Il suo destino era segnato

Il bambino che ha deciso di parlare e fa tremare ‘ndranghetisti e potenti

Il bambino che ha deciso di parlare e fa tremare ‘ndranghetisti e potenti
29 Settembre 2015 ore 12:07

Essere bambini nel mondo della criminalità organizzata non è facile. Anzi, forse è meglio dire che è un privilegio che è concesso a pochi. La maggior parte delle volte, sin dalla tenera età, ci si trova costretti a vivere in un mondo parallelo, dove le armi sono giocattoli e dove la droga non è altro che il mestiere di papà. Ogni tanto, forse, ci si può concedere una partita a calcio con gli amici, ma solo con quelli giusti, non con quelli a cui si va poi a chiedere il pizzo. Avere 11 anni ed essere il figlio di Gregorio Malvaso significa aver perso, per sempre, l’innocenza dell’infanzia ed essere destinato a un futuro da ‘ndranghetista.

 

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[Gregorio Malvaso]

 

Gregorio Malvaso è stato arrestato nell’ottobre 2014 nell’ambito della maxi operazione “Eclissi”, che ha portato al fermo di 26 persone ritenute membri di una delle ‘ndrine più potenti. Ha 37 anni e dalla Procura di Reggio Calabria è considerato il capo della cosca di San Ferdinando. Nato a Gioia Tauro, secondo l’accusa è l’uomo che tira i fili dell’organizzazione controllando le attività estorsive della cosca e l’opera dei “picciotti di giornata”, impartendo disposizioni ben determinate, curando e organizzando i summit di ‘ndrangheta con gli esponenti della sua ‘ndrina e con quelli della ‘ndrina dei Pesce-Pantano. Un uomo potente e pericoloso, come ha più volte ripetuto Annina Lo Bianco, 34enne compagna di Malvaso e madre dei tre figli del boss. Nell’operazione “Eclissi” erano scattate anche per lei le manette dopo che aveva cercato di nascondere della droga e una pistola nel reggiseno. Una volta davanti agli inquirenti, però, aveva scoperto che Malvaso aveva di fatto “arruolato” nella sua ‘ndrina il figlio maggiore di appena 11 anni, non solo facendogli maneggiare armi ma coinvolgendolo anche nel confezionamento di dosi di droga. A quel punto la Lo Bianco ha deciso di collaborare: «Mi trovo qui per i miei figli, non voglio che crescano secondo ideali e valori sbagliati come quelli che sono stati finora impartiti loro dal padre. Ero a conoscenza del fatto che mio figlio maneggiasse armi, ma non potevo impormi con il mio compagno perché glielo impedisse, perché non so che fine avrei fatto. Il mio compagno è un tipo pericoloso per sé e per gli altri» ha raccontato ai giudici.

 

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[L’arsenale rinvenuto nell’abitazione di Malvaso a San Ferdinando]

 

Era fine maggio. Da allora la Lo Bianco e i suoi tre figli vivono lontano dalla Calabria, in una località protetta e con un altro nome. Per il figlio maggiore della coppia non è stato facile, perché lui sapeva e sa quanto può essere pericoloso andare contro papà. Ma probabilmente per questo, quasi come forma estrema di protezione e amore verso sua madre, consapevole che lei aveva compiuto un gesto di grande coraggio solamente per proteggere lui e i suoi due fratellini, anche lui ha deciso di parlare. E nonostante abbia solo 11 anni, in realtà le sue rivelazioni stanno facendo tremare diversi esponenti della ‘ndrangheta. Sì, perché lui vedeva tutto, sentiva tutto. E la vita l’ha costretto a diventare grande in fretta, comprendendo subito che le armi, in realtà, non erano giocattoli e che la droga, in realtà, non era solo un lavoro, ma qualcosa da nascondere e in grado di portare molti soldi.

A raccontare la storia di questo ragazzino coraggioso sono Francesco Viviano e Alessandra Ziniti sulle pagine de La Repubblica, che riportano come Nicola (nome di fantasia del piccolo) da diverso tempo si incontri faccia a faccia con il sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giulia Pantano, per raccontarle la sua vita da figlio di un boss. I primi verbali di quello che si può tranquillamente definire il più giovane pentito della storia criminale nostrana sono stati depositati pochi giorni fa all’udienza preliminare.

 

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Ma cosa potrà mai sapere un ragazzino di 11 anni? Tanto in realtà, molto più di quello che forse lui stesso avrebbe voluto sapere. Agli inquirenti ha anche consegnato la sim del suo cellulare, perché ha raccontato che era con quello che spesso papà contattava altri ‘ndranghetisti, in particolare altri esponenti di spicco del potente clan Bellocco di Rosarno. Ma non solo criminali: Malvaso aveva anche diversi referenti tra uomini della politica locale, come il vicesindaco di San Ferdinando, Santo Cieli, e il consigliere d’opposizione Giovanni Pantano, anche loro arrestati nell’operazione “Eclissi” con l’accusa di associazione mafiosa. Nicola snocciola nomi, disegna a parole l’organigramma dell’organizzazione: «Mio papà faceva parte di questa cosca, il capo era Nando Cimato. Si sapeva, era lui che dava gli ordini, più i Bellocco. Papà faceva quello che voleva all’interno della cosca, era il braccio destro del capo. Faceva tutto, tutto quello… So tutto quello che avete trovato: le armi, i capis avete trovato, i capis sono i bossoli». Del resto Nicola era lì quando nell’ottobre 2014 gli agenti hanno fatto irruzione nell’abitazione di via Leopardi 4, a San Ferdinando. Nicola ha visto gli inquirenti scovare un vero e proprio arsenale nella cucina di casa: due pistole con silenziatore e migliaia di munizioni per kalashnikov e calibro 9. E come in quell’occasione, Nicola ha visto tante volte suo padre “lavorare”: «Ho visto la droga, le armi, pistole più che altro, fucili mai… La droga l’ho vista sempre nel garage, in giro non l’ho mai vista. Una volta ho visto l’erba, ma questa droga era polvere, non so come si chiama, loro la chiamavano così, era bianca, era di tutta la cosca, di tutti quelli che hanno arrestato».

Davanti al sostituto procuratore Giulia Pantano il ragazzino sembra un adulto. Lo sguardo è fiero. Non piange, mai. Si è abituato sin da piccolo a non piangere, per non fare rumore, per non fare arrabbiare papà. E perché Nicola sapeva di essere testimone di traffici poco leciti: «La polvere era nascosta nel cofanetto, lo stereo dell’auto si toglieva, l’ho vista solo quando l’hanno tolta. Si vedeva solo la busta, era tutta scocciata. Era nascosta, non penso che nascondevano una torta dentro lo stereo». Non passa giorno in cui Nicola non ricordi qualcosa in più. Tutti mattoncini fondamentali per la costruzione di un impianto accusatorio solido. Quando Nicola e sua madre avranno finito di ricordare e parlare, sarà il gip a dover valutare se le loro testimonianze potranno essere ammesse a processo. Se così sarà, tra qualche mese l’11enne potrebbe trovarsi in un’aula di tribunale faccia a faccia con suo padre. E nonostante la giovane età, il vero uomo tra i due siamo certi che sarà lui.

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