Stefano Coppini cioè: un uomo colto Di questi tempi, una vera rarità

30 Gennaio 2018 ore 07:30

Stefano Coppini è un intellettuale autentico, un intellettuale vecchia maniera, perché il suo sapere, animato da una curiosità mai sazia, si fonda sullo studio, l’osservazione e l’analisi attenta del mondo che lo circonda. È un pratese con radici piantate nel mondo del tessile, quello stesso del padre noto e stimato imprenditore. Eppure una mente troppo irrequieta e feconda di impressioni ha preteso di farlo volare altrove, talvolta lontano, pur di dilatare orizzonti mentali e assieme fisici.

Ho un debole istintivo per chi non fa del proprio guscio pretesto e dimora fissa, per tutti quelli che chiamano casa là dove vengono chiamati perché una passione più forte di qualsiasi altra cosa li attrae. Stefano appartiene a questa tipologia di persone ed è un uomo colto, cioè piacevole. Perché ama la vita, il gusto di una passeggiata, il sapore del buon cibo e l’incontro con gli amici in un caffè pronto a trasformarsi d’incanto in una specie di set cinematografico senza tempo, in cui gesti e parole sembrano appartenere all’identico universo incontrastato di bellezza e armonia che per volere di un fato amico ha fatto incontrare innamorati del sapere di tutte le epoche.

Un uomo colto non potrà mai confondersi col noioso e pedante erudito, un uomo colto che affascina e apre prospettive caleidoscopiche, in un alternarsi di osservazioni profonde e di battute salaci. Perché il volo magico della mente non pone né si pone limiti di luogo e di tempo e così spazia in un’atmosfera di libertà condivisa. Da anni Stefano Coppini conduce ogni anno a Prato la rassegna Libri d’Italia, riuscendo a coinvolgere proprio grazie alle peculiarità del suo fascino intellettuale decine di nomi celebri della letteratura italiana. Lo stesso è accaduto nel caso di una sua trascorsa esperienza riminese e identica cosa si sta adesso celebrando a Venezia, dove ogni uomo raffinato in cerca di risposte senza sconti né troppi infingimenti finisce per cercare rifugio. Così Palazzo Grassi dove ha sede La Casa delle Parole gli ha consegnato le chiavi per una nuova, entusiasmante avventura della mente grazie nella quale coinvolgere l’esigente gruppo di appassionati di letteratura del mondo.

 

Come si dipingerebbe Stefano Coppini in un autoritratto?
«Quasi sempre di buon umore, alla mano, senza troppe esigenze. Bugiardo forse nei dettagli ma leale sulle questioni di fondo. Piuttosto mammone, amante degli animali, affezionato agli amici, a volte troppo insistente e, per questo, un po’ uggioso. Tutto sommato ho un discreto concetto di me».

Ti senti un pratese autentico o più cittadino del mondo?
«Sono nato e cresciuto a San Paolo, un quartiere che una volta era praticamente una città. Sui quaderni delle elementari, scrivevamo “San Paolo” e poi la data, non Prato. C’era tutto: negozi, bar, scuole, la chiesa, le fabbriche, i campi per giocare. Aveva scorci misteriosi, gore a cielo aperto, ciminiere in attività, case da contadini semidiroccate. A San Paolo, dove i bambini si muovevano a branchi, ho imparato tante regole del gioco. Parto da quella stagione. Il resto gli è cresciuto attorno come in una cipolla».

Cosa rappresenta adesso per te Venezia?
«Venezia è per me un miracolo, non saprei definirla in altro modo. Ero un ragazzetto quando la scoprii e ricordo chiaramente l’entusiasmo provato nel vedere il Canal Grande in quella lontana giornata di giugno. Mi sembrò la visione più stupefacente del mondo e dopo tanti anni non ho cambiato idea. Ora che ho casa sul canale di Cannaregio e trascorro a Venezia buona parte dell’anno, sono diventato un fan perfino più sfegatato. È avventuroso anche farci la spesa, compri i carciofi al mercato di Rialto e per tornare a casa prendi due barche. Quando alla fine ci fai il risotto, hanno sicuramente più sapore».

Quali erano le tue aspirazioni da ragazzo?
«Da ragazzi si vorrebbe essere super felici… la mia idea di felicità era viaggiare e immaginavo di diventare antropologo o di iniziare una carriera diplomatica, fantasie gonfie che la vita si è incaricata di rimettere a posto. Per certe carriere non avrei nemmeno avuto la disciplina necessaria. Però i viaggi ho continuato a farli, soprattutto verso alcune città che per me sono state delle vere e proprie calamite: Venezia, New York, L’Avana».

