».

Qualcuno la definisce il braccio armato di Gori.
«Non armato, non ne abbiamo bisogno».

Eppure lei quando organizza eventi come l’abbraccio alle Mura o l’Amatriciana Solidale più che lavorare sembra schierare le truppe.
«(Ride) Anzitutto bisogna capire se questo è lavorare, perché mi diverto talmente tanto… Diciamo che quando si mettono in piedi cose del genere c’è qualcuno che deve assumersi delle responsabilità. Io non penso di essere più bravo degli altri, però magari con le mie idee porto a casa il risultato. Sempre disposto a cambiarle se qualcuno mi convince che sto sbagliando».

Lei ha lavorato per tanti anni in televisione. I suoi colleghi di un tempo sono diventati i nuovi dirigenti Rai e Mediaset. Non ha nostalgia di quel mondo?
«No. Sono felice per loro, però non sento invidia né ho nostalgia per la tivù. È un mondo che dà molto, perché l’emozione che provi ogni mattina guardando l’audience è adrenalina pura, ma che prende anche molto e molto ha levato alla mia famiglia».

La sua biografia elenca almeno sei vite. Come mai tre anni fa ha deciso di svoltare un’altra volta, da dove le viene tutta questa inquietudine?
«Non è inquietudine, sono opportunità, treni che passano. A volte le cose non capitano perché non hai il coraggio di salirci, perché ti manca la forza in dieci ore di dire: “Vabbè, cambio vita”. Ma se metto insieme tutto quello che mi è successo dico: “Che fortuna!”: una parte me la sarò pure meritata ma ne ho avuta tanta».

Quanto conosceva Bergamo quando Gori l’ha chiamata?
«Zero».

E come l’ha trovata quando è arrivato?
«Con grandi potenzialità ma autoreferenziale. Eravate convinti di essere l’ombelico del mondo e probabilmente lo pensate ancora. Questo è il vostro difetto più grande, avete un linguaggio e dei riferimenti che sono solo vostri e che capite solo voi».

Faccia un esempio?
«Voi siete convinti che se dite Carrara tutto il mondo pensi che si stia parlando di un museo. Ma Carrara per la gente è anzitutto una città. A voi però non sfiora neppure l’anticamera del cervello che possa essere una cosa diversa dall’Accademia. Curando la comunicazione, più volte ho dovuto dire ai miei collaboratori di specificare dove si trova, perché io stesso ne ignoravo l’esistenza. Bisogna essere semplici se si vuol parlare con tutti».

In positivo, invece, che cosa ha trovato a Bergamo?
«Ho avuto da subito la sensazione di trovarmi in una comunità straordinaria , in mezzo a un popolo di una generosità incredibile. Nei primi tempi mi dicevo sempre: ma cavoli, che brave persone sono queste qua. Avete un fondo di bontà e questo è strepitoso. Un’impressione che mi ha confermato mia moglie che adesso ogni tanto viene a Bergamo anche da sola e quando torno la sera mi dice: “Ma come sono gentili, che persone perbene”. Bergamo è piena di persone perbene».

E la città come le sembra?
«Bergamo, secondo me, è il più bel capoluogo della Lombardia, non ha proprio rivali, è bellissima. E allora mi sono chiesto: perché è così bella? Perché è fatta a immagine dei suoi cittadini. L’avete creata bella perché dentro di voi c’è un’anima bella. Se gli metti a posto qualche difetto di autoreferenzialità diventa meravigliosa».

Nel turismo a che anno siamo nella bergamasca, all’anno zero?
«Allo zero virgola uno».

Si spieghi.
«Abbiamo messo in moto degli strumenti, ma questi strumenti vanno partecipati sia dagli enti pubblici locali sia dagli operatori economici, perché il turismo è esperienza e l’esperienza la dà chi fa il ristoratore, l’albergatore, chi gestisce un campo avventura, chi fa il noleggiatore. Bisogna capire che occorre lavorare tutti insieme, perché così siamo più bravi, offriamo maggiori opportunità e riusciamo a trattenere di più le persone. E poi un’altra cosa: il turismo bergamasco è importante, ma dobbiamo guardare oltre».

Dove?
«Se nel sito Visit Bergamo metto solo gli eventi di Bergamo o della sua provincia sono uno stupido. Se mi voglio aprire al mondo devo dire che a 20 chilometri da qui si corre il Gran Premio di Monza: Bergamo rimane il centro, ma io devo sfruttare tutte le possibilità, devo raccontare che il Gran Premio di Monza è mio. Noi invece ci siamo sempre limitati a promuovere il nostro, mentre dovremmo proporre anche quello che c’è a cento chilometri da noi. Devo levare il Garda da Bergamo? Sarei matto».

