Le teorie sul misterioso street-artist

Scoperta la vera identità di Banksy (è la terza volta che succede)

Scoperta la vera identità di Banksy (è la terza volta che succede)
Personaggi 05 Marzo 2016 ore 15:31

In Inghilterra ne sono certi: Banksy, l’artista che ha fatto conoscere al mondo la street-art e che le ha dato una notorietà internazionale, è Robin Gunningham. Uno dei segreti del successo del “graffitaro” britannico è, da sempre, anche il mistero che aleggia attorno alla sua reale identità. Grazie a tanta discrezione e un buon giro di amici dalla bocca tappata, Banksy è riuscito a fare in modo che la sua carta d’identità rimanesse sconosciuta. Fino ad oggi. A scoprire il vero nome dell’artista è stato un team di ricercatori della Queen Mary University di Londra, i quali hanno deciso di indagare su di lui nell’intento di sviluppare nuovi metodi di contrasto al crimine e al terrorismo. Applicando il cosiddetto “profilo geografico criminale”, i ricercatori si sono detti praticamente certi del fatto che Banksy sia, in realtà, Robin Gunningham, 42enne di Bristol con una spiccata passione per il disegno. Non è la prima volta che questo cittadino inglese viene puntato: già nel 2008 il Mail on Sunday aveva compiuto un’inchiesta, basata su decine e decine di interviste a persone vicine all’artista, in cui Gunningham veniva indicato come Banksy. L’ipotesi, però, cadde nel vuoto dato che mancavano le prove concrete. Prove che invece ha fornito ora, scientificamente, la ricerca compiuta dalla Queen Mary University.

 

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[Robin Gunningham]

 

Il profilo geografico di Banksy. Come detto, gli esperti hanno applicato alla loro ricerca il “profilo geografico criminale”, una tecnica investigativa che ha lo scopo di scovare l’autore di una serie di reati analizzando i dati geografici ad esso correlati. Nell’applicare questo metodo si procede come se si stessero unendo una serie di puntini precedentemente presi in considerazione: i luoghi in cui i reati sono stati consumati (in questo caso i luoghi in cui sono apparsi i graffiti di Banksy), la composizione demo-sociografica dei quartieri in cui sono avvenuti, gli orari in cui sono stati compiuti, i collegamenti di quei luoghi in termini di mezzi pubblici e viabilità, gli spostamenti degli indiziati, le loro conoscenze delle aree in cui sono avvenuti i fatti e così via. Nel caso di specie, gli scienziati hanno studiato la “geografia di Banksy”, confrontando i posti in cui sono comparsi i suoi graffiti e gli spostamenti di alcuni soggetti indiziati, tra cui Gunningham.

L’area presa in considerazione è stata quella tra Londra e Bristol, ovvero la città in cui si suppone abiti l’artista e quella in cui si ha la quasi certezza che sia nato. A finire sotto l’occhio degli studiosi sono state 140 opere sparse tra le due città. I graffiti hanno permesso di individuare alcuni punti chiave, come pub, parchi o locali pubblici, che alla fine sono risultati essere posti frequentati abitualmente (o comunque con costanza) da Gunningham. A studio pubblicato, gli studiosi si sono detti soddisfatti della ricerca compiuta, dei suoi risultati e dell’applicazione della tecnica del profilo geografico criminale: «Il nostro studio dimostra che questo metodo può essere utilizzato come modello per riuscire a collegare piccoli atti di terrorismo ai loro autori. Può applicarsi, dunque, anche ai problemi più complessi del mondo reale».

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Banksy donna, Banksy collettivo e Banksy… Damien Hirst. In tutta questa storia s’è soltanto un problema: negli anni Banksy è stato così tante persone che ora diventa difficile credere che sia stata scoperta la sua reale identità, nonostante siano stati usati dei metodi scientifici. Se già nel 2008 il Mail on Sunday lo identificò con Gunningham, in realtà, prima e dopo, Banksy è stato anche una donna, un collettivo di artisti e addirittura Damien Hirst. Quest’ultima ipotesi fu avanzata nel 2013 dal Daily Beast, testata che sottolineò le tante coincidenze che accomunano il misterioso artista di strada e il noto e apprezzato artista capofila del YBAs, ovvero il gruppo di migliori giovani artisti britannici. Entrambi sarebbero di Bristol, più o meno coetanei e appassionati di un’arte fuori dagli schemi. Inoltre le vicende artistiche di Banksy e Hirst, negli anni, si sono incontrate più volte. Sebbene nel 2006 i due fossero ai poli opposti del mondo dell’arte (il writer contestava in diversi graffiti proprio artisti come Hirst, ovvero multimilionari che avevano «svenduto la propria arte»), lo street-artist accettò proprio quell’anno di entrare a far parte dell’esposizione organizzata da Hirst alla Serpentine Gallery di Londra. Una mossa evidentemente in controtendenza rispetto alla “moralità” che Banksy aveva sempre raccontato con le sue opere.

 

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[Damien Hirst]

 

Due anni dopo, nel 2008, i due artisti realizzarono un’opera comune, intitolata Keep It Spotless, che fece così tanto clamore da essere venduta da Sotheby’s per la cifra shock di 1,8 milioni di dollari, ossia il record personale di Banksy, che da quel momento divenne uno degli artisti più richiesti al mondo. Nel 2009, al Museo di Bristol, Banksy “onorò” il collega con un’opera: un quadro di Hirst rivisto in maniera polemica dal writer. Polemica fino a un certo punto, malizia il Daily Beast, visto che la cosa fu una grande pubblicità per entrambi. L’anno passato, in quel di Dismaland, il parco divertimenti sui generis ideato da Banksy a Weston-super-Mare, nel Somerset, tra le opere di vari artisti presenti c’erano anche quelle ideate da Hirst. Insomma, collegamenti continui da 10 anni a questa parte tra i due, collegamenti che hanno insospettito molti. Bettina Prentice della Prentice Art Communications, nel 2013, fu una delle poche esponenti del mondo artistico a esporsi pubblicamente sul tema, dicendo che se anche Banksy in realtà non fosse Hirst, è molto probabile che questo stia comunque finanziando il primo. Una sorta di magnate disposto a finanziare ogni progetto, viaggio, idea di Banksy. «In cambio Banksy pubblicizza l’importanza di Hirst sfregiando o citando le sue opere. E non è che citi molti altri artisti», osserva la Prentice. Anche James Top, uno dei pionieri fra i graffitari newyorkesi, ha ammesso che l’ipotesi di Hirst dietro Banksy non è affatto campata per aria: «Le sue opere non possono essere realizzate da un paio di ragazzetti. Inoltre il suo modo di lavorare è molto costoso. E poi: possibile che, una volta diventato così famoso, nessuno lo abbia mai beccato e ripreso al lavoro?». Il mistero continua, forse.

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