Per esempio la Fornarina...

Un po’ di gossip su Raffaello aspettando la mostra in GAMeC

Un po’ di gossip su Raffaello aspettando la mostra in GAMeC
23 Gennaio 2018 ore 08:50

Scrisse Giorgio Vasari, quell’impareggiabile gossipparo del nostro Rinascimento, che Raffaello Santi ebbe sin dall’inizio una vita molto propizia. Infatti il padre Giovanni non volle che fosse mandato a balia ma che venisse allattato dalla mamma, che di nome faceva Magia. Vasari fa il paragone con l’inizio ben più aspro di Michelangelo, mandato fuori casa per essere allattato «da villani e plebei». I risultati si son visti: dolce e paradisiaco fu il carattere di Raffaello, burbero e selvatico quello del Buonarroti. Era nato a Urbino il venerdì santo del 1483, e il nome Raffaello gli venne dato come segno di buon augurio. In realtà perse la mamma a otto anni e il papà a undici. Ma ebbe il paracadute di un affettuosissimo zio prete, Bartolomeo, che pure viveva in Urbino, il quale lo prese sotto la sua ala e coltivò quel talento straordinario e innato con cui aveva stupito tutti sin da bambino: quel bambino sapeva disegnare con una naturalezza che non si era mai vista.

Un talento innato. Se ne era accorto già il padre Giovanni, che pure era pittore, onesto e con grandi conoscenze delle tecniche. Lo tenne da subito con sé a bottega. Una bottega che gli sarebbe sopravvissuta e nella quale il diciassettenne Raffaello nell’anno 1500 aveva già dismesso i panni dello scolaro, per rivestire quelli del magister, come risulta dai contratti per la sua prima opera, dipinta per una chiesa di Città di Castello, poi in parte smembrata e conservata, per quel che ne resta alla Pinacoteca di Capodimonte a Napoli. Tutto gli riusciva facile, compreso i sorpassi in scioltezza dei maestri che allora dominavano la scena artistica.

A cominciare dal Perugino, che vedendo il ragazzino fare cose molto più sofisticate delle sue (e strappargli di conseguenza delle importanti committenze), ne ebbe quasi un esaurimento nervoso: il paragone tra lo Sposalizio della Vergine che il ben più maturo maestro aveva dipinto per il Duomo di Perugia e quello che Raffaello, scippandogli l’idea, aveva realizzato l’anno dopo per Città di Castello (oggi è tra i capolavori di Brera), è assolutamente impietoso (qui sopra nell’immagine).

 

La Madonna del Baldacchino, pala per la cappella Dei in Santo Spirito a Firenze.

 

Ambizioso a Firenze. Come se non gli bastassero tutte le grazie di cui il buon Dio l’aveva dotato, Raffaello era anche molto ambizioso. Sentendo un po’ asfittico rispetto ai suoi talenti l’orizzonte della regione natìa, non esitò a farsi scrivere una lettera di raccomandazione da Giovanna Feltria, sorella del duca di Urbino, Guidobaldo da Montefeltro, destinata all’uomo che in quegli anni aveva in mano le redini della repubblica fiorentina, il gonfaloniere a vita Pier Soderini. Era il 1504. Raffaello aveva 21 anni ed era pronto alla conquista del mondo. Quando arrivò a Firenze, Michelangelo stava togliendo i veli dal suo David mentre Leonardo aveva tolto il fiato a tutti dipingendo la perduta Battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio. Confronti da far tremar le vene a chiunque, ma non certo a Raffaello che pian piano cominciò a farsi largo in quel contesto super competitivo. Era ben consapevole dei suoi mezzi e del suo valore.

Attento anche a farsi pagare adeguatamente. Quando gli commissionarono una pala importante per la chiesa fiorentina di Santo Spirito (non una chiesa qualunque, in quanto progettata dal genio di Brunelleschi) alla famiglia Dei disse di non voler fissare il prezzo in anticipo: a opera conclusa sapeva che avrebbe strappato, tra gli “oh” di meraviglia, anche un prezzo molto più alto. Firenze però era un’altra tappa intermedia verso l’Olimpo.

 

La Stanza della Segnatura, ai Musei Vaticani, affrescata da Raffaello e dalla sua bottega.

 

La consacrazione a Roma. Raffaello sapeva bene che i giochi veri per un talento come il suo si giocavano a Roma. Ed eccolo così di nuovo brigare per farsi aprire le porte della corte pontificia. Era il 1508 e come papa da cinque anni c’era quel Giuliano della Rovere che era della stessa famiglia di Francesco, il nuovo duca di Urbino. Si era fatto chiamare Giulio II ed era papa dalle enormi ambizioni. Voleva rivoluzionare il palazzo pontificio cancellando tutte le memorie un po’ arcaiche e chiamò a Roma i migliori artisti italiani per rimettere a nuovo le stanze di quello che sarebbe stato l’appartamento suo e dei suoi successori. Ovviamente Raffaello fece in modo di essere della partita, grazie ad una raccomandazione del Soderini. Nel gennaio del 1509 era già insediato in Vaticano. In quella che Giulio II aveva immaginato come una gara per scegliere il migliore a cui affidare la regia della “ristrutturazione” sgominò la concorrenza, compreso quella del povero Lotto, che se ne dovette tornare al nord. Raffaello vinse e da lì non lo avrebbe più spostato nessuno, nemmeno il grande Michelangelo che qualche decina di metri più in là stava mettendosi nell’impresa delle imprese, affrescare l’immensa volta della cappella del Papa, la Sistina. Tutte le committenze più importanti erano sue. E non si limitava più a essere pittore, ma era anche architetto e regista di tutte le maggiori operazioni edilizie della Roma del secondo decennio del Cinquecento.

 

La Fornarina di Raffaello.

 

La bella Fornarina. Pur stando ai piani alti, finì però con l’innamorarsi della figlia di un fornaio di Trastevere, Margherita Luti. Una storia che per alcuni è una leggenda. Comunque sarebbe lei la modella che posò in due ritratti, celebri capolavori entrati nell’immaginario collettivo. Sono la Velata e, appunto, la Fornarina: in questo secondo caso Margherita posò a seni nudi, dolcissima e sensuale. Quell’opera restò sempre nello studio di Raffaello. Venne trovata lì il giorno della sua morte, il 6 aprile del 1520, ancora una volta un Venerdì santo. Vasari scrisse che morì dopo giorni di eccessi di febbre causata da eccessi amorosi. Margherita, inconsolabile, il 18 agosto decideva di chiudersi per sempre nel monastero di Sant’Apollonia a Trastevere.

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