Che cosa ha in mente, la Grande Bergamasca?
«Ma scusi, che cosa ne sa un americano? E cosa sono per lui 20 o 50 chilometri? Io devo vivere di quello che ho, ma devo offrire anche altre opportunità».

Venezia l’ha già annessa?
«Non ancora».

Le cito tre iniziative di cui è stato promotore: il sito Visit Bergamo, l’abbraccio alle Mura e l’amatriciana in piazza. Contento di come sono andate?
«Del sito sono soddisfatto ma c’è tanto lavoro ancora da fare. Ogni giorno il 50 percento delle visite è di italiani, il resto sono stranieri. Dell’abbraccio alle Mura e dell’amatriciana in piazza sono molto contento. Sono iniziative che danno a Bergamo il senso di appartenenza, una cosa di cui il bergamasco di città ha bisogno perché non ha tanti momenti per esprimerlo. Io adoro l’immagine delle Mura con quelle migliaia di persone che vestivano la stessa maglietta, adoro vedere tutti sotto la stessa bandiera. Per l’abbraccio la gente si era prenotata da tutta Europa. E nella serata dell’amatriciana osservare quell’immagine di tantissima gente seduta a mangiare insieme per sostenere chi ha vissuto la tragedia del terremoto è stato qualcosa di grande. Sono momenti indimenticabili ».

C’è altro di cui è «molto contento»?
«Di aver portato avanti il progetto per combattere la ludopatia».

Cioè aver posto delle fasce orarie in cui è vietato ogni tipo di gioco d’azzardo. Il progetto è suo o di Gori?
«È di Gori (ride): l’ho fatto io ma è di Gori».

Ha raccolto critiche, proteste, ricorsi…
«Se ci attaccano così in tanti vuol dire che diamo fastidio. È un progetto che il sindaco mi ha affidato all’inizio dell’incarico chiedendomi di portarlo a casa in fretta. L’abbiamo studiato a fondo per un anno e mezzo, poi siamo partiti. Possiamo anche perdere, ma oggi abbiamo tutte le armi per vincere e se vinciamo è una rivoluzione».

In che senso?
«Non è solo questione di slot machine, investe tutto. Il gioco deve essere lecito, ma solo nei luoghi nei quali uno deve essere consapevole che fa la scelta di andare a giocare».

Perché vi prende tanto questo tema?
«Perché la diffusione così capillare sul territorio dell’offerta di gioco fa sì che i nostri cittadini spendano 2500 euro l’anno ciascuno. Pensi se prendessimo questi soldi e li riversassimo nell’economia reale della città».

Che cosa c’entra un profilo come il suo con la politica?
«Niente, però condivido con il mio sindaco dei valori. Da ragazzo ho fatto le mie battagliette nei giovani socialisti, ma dopo il caso P2 sono stato praticamente espulso perché a un congresso avevo chiesto: “Vi devo chiamare compagni o fratelli?”. Sono sempre stato un uomo di sinistra e sinistra per me significa uguaglianza ma non egualitarismo. Dobbiamo essere in condizione di partire tutti insieme, ma non è detto che si arrivi tutti insieme».

La sua qualità principale è saper far lavorare gli altri?
«Sono un grande lavoratore, quello sì. Sono leale e tendenzialmente affidabile: se prendo una missione la porto a termine».

A proposito, ora il timore è che tutto questo movimento che lei e Gori siete riusciti a creare si riveli un’operazione di facciata, una sorta di reality di successo. Si vocifera di Gori candidato in Regione, lei ovviamente lo seguirà. Cosa resterà a Bergamo?
«Quello che stiamo facendo è tutta sostanza, mi creda. Bergamo non era una città turistica, ma poi quando mangi il pane buono, il pane buono ti piace. I privati si sono stupiti che un ente pubblico si dimostrasse tanto interessato al loro lavoro. S’è innestato un meccanismo virtuoso e tanta gente da fuori mi dice: “Ma quante cose organizzate a Bergamo!”. Quest’anno a livello di turismo faremo poco meno dell’anno scorso, ma è un dato strepitoso, perché nel 2015 abbiamo realizzato un più 22% perché c’era l’Expo. Vuol dire che stiamo cominciando a carburare. Ora dobbiamo lavorare sul territorio: bisogna uscire dalla logica per cui ognuno si fa i cavoli suoi».

Sia sincero: quanto resterà con noi?
«Fino alla fine del mio mandato nel 2019, spero».

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