Giovanni Dal Covolo

Il professore che ama Bergamo ci mette in guardia: «L’Unesco non è per sempre»

Ex insegnante del Sarpi, è oggi una guida esperta e appassionata. E ci ha raccontato come vede la città che l’ha accolto.

Il professore che ama Bergamo ci mette in guardia: «L’Unesco non è per sempre»
Bergamo, 07 Gennaio 2020 ore 22:53

di Bruno Silini

È un trevigiano che si è innamorato di Bergamo. Un amore tanto spassionato da portarlo a diventare la prima guida ufficiale dell’Accademia Carrara. Il professor Giovanni Dal Covolo (78 anni, insegnante in pensione del liceo Paolo Sarpi) si definisce una “protoguida” che dagli anni Settanta in poi accompagna migliaia di turisti per le meraviglie della nostra città, sempre più gettonata da quando, nel 2017, l’Unesco ha ufficializzato l’ingresso delle nostre Mura Venete nella lista dei patrimoni dell’umanità. Però Dal Cavolo avverte: «Stiamo attenti perché l’Unesco potrebbe ritirare questo riconoscimento che non è dato per l’eternità».

In che senso?

«Sostanzialmente Bergamo non è stata modificata negli ultimi decenni però, ultimamente, sta crescendo in maniera quasi esagerata. Pensiamo a Orio al Serio: dall’ottimo servizio aeroportuale è derivata una massiccia frequentazione turistica e di questo la città ne risente».

Ci faccia capire meglio. Perché un bene riconosciuto a livello internazionale, che porta naturalmente turismo, dovrebbe essere disconosciuto dall’Unesco?

«La presenza non è tanto legata al numero di persone (che in tutte le città d’arte viene favorito), quanto alla possibilità che avvenga un’eccessiva esposizione commerciale e naturalmente un depauperamento in una prospettiva ecologica. Si avverte un aumento dello spreco e una minore pulizia. Sono fattori decisivi per mantenere le nostre Mura nell’elenco dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura».

Non è un po’ un’esagerazione?

«Assolutamente no. Le mie riflessioni sono condivise dalle alte sfere della nostra città».

Tra gli sprechi c’è anche la ruota davanti a Palazzo Frizzoni?

«No. Quella è una trovata inaspettata. Ci sono salito anche io con mia moglie. È stata una bella esperienza soprattutto per la durata: due giri molto lenti che permettono di sera di abbracciare con lo sguardo la città illuminata».

Ma possiamo ancora dire che Bergamo è una bella città?

«Quello è fuori di dubbio. Ai miei studenti al Sarpi ripetevo spesso che Bergamo è la città dell’alta Italia che si è meglio conservata. Un’affermazione che aveva sostenuto anche Le Corbusier (1887-1965) quando venne da noi per un congresso di architetti, credo nel 1949, ospitato nel Palazzo della Ragione».

Le opere pubbliche che si sono realizzate dopo il passaggio di Le Corbusier ne hanno scalfito il fascino estetico?

«Per lo più sono state scelte urbanistiche riuscite. Nei secoli il pregio storico di Bergamo (concentrato nella parte alta, staccata dai flussi del traffico) è stata rispettato. Il pericolo, ripeto, sta nel non ponderare a dovere l’attrattività generata dal nostro aeroporto».

Come si sviluppa il suo rapporto con Bergamo?

«La guerra ha costretto la mia famiglia a lasciare Treviso quando ero ancora un bambino. Dapprima siamo stati a Padova, poi mio padre, magistrato, è stato promosso alla Corte d’Appello di Milano. Nel capoluogo lombardo ho frequentato l’Università Cattolica (Lettere e Filosofia) mentre a Bergamo completavo la mia preparazione alla scuola di giornalismo nelle aule di Piazza Vecchia nel Palazzo del Podestà. Dal 1967 (quando in piazza Pontida si celebrava l’ottavo centenario dell’omonimo Giuramento) posso dire di essere un cittadino di Bergamo, città dove tuttora risiedo in via Nullo. Dopo aver smesso purtroppo di insegnare nelle scuole (2007) mi sono aperto ad altre iniziative. Oltre a continuare il mio impegno settimanale come guida della “Carrara”, tengo conferenze per la Terza Università (Cgil) e l’Università Anteas (Cisl) e collaboro, fin dagli esordi, con l’associazione filosofica Noesis (fondata dal mio collega di Lettere Giovan Battista Paninforni) per la quale pochi giorni fa ero al Filandone di Martinengo a parlare di Leonardo da Vinci».

Da addetto ai lavori, come è messa Bergamo dal punto di vista dell’offerta culturale?

«Ci sono fin troppe iniziative che tendono a disperdere piuttosto che a concentrare. Una volta era più stimolante scegliere tra pochi eventi rispetto alla forse esagerata varietà dei tempi attuali».

Se da guida della Carrara passasse a vestire per un giorno i panni di Arsenio Lupin, cosa trafugherebbe dal nostra pinacoteca?

«Ruberei la “Madonna col Bambino” di Andrea Mantegna. C’è tanta intensità in quel dipinto. Merita davvero di possederlo».

C’è un libro che non dovrebbe mancare sul comodino dei bergamaschi?

«Ne cito due: la Divina Commedia e l’ottima guida Attraversare Bergamo scritta da Vanni Zanella. Permette di rinfrescare la memoria sulle bellezze della nostra città».

Non ha mai pensato di scrivere lei un volume su Bergamo?

«È in forma di bozza. Non è una guida della città bensì un contributo storico ovviamente legato al nostro patrimonio artistico».

Tre mete irrinunciabili a Bergamo?

«1) Santa Maria Maggiore con l’attenzione al coro e alle tarsie di Lorenzo Lotto; 2) le sale del Rinascimento dell’Accademia Carrara; 3) il Teatro Sociale quando viene rappresentata un’opera non solo lirica, ma anche di prosa».

E in provincia?

«1) La basilica dell’Assunta di Gandino; 2) la danza macabra a Clusone; 3) l’abbazia di Sant’Egidio a Fontanella di Sotto il Monte Giovanni XXIII».

I suoi ex studenti al Sarpi sono soliti dire che hanno imparato più cose da lei rispetto ai suoi colleghi di altre materie…

«Sono discepolo di un professore di Storia del Teatro. Si chiamava Mario Apollonio. Come lui ho cercato di vedere sempre i ponti che collegano le arti figurative, letterarie, musicali. Per molti è un pregio, per altri un difetto. Ma alla mia età ormai è irrinunciabile».

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