I libri sono stati da sempre la tua passione?
«I libri non sono un’alternativa alla vita, ma una lente d’ingrandimento per capirla meglio. Ci liberano dall’obbligo del nostro punto di vista e ce ne offrono di volta in volta un altro. Umberto Eco ha detto che chi legge vive la sua vita e insieme quella delle storie che incontra. Per quanto mi riguarda, ho sempre avuto libri in tasca, libri in borsa, sul comodino, in terra e, naturalmente, sugli scaffali di casa. Sono presenze amiche di cui non potrei fare a meno. Con Libri d’Italia cerco di comunicare proprio questo, che è divertente prendere i libri sul serio».

Se non facessi il giornalista e il coordinatore di eventi letterari, quale mestiere sceglieresti di fare?
«Su due piedi non lo so, ma non avrei paura a rimettermi in gioco. Ho lavorato alla Camera dei Deputati, sono stato dirigente a contratto in Romagna, magari un giorno vado ad aprire una caffetteria all’Avana. Sono io e la giubba, grandi ostacoli non dovrei averli».

Qual è il libro che porti nel cuore?
«Il De profundis di Oscar Wilde, la riflessione in carcere di un uomo di genio che ha perso tutto: libertà, ricchezza, famiglia, prestigio, salute».

E lo scrittore che ami di più?
«Due poeti per me inseparabili: Mario Luzi e Giorgio Caproni. Ho avuto anche la fortuna di conoscerli e di frequentarli. Luzi l’avevo incontrato in casa di Romano Bilenchi, all’inizio degli anni Ottanta, e tante volte gli avevo fatto visita nella sua bella casa sui lungarni, in via di Bellariva. Caproni lo conobbi di persona quando venne a Prato nel 1985 per un ciclo di incontri che avevo organizzato nel Ridotto del Teatro Metastasio. Mi piacque enormemente e di lì a poco decisi di dedicare alla sua opera la mia tesi di laurea».

Cosa significa per te leggere in un mondo che va di fretta?
«Salvatore Settis, in un pamphlet su Venezia, sostiene che il mondo deve salvare Venezia perché è la sola città rimasta a misura d’uomo. Le calli veneziane non ammettono intrusioni, si può solo camminare; per questo voci e passi risuonano oggi in laguna esattamente come mille anni fa. Non è desiderio girato verso il tempo andato, ma amore per una misura che è tutta nostra. Leggere un libro è un po’ come camminare, è avanzare pagina dopo pagina seguendo un passo che è solo umano. Sembra una banalità, ma già sappiamo che la lunga esposizione alla lettura attraverso lo schermo del computer ha reso più difficile la comprensione di un libro. Sta cambiando la nostra capacità di concentrazione e alla fine potremmo diventare incapaci di capire cosa ci dicono i libri. Sarebbero guai seri».

Che rapporto hai con la televisione?
«La guardo poco».

E con i social network?
«Non ho profili su Facebook o su Twitter, per me ha ragione James Hillman quando dice che serve meno collegamento e più raccoglimento».

Preferisci sfogliare i libri o la lettura su supporti digitali?
«Il computer mi piace per gli articoli, per la posta, per le comunicazioni veloci, ma i libri per me sono quelli di carta. È bello aprirli, sfogliarli, farci delle annotazioni a lapis, cambiargli di posto, perderli e ritrovarli»

Chi ama i libri è un buongustaio?
«Secondo me sì. Entrare in una libreria è già fare quel primo gradino celebrato da Kavafis in una splendida poesia. È il gradino che ti solleva da tante scemenze».

E a proposito di gusti buoni, come te la cavi in cucina, qual è il tuo piatto preferito?
«Sono una discreta forchetta e in cucina me la cavo piuttosto bene. Vuoi la mia ricetta per una strepitosa chicken salad? Cuoci in gratella un petto di pollo e, una volta freddo, taglialo a julienne; nello stesso modo, a tocchettini lunghi, taglia un peperone, tre o quattro carote, una decina di cetriolini sottaceto e duecento grammi di emmenthal. Prepara quindi una salsa composta da due parti di maionese e una di senape, allungala con un poco di aceto bianco e versala sul pollo, le verdure e il formaggio, mescolando bene. Metti in frigorifero e, dopo due ore, l’insalata può andare in tavola».

Definisciti con una parola emblematica.
«Allegretto».

Amici lettori vi ho presentato un uomo colto. Oggi, autentica rarità.

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