capolavoro della tuffatrice

Tania Cagnotto, vuoi sposarmi?

Tania Cagnotto, vuoi sposarmi?
29 Luglio 2015 ore 07:00

C’è un momento, mentre aspetta di vedere sul tabellone luminoso il voto dei giudici, con il costume fantasia, gli orecchini di perle a illuminarle il sorriso, le mani sulle guance, i denti che mordono i mignoli, in cui vorresti prenderla fra le braccia, dirle che è la più brava e la più dolce e la più bella, e farle la proposta. Tania Cagnotto, vuoi sposarmi? Ha vinto tanto, sempre, ma era come se il Mondiale fosse sotto incantesimo. Le russe, le cinesi, un soffio di vento, un giudice maligno, c’era sempre qualcosa che si metteva fra la piccola Tania e il suo sogno. Si vede che doveva andare così, doveva essere qui a Kazan, oggi.

Il tuffo dal trampolino da un metro dura un battito di ciglia, il tempo di un sospiro. Quello di Tania, l’ultimo, ha il dono della perfezione. Chiudi gli occhi e sei in cima al mondo. «Questa medaglia è un sogno che si realizza. Ho sempre messo sullo stesso piano Mondiali e Olimpiadi, è arrivato l’oro mondiale e sono al settimo cielo». Era qualcosa che sentiva dentro, se dopo l’ottimo secondo posto nelle qualificazioni aveva detto che non poteva firmare per l’argento, «io non firmo niente, vediamo come va». E adesso può dire tutta la verità, con quella sua voce da bambina e quella erre di una cresciuta a Bolzano ma diventata grande in giro per il mondo. «Avevo strane sensazioni già nelle eliminatorie, non vedevo l’ora di fare questa gara, sapevo di potercela fare. È uno dei momenti più belli della mia vita».

 

 

I capelli color miele stretti in una treccia, la pelle di daino buttata in acqua prima di ogni salto e ritrovata ogni volta che risale in superficie, lo sguardo che interroga gli occhi severi di papà, i muscoli modellati da anni di salti nel vuoto. Una routine ripetuta per giorni, settimane, mesi, anni. Una vita sempre uguale, così diversa da quella di una ragazza normale. Papà Giorgio e mamma Carmen spingevano perché facesse qualcos’altro: lo sci, il tennis, il balletto. Ma Tania a sei anni glielo ha detto. «Lo so che siete stati tuffatori anche voi due e per me vorreste una vita diversa, ma io mi diverto nell’acqua. Voglio tuffarmi anch’io». A quindici anni è già all’Olimpiade, a Sydney. A venti vince la prima medaglia “vera”, il bronzo ai Mondiali di Montreal. Fa la maturità nell’anno dei Giochi di Atene, non si ferma davanti a niente per andarsi a prendere quello che sente dentro. Quando la guardi, vedi una bambina che gioca a fare la fata, si colora le unghie a seconda della gara, fa a gara con le sue compagne per i tacchi più alti, quando vuole stupire si mette un vestito da sera e si trasforma in donna. «Dopo vent’anni così a volte mi sento stanca di viaggiare, di salire e scendere dagli aerei, ogni tanto mi viene voglia di stare a casa, di godermi la vita che fanno tutti gli altri. Però sono stata fortunata e brava. Le mie amiche d’infanzia le ho tenute, con loro mi tuffo nella normalità. E comunque devo andare avanti soltanto fino a Rio».

 

 

Fra un anno la vita cambierà, comunque vada. «Dopo le Olimpiadi mi sposo. Voglio diventare mamma, come tutte le persone normali». Ecco, siamo già in ritardo per la famosa proposta. Ma non per guardare al futuro con gli occhi dolci di Tania. Che fuori è una fata, e dentro è fatta di filo di ferro. E dopo vent’anni ha scoperto di pensarla proprio come i suoi genitori. «No, non vorrei mai che i miei figli diventassero dei tuffatori. È uno sport tremendo, massacrante: un minimo errore può compromettere mesi, addirittura anni di lavoro. Farò come hanno fatto i miei genitori con me: cercherò di proporre ai miei figli altri sport. E spero di essere più convincente». Sorride, morde le dite laccate con i suoi denti bianchi, e si gode uno dei momenti più belli della sua vita.

 

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